Fabrizio Silei.
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GLI OCCHI DEL SERPENTE.
Parte 1.
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2023 Giunti Editore, FIRENZE.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Firenze, 1938. C' grande attesa per l'imminente visita di Hitler, un fermento che si riverbera tra i corridoi e le stanze del magnifico Regio Istituto d'Arte di Porta Romana. Nei vari laboratori, sotto la guida del geniale professore Ottavio Umberti, gli allievi replicano i leoni della Loggia dei Lanzi che andranno ad abbellire la stazione ferroviaria. Ma tra invidie e rivalit mai sopite, la scuola non pu dirsi un posto sicuro. A poche settimane dall'arrivo del Fhrer, proprio Umberti viene trovato morto dentro la maestosa gipsoteca, schiacciato dalla statua di Giuditta e Oloferne, ormai in frantumi. La terribile scoperta non lascia adito a dubbi:  un omicidio. Il commissario Vitaliano Draghi dovr mettere da parte i suoi problemi di cuore per affrontare il caso, tanto pi che un potente ministro romano, amico d'infanzia della vittima,  disposto a tutto purch giustizia sia fatta e ha inviato a Firenze due agenti dell'OVRA per controllare lo svolgimento delle indagini. A unirsi all'impresa, ancora una volta, Pietro, il contadino detective, che in realt trama nell'ombra un progetto molto rischioso... Ma anche il Regio Istituto sembra custodire dei segreti. Mentre piccoli oggetti spariscono senza lasciare traccia, dietro le aule colme di studenti si articola la trama di un vero e proprio labirinto, celato agli occhi dei pi. Ma esiste un labirinto senza un mostro che lo abiti?
Dopo Trappola per volpi e La rabbia del lupo, il terzo capitolo della serie di Vitaliano Draghi e Pietro Bensi non smette di sorprendere per ritmo e inventiva, tenendo il lettore con il fiato sospeso per le sorti dei due protagonisti e dimostrando che il male pu insinuarsi ovunque, anche nella culla della creativit.
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L'AUTORE.
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Fabrizio Silei (Firenze, 1967) scrittore, formatore, illustratore e scultore-designer ha frequentato l'Istituto d'Arte di Porta Romana e dopo la laurea in Scienze Politiche ha insegnato e lavorato per anni come sociologo, dedicandosi soprattutto alle tematiche dell'identit e della memoria. Ha raccolto testimonianze di chi ha vissuto la guerra e i lager nazifascisti, memorie del mondo contadino, storie e leggende della tradizione toscana: esperienze confluite in Trappola per volpi (Giunti, 2019), suo esordio nel giallo, primo di una fortunata serie con protagonisti Pietro Bensi e Vitaliano Draghi, a cui ha fatto seguito La rabbia del lupo (2021). Come autore di narrativa per ragazzi, Silei ha alle spalle numerosi successi e riconoscimenti, tra cui il prestigioso Premio Andersen nel 2014. I suoi libri sono stati tradotti in 23 Paesi. Il presente libro  stato pubblicato su concessione del Ministero della Cultura.
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GLI OCCHI DEL SERPENTE.
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Agli studenti passati, presenti e futuri dell'Istituto d'Arte di Porta Romana di Firenze e a Irene e suo figlio Tommaso, che non devono prendere il taxi.
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PRIMA PARTE.
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GIUDITTA E OLOFERNE.
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Soprattutto mi rimasero impressi, nei cento volti di quella canea urlante, gli occhi di Alessandro Pavolini che capeggiava l'impresa: egli mi guardava senza parlare, con occhi cos pieni di acuminato odio che ne rimasi affascinato come se fossero gli occhi di un rettile: c'era gi in quegli occhi la spietata crudelt di colui al quale vent'anni dopo, alla vigilia della liberazione della sua citt, doveva essere riservata la gloria di organizzare i franchi tiratori, incaricati difendere a fucilate dai tetti le donne che uscivano durante l'emergenza a far provvista d'acqua.
Piero Calamandrei.
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I mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere veramente pericolosi; sono pi pericolosi gli uomini comuni, i funzionari pronti a credere e obbedire senza discutere.
Primo Levi.
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Prologo.
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Firenze, Giardino di Boboli, 23 agosto 1919.
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Tre paia d'occhi spiano da dietro una siepe.
Shhh! Fate piano! Eccolo l.  lui! dice il pi deciso dei tre, indicandolo.
Gli altri due trattengono il fiato per l'emozione.
Il bambino  accovacciato nel mezzo del grande viale di sassolini bianchi. Il sole, signore incontrastato del cielo limpidissimo di quel pomeriggio d'estate, proietta appena un margine d'ombra sotto di lui. Difficile capire da lontano cosa stia facendo cos rannicchiato, a quell'ora da lucertole, nel giardino deserto. La prima idea che sale alla mente vedendolo  quella di una qualche sconcezza. Invece no.  impegnato a ritrarre sul piccolo album da disegno il profilo di una statua di marmo. Venere gli si para davanti dall'interno di una nicchia della siepe lussureggiante. Il bianco delle carni marmoree risalta sul verde delle foglie e il silenzio del pomeriggio, appena scalfito dal frullo di qualche merlo, ammanta ogni cosa. Ricurvo sul foglio il bambino alza la testa per guardare la dea e poi la riabbassa, incassandola nelle spalle. Le sue mani abili tracciano con segni sicuri il contorno del naso e delle labbra conferendogli morbidezza e somiglianza. Fa molto caldo, ma non sembra importargli. Ogni tanto si asciuga met della fronte con il dorso della mano che regge il carboncino. Quando  cos immerso nel disegno il mondo intorno a lui scompare. Il suo soggetto diviene vivo e palpitante.  in questi momenti che abbassa la guardia.
Per questo non si  accorto di nulla.
Che vi avevo detto? sussurra il ragazzo moro, e i suoi occhi neri luccicano come quelli di un rettile.
 contento di averlo trovato. La prima volta era stato per caso. Aveva tagliato per il giardino di Boboli tornando da giocare a tennis e l'aveva notato mentre scarabocchiava accucciato di fronte alla statua di una musa seduta. Quando l'aveva scorto meglio il sangue gli s'era raggelato per il raccapriccio. Ma era solo. Avrebbe voluto fare qualcosa, dire qualcosa, ma non sapeva ancora cosa. Adesso lo sa. C'ha pensato tanto, l'ha sognato perfino. Sa ci che  giusto fare.
Avanti, prendiamo quel mostro! ordina ai compagni.
I tre, agghindati in tenuta sportiva, stringono nelle mani sudate le racchette chiuse nei supporti rettangolari da quattro piccoli galletti metallici scintillanti.
Nessuno osa ribattere.  lui il capo, il migliore, il pi intelligente. Quello che sa sempre cosa fare. A un suo segno si rivelano e procedono svelti verso l'obiettivo.
Sentendoli sopraggiungere il bambino si alza e si volta di scatto. Lascia cadere il blocco e il carboncino e inizia a correre per mettersi in salvo.
Prendiamolo, non facciamolo scappare! li incita il ragazzo moro.
Sono in tre, molto pi grandi di lui. Eccitati da quella fuga lo raggiungono con quattro falcate, lo circondano e subito gli sono addosso. Il bambino non pu fare altro che rannicchiarsi a terra e coprirsi la testa con le mani mentre dall'alto iniziano a piovere
colpi su colpi: le racchette usate come clave. Si guardano eccitati, complici. Ridono e picchiano, lo prendono anche a calci. Il bambino inizia a urlare e chiama aiuto con tutto il fiato che ha in corpo. I galletti metallici gli lacerano la carne, gli angoli di legno affondano nelle costole e spaccano mani e dita strette a protezione della nuca. Il profumo del bosso e dell'alloro, mescendosi a quello della paura e dell'urina della vittima, accresce l'eccitazione degli aggressori, che adesso sembrano i protagonisti di un mito antico, d'una ferocia senza tempo, che si compie al centro del giardino pi bello del mondo, sotto lo sguardo indifferente di Venere.
Il capo continua a menare calci intimando al bambino di stare zitto, ma quello non la smette. Per farlo tacere cerca di colpirlo in bocca con la punta della scarpa. Le grida nel silenzio immenso rotolano nell'aria come biglie sull'olio. L'impressione  che possano udirsi sin da Porta Romana o da Palazzo Pitti. Il rischio  che accorra qualche turista che ha sfidato la calura o una coppia di innamorati infrattatisi nei paraggi. Allora il ragazzo si allarma, ma non vuol rinunciare, si china, afferra i piedi del bambino e prende a trascinarlo per le gambe sul brecciolino.
Che vuoi fare? chiede uno dei compagni.
Forza, Ottavio! Prendetelo per le braccia! La fontana!
Il bambino si divincola, continua a gridare come un porco scannato. Mentre lo strascicano gli occhi dei tre sono fissi sul suo volto, reso ancora pi insopportabile dalle urla e dal sangue. Lo tirano su, incapaci di staccare gli occhi da lui, e intanto procedono verso la balaustra di ferro battuto della grande fontana dell'Oceano, profonda come un lago.
Aiutatemi! ordina il capo.
I tre ragazzi lo sollevano per gettarlo nella vasca dalla quale il cavallo imbizzarrito di Perseo li osserva minaccioso, spronato in
un'immobilit senza tempo dal suo cavaliere. Ce l'hanno quasi fatta, quando un uomo compare in lontananza, urla allarmato, corre loro incontro.
Che fate? Cosa state facendo! Fermatevi!
I due gregari lasciano la presa, il bambino ripiomba a terra, e allora anche il capo  costretto a fare altrettanto. Ma mentre gli altri corrono gi come il vento, lui non scappa, esita, guarda l'uomo con disappunto, gli occhi colmi d'odio, solo all'ultimo impreca e si allontana a sua volta.
Il bambino rimane disteso a terra, la bocca insanguinata. Il corpo straziato da lividi e graffi  scosso da singhiozzi, la maglia impregnata di sangue.
Adesso si vede bene: il suo volto rivolto verso il cielo  scempiato per pi di met da una sorta di neo scuro e gibboso, di protuberanza callosa e orribile, gli occhi sono azzurrissimi, la fronte sembra una corteccia. S,  un mostro.
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Capitolo 1.
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Quella notte, da una piccola ma lussuosa pensione veneziana che affacciava sul Ponte dei Sospiri, da tutti quei chilometri di distanza, Vitaliano aveva sognato Pietro che in piedi di fronte a lui gli domandava: Come devo chiamarti adesso, Vitaliano, signor padrone?.
Si era svegliato di soprassalto inspiegabilmente agitato, con quelle parole in testa, "signor padrone...", e si era guardato a fianco per accertarsi che lei fosse ancora l, vicino a lui. C'era ancora, prima di vederla ne aveva sentito il profumo. Nausica era al suo fianco e dormiva beata, lumeggiata appena dalla luce della luna che penetrava dalla finestra aperta sul canale. Rimase a guardarla: il volto dal profilo perfetto abbandonato sul braccio teso e latteo, le guance ancora arrossate dall'affanno dell'eccitazione, la mano delicata che penzolava oltre il bordo del letto, i lunghi, ondulati capelli castani che lasciavano scoperto il collo e si distendevano a cascata sulle sue spalle tornite e perfette. E poi quell'accenno di sorriso, quasi infantile: una soddisfazione che la seguiva persino nel sonno. L'eleganza di quella posizione inconsapevole avrebbe reso felice qualunque pittore, ponendolo per di fronte a una sfida che a Vitaliano appariva impossibile da vincere: ritrarre quell'incomparabile bellezza.
Premuroso, le copr le spalle con il lenzuolo per proteggerla
dal fresco che saliva dal canale e oltrepass la soglia della portafinestra affacciandosi sul minuscolo terrazzino a picco sull'acqua. Avrebbe tanto voluto una sigaretta, ma non ne aveva, dal momento che non fumava pi. Non ebbe nemmeno voglia di tornare in camera ad armeggiare con i pantaloni per cercarvi qualche seme tostato che la moglie di Pietro, immancabilmente, preparava per lui. Avrebbe rischiato di svegliare Nausica. Cos rimase a guardare il canale e, poco pi avanti, il Ponte dei Sospiri, che univa il vecchio carcere al palazzo con un passaggio coperto.
Nausica aveva scelto quella piccola pensione per sfuggire ai grandi alberghi veneziani, dove avrebbero corso il rischio di incontrare qualche titolato, parente o conoscente; sarebbero stati costretti a presentare i documenti e... a chiedere due camere singole anzich una matrimoniale.
Forse l'idea romantica del Ponte dei Sospiri l'aveva guidata nella scelta. Vitaliano sapeva che era stato Byron a definirlo cos, e che il ponte degli innamorati di romantico aveva ben poco, che i sospiri a cui si riferiva il poeta erano quelli dei condannati che tramite quel passaggio venivano condotti dal carcere al giudizio, o dal giudizio al patibolo.
Non era difficile immaginare il loro ultimo sguardo alla laguna e il sospiro che dovevano esalare alla vista della bellissima isola di San Giorgio Maggiore, con la sua chiesa e il suo campanile.
difficile, invece, era immaginare un luogo pi adatto per Vitaliano e Nausica. Non erano forse prigionieri anche loro? S, prigionieri del proprio amore e di una situazione che aveva fatto naufragare i loro propositi matrimoniali rendendoli di fatto due amanti clandestini.
Per ora Pietro, quello del sogno, poteva stare tranquillo: lui non era padrone di nulla, tanto meno del proprio destino.
Vitaliano guard l'acqua scura che correva nel canale, poi il cielo nel quale galleggiava una falce di luna beffarda, e sospir.
Che cosa aveva scelto lui nella vita? Davvero certe volte gli sembrava di non avercela avuta una scelta e si chiedeva come sarebbe andata se al posto di Pietro nella fattoria di suo padre ci fosse stato un contadino qualsiasi. Cosa sarebbe stato lui oggi, che lavoro avrebbe fatto, che cosa avrebbe detto e pensato se non lo avesse mai incontrato?
Mentre ci rifletteva stir le labbra in un sorriso di tenerezza. Era ancora stordito dall'amore di Nausica, dai suoi baci e dalle sue carezze. Si erano presi l'un l'altra ci che desideravano da sempre, forse senza saperlo fin da bambini, e lui, anzich sognare ancora quel paradiso di beatitudine che gli appagava l'anima nel profondo, veniva destato da Pietro, sognava Pietro! Roba da non credere. Se ne vergognava quasi, eppure era sempre stato cos, e lo sapeva.
Dove vai Vitaliano? gli urlava dietro la madre quando lo vedeva correre via.
Vado da Pietro! era quasi sempre la sua risposta, oppure: Vado da Nausica, alla villa!.
Gli torn in mente quella volta in cui avevano cercato di fare un aquilone e poi insieme, vedendo che la loro creatura non voleva saperne di volare, erano andati a cercare Pietro.
Babbo, hai visto Pietro?
Sabina, dov' Pietro?
Lascialo fare, Vitaliano: deve lavorare! gli gridava dietro il padre. Ma non lo sentivano nemmeno. Con carta, forbici, canne e il loro goffo aquilone andavano a cercarlo. Qualsiasi cosa ci fosse da fare, da capire, da risolvere, lui sapeva di poter contare su Pietro e lo sapeva anche Nausica, che, tuttavia, spesso era gelosa di tutto il tempo che passava dietro al contadino e allora
capitava che provasse a sviare la sua attenzione, che gli dicesse: Facciamoci aiutare da mio padre, o da tua madre!.
Se a volte acconsentiva era per non ferirla, ma sapeva che era una perdita di tempo, che il conte avrebbe fatto un aquilone che si sarebbe spezzato a guardarlo, senza sapere da dove rifarsi, senza sapergli spiegare nulla. Figuriamoci poi sua madre, o suo padre il fattore: Cosa vuoi che ne sappia di aquiloni, io?! gli avrebbero detto, e alla fine anche Nausica avrebbe dovuto accettare l'idea che se ne volevano uno che volasse bene, alto, robusto, se volevano capire come si costruisce un aquilone, dovevano chiederlo a Pietro.
Quel giorno dell'aquilone l'avevano trovato impegnato a tagliare i rami di un salice lungo un piccolo rivolo d'acqua con l'intento di mondarli e intrecciarci una gerla o un paniere.
Gridarono il suo nome.
Pietro si volt e, da sopra la scala poggiata all'alberello, li vide che correvano gi per il campo verso di lui: una farfallina cavolaia lei, vestita di bianco, e un grillo lui, dalle gambette pallide nei calzoni corti. Nausica aveva sette anni, lui otto, Pietro gi trenta e ancora il braccio al collo. La guerra dalla quale si era salvato per miracolo infuriava ai confini. In quei giorni si era conclusa la sesta battaglia dell'Isonzo, i giornali annunciavano la conquista di Gorizia e raccontavano dell'eroica fine di Enrico Toti. Leggendo di quel bersagliere eroico ma irregolare, che aveva voluto combattere a tutti i costi, anche se gli mancava una gamba, Pietro aveva scosso la testa e commentato: Siamo tanti al mondo! Tante teste diverse.
Lui a fare la guerra dei padroni non ci teneva proprio per niente e una volta ferito con un colpo di mitragliatrice al braccio, che adesso non poteva pi raddrizzare, era stato felice di essersi salvato senza aver ammazzato nessuno. Di tornare ai suoi campi e alla sua famiglia.
Mentre ci pensava, il vestito bianco di Nausica bambina che tagliava il campo di corsa sfarfallava divenendo sempre pi vicino. In un baleno i due, affannati per la corsa, arrivarono ai suoi piedi.
Pietro, ci aiutate a fare un aquilone? Come si fa a fare un aquilone? aveva chiesto Nausica prendendo l'iniziativa per non sentirsi esclusa.
L'aria era fresca e Vitaliano chiuse la finestra, ancora assorto nel ricordo di quella volta. Pietro, da cima alla scala, aveva sentenziato bonariamente: Vu fareste perdere tempo a Cristo!. Ma intanto i suoi occhi erano gi sull'aquilone che Vitaliano bambino teneva fra le mani. Rimise le forbici da pota nel corno di bue cavo che teneva fissato alla cintura, scese, appoggi il mazzo di vinchi a terra e tese la mano grande. Era giovane allora, con tutti i capelli, e gli occhi grigi gi venati dalla malinconia di ci che aveva dovuto vedere in guerra e nella vita.
Vitaliano pose il loro piccolo, sgangherato aquilone fra le mani di Pietro. Il colono avrebbe fatto di tutto per quel bambino, non ne sapeva nemmeno lui il motivo. Forse ci s'era attaccato perch due anni prima aveva perso il suo primogenito, che gli era morto appena nato. Una disgrazia: una bambina dei Cresti, che era venuta a vederlo, aveva voluto tenerlo in braccio, l'aveva baciato, nessuno aveva notato o dato importanza a due piccoli brufoli che le erano usciti sul collo, e che si grattava. In campagna fra insetti, erbe, rovi, era normale. Invece gi a sera la bambina si era riempita di bolle e le era salita la febbre. Quando avevano capito che si trattava di morbillo avevano pregato che il neonato non l'avesse contratto, ma era stato inutile.
Per Sabina e Pietro era stato un duro colpo. Vitaliano aveva sei anni, anche lui s'era preso la malattia, ma l'aveva superata. Pietro, che gi gli voleva bene, gli s'era affezionato ancora di pi,
aveva iniziato a parlare con il bambino, pensando che Dio glielo avesse mandato per fargli sentire meno la perdita del suo. Un affetto speciale, che era rimasto fra i due anche dopo la nascita di Serafino, il secondo figlio di Pietro, nato da pochi mesi.
Non  male aveva detto loro Pietro per non mortificarli. C'ho pensato tante volte a costruire un aquilone, come quelli che faceva Leonardo da Vinci. L'ho visto in un libro del conte vostro padre. Leonardo studiava gli uccelli perch avrebbe voluto volare anche lui. Ora questo rombo qui a un uccello... voi che dite? Mi pare non ci assomigli un granch.
Lui e Vitaliano risero. Nausica no, disse risentita: Quello di mia cugina che abbiamo fatto volare al mare, aveva questa forma qui e una coda!.
Al mare... al mare per c' un vento diverso da quello che c' qui. E poi per farlo alzare anche al mare occorrerebbe una maggiore superficie, e una struttura un po' meno pesante. Potremmo provare a dividere le canne in piccole striscioline. Oppure potremmo fare una struttura con questi concluse, passando a Vitaliano il mazzo dei vinchi perch lo portasse e prendendo lui la scala sul braccio buono.
Seguit a spiegare mentre risalivano verso casa.
Qui di vento ce n' poco e quando c'  strapazzone, occorrerebbe una struttura leggera, capace di alzarsi con una corsa e di rimanere su a librarsi... adatta a come soffia qui da noi. Voi due l'avete mai visto il falco nel cielo?
Avevano annuito contenti e detto di s.
Potremmo fare come Leonardo... copiare il falco, che ne dite?
Pietro aveva nel fienile una parte del suo laboratorio ricolmo di dime, distanziatori e strumenti dal sapore leonardesco che si era costruito da s, per lavorare i vinchi. Con quelli riusciva a fare
di tutto: panieri con il coperchio, gerle, vesti alle damigiane, carrozzerie finemente intrecciate per proteggere e nascondere ingranaggi e leve delle sue macchine prodigiose. Un mondo fatato nel quale intrufolarsi, fra tutti quegli attrezzi e quei mazzi di baffi vegetali da lui raccolti e ripuliti: matasse di vitalbe per fare le bruscole da ulive, olivastro, talli d'olivo grigio, "sardo", cio salice, rosso con la buccia e bianco perch sbucciato. Uno spettacolo di colori che dava vita a oggetti variopinti, robusti e bellissimi, dall'intreccio fine e complicatissimo. Bastava metterli a mollo nelle grandi tinozze d'acqua e tornavano morbidi, malleabili, lavorabili.
Quella volta l Pietro disse loro di andare sul terrazzo della villa, prendere il binocolo del conte, non puntarlo mai verso il sole se non volevano farsi male agli occhi, e aspettare che un falco comparisse alto nel cielo, che si librasse sulle loro teste per osservarlo e disegnarlo. Solo poi avrebbero fatto l'aquilone, dopo aver capito il falco.
S, vai a piglialo il falco. Mica si pu stare ad aspettare chi non viene! si era lamentato Vitaliano.
Cos , fagianino. La gattina frettolosa fece i gattini ciechi. Volete che voli o no?
Ma perch non ce lo fai tu e basta? domand Nausica.
Pietro la guard quasi meravigliato, poi si abbass per fissarla nei grandi occhi nocciola e le rispose: Perch la pappa scodellata alla lunga 'un sa di nulla. Quello che farete voi sar molto pi bello, contessina, voler pi alto e vi far pi felici. Altrimenti tanto valeva lo faceste comperare gi fatto a Firenze dal conte, non vi pare?.
Nausica arross e abbass gli occhi, poi gli si gett al collo e lo baci sulla guancia. Vitaliano la tir via per un braccio, geloso, non sapeva nemmeno lui di chi, forse di tutti e due. Pietro aveva trentanni allora ed era un bel giovanotto.
Andiamo a cercare questo falco, o no? domand stizzito a Nausica.
Andate, andate! disse Pietro, ridendosela.
Ce ne volle di tempo e di pazienza quell'estate. Pian piano Pietro aveva insegnato loro a intrecciare, legare e dar forma ai vimini e alla fine avevano costruito una specie di grande pipistrello ricoperto dalla seta rossa, fine e resistente, che il conte aveva fatto comperare a Firenze.
Non era proprio uguale ai loro disegni, Pietro ci aveva messo del suo e fatto qualche modifica. La cosa insolita era che i fili e i rocchetti erano due e occorreva tenerne uno per mano. Di certo un aquilone cos non s'era mai visto prima, ma aveva volato eccome, fra le loro risa e il loro entusiasmo e gli applausi del conte e della servit. In una giornata di vento quieto Vitaliano aveva corso nel campo con Nausica dietro e il grande pipistrello si era alzato.
Dagli filo! Dagli filo! aveva urlato Pietro e poco dopo nell'azzurro limpido si era librato quel falco artificiale, adatto a quel cielo e a quel vento. Era stato cos bello, era il primo volo che avevano fatto insieme lui e Nausica.
Era fatto cos Pietro, ecco come l'aveva fregato e aveva condizionato tutta la sua vita: non dandogli mai le risposte, facendogli sempre solo domande.
Era in vena di ricordi. Di cercare la radice dell'inizio di tutto, della sua passione per i casi da risolvere e del suo amore per Nausica. Gli torn in mente di quella volta che suo padre aveva posato l'orologio buono sulla fontana per lavarsi le mani con il sapone e l'aveva dimenticato. Quando se n'era accorto ed era tornato a prenderlo non l'aveva pi trovato.
Allora, dato per scontato che nessuno dei suoi coloni si sarebbe tenuto l'orologio del fattore, aveva radunato tutti gli operai
venuti a giornata nell'aia di fronte alla casa di Pietro e aveva detto: Ieri mattina mi sono tolto l'orologio per insaponare e lavare le mani l alla fontana, l'ho scordato e non ce l'ho ritrovato. Chi l'avesse preso  pregato di ridarmelo perch ci tengo.
Doveva essere stato addirittura poco prima che partisse per la guerra, o forse no, non ricordava bene. Pietro, seduto sulla porta di casa, con Vitaliano attaccato ai pantaloni, assisteva alla scena. A un certo punto gli aveva sussurrato: Io lo so chi l'ha preso, e tu?.
No, l'hai preso tu?
No. Certo che no.
E allora come fai a saperlo?
Perch ragiono e ho gli occhi per guardare. Se usi gli occhi e la testa lo saprai anche tu.
Ora vi chiedo di rendermelo... Ha un valore, anche affettivo seguit il padre. Facciamo che entrate uno alla volta in capanna e se l'avete preso voi lo mettete sotto a un secchio che ho messo al centro. Se non l'avete preso non importa nemmeno che alziate il secchio, contate fino a dieci e riuscite! ordin il fattore.
Pietro sorrise: Non l'ha pensata mica male i' tu' babbo, per cos d per scontato che chi l'ha preso l'abbia ancora e lo porti sempre con s. E poi umilia tutti. Se guardasse chi ha davanti, lo capirebbe chi l'ha preso...  che non guarda.  un buon uomo, i' tu' babbo, un fattore bravo, ma non guarda, come tutti.
Vitaliano non doveva avere ancora compiuto sei anni, si mise a osservare gli operai in piedi di fronte al genitore.
Lo so, dovresti aver guardato anche i giorni prima, per vedere le differenze. Ti do un aiutino, concentrati sulle teste e sui piedi. E tieni a mente la reazione di tutti quando tuo padre dir che sappiamo chi  stato, e si avvi cos verso il fattore, gli parl all'orecchio e questi meravigliato disse: Allora, come non detto, sappiamo chi di voi ha preso l'orologio!.
Gli operai si guardarono l'un l'altro perplessi. Solo uno abbass gli occhi sulle scarpe senza sollevare la testa.
Chi  stato? chiese poi il fattore parlando nell'orecchio a Pietro.
Ma voi l'orologio lo rivolete?
Si capisce!
Allora smascherare il colpevole di fronte a tutti sarebbe il miglior modo per non rivederlo pi. Lasciate fare a me, vi coster qualcosa, ma ve lo riporto.
Come mi coster? Devo anche pagare?
L'orologio ha preso il volo, per recuperarlo dal ricettatore bisogner ridare indietro i soldi, ma una parte sono gi stati spesi... capite?
Io lo rivoglio, non voglio spendere nulla ed esigo che cacciate chi l'ha rubato. Non lo denuncio, ma qui non ce lo voglio pi a lavorare.
Rubato... piuttosto trovato... disse Pietro, sorridendo. Comunque va bene, ci penso io.
Tornato verso Vitalianino gli domand: Allora? Hai capito chi ?.
Vitaliano si accost all'orecchio di Pietro e gli disse indicando il presunto colpevole di nascosto: Quello laggi? Il pi vecchio?.
Bravo fagiano! Tienilo per te per, non lo dire a i' tu' babbo, promesso?
Promesso!
Era cos felice d'aver capito. Si sentiva grande, importante.
Poi Pietro era andato a cercare uno a uno gli operai nella vigna, che quell'aprile stavano impalando, e aveva parlato con tutti tirandoseli in disparte e dando loro disposizioni per il giorno dopo. Cos facendo, quand'era stata la volta di parlare con il "ladro" nessuno c'aveva fatto caso, mentre se avesse parlato solo con lui
tutti avrebbero capito chi fosse. Quella sera, lui e il vecchio operaio agricolo si erano recati insieme in paese. L'orefice dapprima aveva negato, poi aveva tirato fuori l'orologio, preso indietro i pochi soldi pagati per ricettarlo e restituito il maltolto a Pietro, ripetendo per tutto il tempo che non poteva immaginare, che lui era una brava persona... e compagnia cantante.
Contandoli si era lamentato: Ma non sono tutti!.
Preferite essere denunciato per ricettazione e mandare in galera quest'uomo o perdere un po' di denaro? gli aveva chiesto Pietro, serio.
Uscendo, l'anziano operaio in lacrime si era scusato mille volte e l'aveva ringraziato:  che con quelle scarpe a pezzi non potevo andare avanti, perdevano la suola, eran finite e il calzolaio m'aveva detto che non c'era pi nulla da fare. Senza scarpe non posso lavorare, lo capite? Quando ho visto l'orologio l, io che non ho mai rubato nulla in vita mia, ho pensato: ecco un segno del destino! E l'ho preso. Sono andato in citt, l'ho venduto e ho comprato le scarpe da lavoro nuove, che poi da lavoro, quelle ho e basta! Ho fatto un po' di spesa da i' Mannellino e dopo mi son fatto i capelli e la barba, che sembravo un cinghiale da quant'era che....
Lo so, lo so, ho visto le scarpe l'interruppe Pietro. Ho notato anche i capelli e sentito il profumo dell'acqua di Colonia.
A te 'un ti sfugge nulla, Pietro. Tu sei un bravo ragazzo. Grazie di non avermi sputtanato. Io da quando ho perso la Giuseppina, con l'et che ho, duro fatica ad andare avanti. Immagino che 'un tu mi richiami pi, ora, dopo icch gl' successo... lo capisco...
T'aspetto domani... disse Pietro, serio. C' da impalare la vigna nuova. Non me ne fa' pentire per. Se ti manca qualcosa, chiedi e... sporcati un po' codeste scarpe con del fango per piacere, che cos mi fanno invidia! rise.
L'altro lo ringrazi mille volte. Tutte cose che Pietro gli raccont, nonostante i suoi sei anni, quando gli rese l'orologio da portare a suo padre. Gli aveva sempre parlato come a un adulto. Un altro dei loro tanti segreti, delle cose che lui e Pietro avevano capito e non avrebbero mai detto a nessuno. Quante altre ce n'erano state negli anni successivi, quanti "casi" avevano risolto insieme e quanto aveva imparato lui sotto la guida di Pietro. Il mistero dell'uva passa e del merlo, il fattaccio con la cattura dell'assassino, e tanti altri: per forza doveva finire commissario. La colpa era di Pietro, che poi non era nemmeno stato contento e aveva fatto di tutto per portarlo dalla sua parte, per fargli capire cos'era davvero il fascismo.
Cos adesso era un commissario di pubblica sicurezza, ma oramai, inevitabilmente, anche una spia, una specie di talpa, e, come se non bastasse, per ironia della sorte, l'amante clandestino della donna che amava da tutta la vita e che avrebbe tanto voluto sposare. Questo soprattutto lo preoccupava, perch sapeva di essere in pericolo, sapeva che sin da bambino era pronto a tutto per avere Nausica e che anche quel giorno sarebbe stato disposto a fare qualsiasi cosa per lei, perfino una sciocchezza che gli sarebbe potuta costare cara. Guard l'amata ancora una volta mentre fuori iniziava ad albeggiare. Com'era bella. Senza rendersene conto aveva passato l'intera notte a rimuginare e a rincorrere i ricordi, a pensare al suo destino e alla sua vita. La gelosia lo divorava. Al solo pensiero che lei dovesse sposare un altro per risolvere i casini che aveva combinato il conte il sangue gli saliva alla testa.
Quando scesero nella saletta delle colazioni, la proprietaria and loro incontro con uno splendido sorriso e porse a Vitaliano un vassoio argentato. Questi, intontito dalla notte in bianco, stremato dall'amore del giorno prima, la guard senza capire.
Un telegramma per voi, signor commissario!
Vitaliano ringrazi e lo prese, mentre la donna con una punta di malizia chiedeva a Nausica se avessero dormito bene. Lei sembrava una rosa da com'era fresca e sorridente. Vitaliano la sent rispondere: Splendidamente!, mentre spiegava il foglio dopo aver strappato il talloncino rosso con scritto urgenza.
regia questura firenze
= NOTO ARTISTA TROVATO MORTO IN REGIO ISTITUTO D'ARTE PORTA ROMANA = SOSPETTO OMICIDIO = PRESSIONI DA ROMA = ORDINO RIENTRARE URGENTEMENTE = COMMISSARIO CAPO MARANGON =
Imprec fra i denti pentendosi all'istante di aver lasciato l'indirizzo della pensione al Cuccuma. I suoi occhi sfilarono sul marchio "AGIP carburanti" e seguitarono a leggere ogni pi piccola scritta nell'assurda speranza di trovare un contrordine nascosto tra la pubblicit.
Il consiglio di galateo a fondo pagina risuon nella sua testa come una presa in giro:
Se dovete partire non dimenticate di portare con voi UNA SCATOLA DI DOLCI.
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Capitolo 2.
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Laonde si conosce che coloro che si dolgono, che non sono n in tutto n in parte rimunerati dalla fortuna e da gli uomini, dando la colpa che ella  nemica della virt, se vogliono sanamente riconoscere se medesimi, e si venga a merito per merito, si troverr che e' non l'aranno conseguito pi per proprio difetto e mala natura loro, che per colpa di quelli.
Cos scrive il Vasari a proposito del grande Andrea del Sarto. Inutile lagnarsi della propria sfortuna, che non  colpa degli altri ma della propria mala natura. L'ho sempre tenuto a mente. Ho smesso di lagnarmi tanti anni fa della mia mala natura, e meno che mai sarei aduso al farlo adesso che la primavera impazza e la gloria dell'opera mia viene, in qualche modo, riconosciuta dagli uomini.
Ho sempre creduto che il buio possa generare la luce, avere dentro di s un fulgore abbagliante, come una stella nel cielo notturno. Che l'uno non esista senza l'altra. Giacch cos' la bellezza se non una forma di crudelt capace di distruggere chi la possiede? E io, sedotto da quella dea crudele, apostolo d'un culto inarrivabile, fin da bambino ho lavorato per farla uscire, sgorgare dalle mie mani, come l'acqua limpida e sublime, sprizzante di vita e di ristoro, zampilla da un orribile mascherone di pietra lavica deturpato dal muschio. E non  forse anche quello in qualche modo bello ? Non sono
forse belle e in qualche modo sublimi le terribili figure grottesche di Romolo del Tadda, nel loro spaventoso contorcersi, nell'espressioni orribili e armoniche insieme, che ci fanno sussultare pi di quanto non ci accada di fronte alla misurata bellezza della Venere di Milo.
Quante volte li ho ritratti nel giardino, e con loro ho ritratto Venere, Apollo, Tindaro, Cerere... e perfino gli alberi e i fiori. Ho forgiato la mia natura alla disciplina, al disegno che era dote mia, l'unico dono concessomi dall'avara sorte. Tutto  andato come doveva andare, lavoro e fame di bellezza, della crudele bellezza del mondo che pi d'ogni altra cosa m'appaga e mi tiene in vita. Ho cercato la mia musa fino a scovarla, lei divina fra donne mortali. Ho creduto al ricamo pregiato delle sue orecchie d'alabastro sapendo che, come scrive l'orribile poeta nel suo Zibaldone, una condanna gravava su di me inalienabile, dal momento che chicchessia  costretto a desiderare che la virt non sia senza qualche ornamento esteriore, e trovandonela nuda affatto, s'attrista, e per forza di natura che nessuna sapienza pu vincere, quasi non ha coraggio d'amare quel virtuoso in cui niente  bello fuorch l'anima.
Mai mi sarei sognato di rivelarmi a te, di chiederti l'amore a me negato, ma la vita mia era colma dell'essere tuo, mi bastava guardarti, ritrarti, tentare di capire fino infondo l'essenza di siffatto miracolo per essere pago, felice come uno scarafaggio che dal suo buco nella terra sporga la testa per rimirar la luna.
S, Io venia pien d'angoscia a rimirarti scriveva il mio poeta e fratello. Ma, al contrario, rimirare tanta bellezza aveva su di me il potere di disperder l'angoscia e farmi sentire felice e vivo... Vivo!
E invece, neanche questo spiraglio di gioia, di consolazione, doveva essermi lasciato di godere.
Improvvisamente tu, musa mia, ti sei tolta la vita, quasi percepissi d'essere oggetto della mia attenzione e non lo gradissi a tal punto. Cos, oltre lo spiraglio della mia tana, il mondo si  fatto pi
crudele e ha perso forma. I miei occhi sono secchi di lacrime, la mia mano trema incapace di disegnare alcunch se non il ricordo di te, Corinne, che gi pi non sei. Tu, la bella Corinne dalle forme perfette, dal sorriso buono, giaci nella terra, e gi l'immacolato pallore delle tue carni  deturpato dai vermi, gli occhi molli sono precipitati nelle orbite e la bellezza perfetta del tuo profilo si  mutata nell'orrore di un teschio che ride.
Come pu un artista sopravvivere alla scomparsa della propria musa? Quale primavera, quale canto di uccelli o fiorire di primule potr mai lenire il dolore dell'animo mio? Quanto pi saggio sarebbe stato morire nel freddo inverno per te che hai deciso di andartene, come tutte le cose belle, troppo prima del tempo, sottraendo le tue carni all'oltraggio dei giorni che passano. O mia musa! Quale angoscia, quale trauma ti ha spinta a una scelta tanto crudele? Quale offesa t'ha oltraggiata? Possa io raggiungerti il prima possibile o trovare la forza di togliermi a mia volta la vita per cercarti nell'Ade come Orfeo, ma senza pi corpo mortale, nell'uguaglianza che rende ogni anima luce e bellezza dimentica dell'involucro del corpo e del giudizio degli uomini.
Da allora non faccio che chiedermi perch, perch l'hai fatto? Chi ti ha fatto tanto male, Corinne? Se solo l'intuissi, lo capissi, la mia vendetta sarebbe implacabile, gioia mia... im-pla-ca-bi-le. Ma nessuno pi parla di te, tutti resi muti dall'impossibilit di capire cosa ti abbia spinta a compiere l'insano gesto. Solo il dolore ammanta le nostre lacrime offuscando ogni ragione.
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Capitolo 3.
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Pietro usc di casa con indosso la camicia buona, la giacca sotto braccio e il cappello in mano. Era triste, pensieroso. Alz la testa e guard verso la villa: una sorta di castello, con i suoi merli e il suo bastione inondati dal sole. Intorno la campagna fioriva e nei profumi dell'aria tiepida la primavera allestiva il suo grande spettacolo: ogni germoglio sbocciava, esplodeva in uno sprizzo di colore e di bellezza. Farfalle, calabroni, api e piccoli insetti trasformavano ogni ciglio fiorito in un mercato, un'orgia d'abbondanza, fatta di ronzii indaffarati. In quell'aprile del 1938 i lavori da fare in campagna, nel frutteto, nell'uliveto e nell'orto erano tanti. L'erba che cresce va tagliata, i rovi devono essere tenuti a bada o ti invadono i campi, e c'era da seminare un po' di granturco per i polli e curare le arnie delle api. Per non parlare della stazione di monta, con i suoi tori e il suo verro tanto richiesti, che quando poteva preferiva gestire lui personalmente, sebbene avesse il braccio impedito, per non far rischiare i figli. Troppe cose da fare, troppa terra per cos pochi uomini, e lui lo sapeva. Di male in peggio: Serafino era partito militare e adesso si trovava a Roma, nonostante l'avessero, vai a sapere poi perch, arruolato negli Alpini.
Aveva scritto al conte per pregare di farlo avvicinare a Firenze da uno dei suoi amici generali, ma non aveva ricevuto risposta e
niente era accaduto. Presto sarebbe stato richiamato anche Pacifico, e quindi, con tutte quelle figlie, a curare e presidiare il podere, che era grande e florido, sarebbero rimasti solo due uomini: lui e suo fratello Bastiano, che era zoppo e non c'aveva mai avuto voglia di lavorare. Il gatto e la volpe, il fratello sciancato e lui con
lo zampino morsicato da quel Pinocchio dispettoso che era stata la guerra.
Entrambi avevano gi superato i cinquanta. C'era anche Placido, che aveva sedici anni, ma che lui voleva far continuare a studiare a tutti i costi. Se almeno fossero rimasti in famiglia i suoi fratelli Angelo e Gigi, se avessero avuto dei figli anche loro e unito le forze con lui, allora s che avrebbero avuto una bella squadra, ma quelli se n'erano scappati in America e, forse, dopotutto, l'avevano indovinata. Inutile pensarci: la Storia non si fa con i se e con i ma.
Aveva dormito poco, pensando a come salvare e tenere il podere, e ai suoi figli che partivano soldati proprio adesso che Mussolini e Hitler stavano rafforzando la loro alleanza e sembravano avere una gran voglia di fare la guerra. Nel luglio dell'anno prima
il Giappone aveva invaso la Cina e in marzo Hitler aveva annesso l'Austria: non ci voleva un genio per capire che alla prossima mossa del Baffino Francia e Inghilterra non sarebbero certo rimaste a guardare.
Da febbraio a Firenze si lavorava per prepararsi all'annunciato arrivo di Hitler, che, conclusasi la sua visita della capitale, sarebbe stato accolto il 9 di maggio dalla citt del Rinascimento. Vitaliano aveva sentito dire in questura che probabilmente i due dittatori avrebbero sfilato insieme fra la folla su un'auto scoperta e parlato dal balcone di Palazzo Vecchio. Tutte immagini che Pietro non riusciva pi a togliersi dalla testa. Notizie a cui lui non riusciva a credere. Quando l'aveva saputo non aveva potuto fare
a meno di pensare a padre Giacomo, e a che grande occasione fosse quella per schiacciare la testa del serpente.
Ma quella mattina Pietro era prima di tutto un contadino e aveva altro a cui pensare: un'idea da presentare al conte e al nuovo fattore. Lui stesso aveva chiesto un appuntamento, che gli era stato concesso per le nove di quel giorno nello studiolo, alla villa. Era dal funerale del fattore che non vedeva il conte. In quell'occasione il titolato aveva pianto come un bambino, forse percependo che con quella morte finiva un'epoca, spariva un mondo, e che anche lui non sarebbe stato eterno, che tutto intorno a loro le cose stavano cambiando troppo velocemente.
Quella mattina, Pietro, con la sua richiesta, si giocava il tutto per tutto, e lo sapeva. Non poteva continuare ad assumere operai a giornata per farsi aiutare, non cos tanti almeno, non erano pi i vecchi tempi, quando si potevano permettere questo e altro. Se avesse perso il podere i Bensi sarebbero caduti in disgrazia, lui e le donne di certo non ne avrebbero trovato un altro, e questo non poteva permetterlo. Quello era il suo podere, la sua casa, la sua terra. Il nuovo fattore l'aveva incontrato appena, quando un impiegato della fattoria glielo aveva presentato e... be', dire che non gli era piaciuto... era poco.
Il Ettore Pianigiani, vestito come un proprietario terriero, con gli stivali all'americana, la giacca di lino, il cappello di paglia di Firenze e l'elegante panciotto dal quale pendeva la catena dell'orologio, non l'aveva nemmeno guardato negli occhi, seguitando a discutere con il segretario del conte che gli mostrava la stazione di monta. Quando Pietro aveva teso la mano per presentarsi, lui aveva fatto finta di non vedere e non aveva tolto le dita dagli occhielli del panciotto continuando a guardarsi intorno come se fosse gi stato il padrone di tutto. Pietro aveva imparato a giudicare gli uomini da queste piccole cose, e no, il tipo non gli
era proprio piaciuto e da lui non s'attendeva nulla di buono, nessuna comprensione.
Prima di salire alla villa si ferm a salutare la madre di Vitaliano per chiederle se avesse bisogno di qualcosa. Buss e la donna si affacci alla finestra.
Salite Pietro che vi faccio un caff!
Non posso, il conte mi aspetta alla villa con il nuovo fattore. Come state? Avete bisogno di qualcosa?
Grazie, semmai dopo vado da Sabina e mi faccio dare due uova per fare una frittata. Per il resto bene. Se non fosse che mi sento un po' sola senza il mio brontolone. Sono sempre al cimitero a sistemargli la tomba disse, e gli occhi le divennero lucidi.
Ci manca a tutti il signor fattore... Ora pi che mai... ammise Pietro.
Grazie. E poi anche da mangiare, non so pi per chi farlo... Vitaliano  sempre a Firenze. Almeno avesse fatto anche lui il fattore e fosse rimasto qui!
Pietro abbass la testa, quella frase innocente risuonava dentro di lui come un rimprovero. L'avesse lasciato in pace quel bambino, l'avesse scacciato invece che riempirgli la testa di domande, forse oggi sarebbe stato davvero un buon fattore. Di certo migliore di quello che andava a incontrare.
Forza e coraggio, tra poco  maggio! mormor fra s, rammentando quello stupido adagio popolare, che non voleva dire proprio nulla. Salut ancora la donna e poi si avvi, controllando di aver messo in tasca il librettino che gli serviva per il colloquio con il conte: ce l'aveva.
Come al solito venne ad aprire la ragazzina dai capelli rossi che era cresciuta, aveva un po' perso l'aria da bimba e acquisito una certa eleganza. La volpina lo salut con un sorriso e un inchino: il collo lungo, le guance non pi paffute, i capelli ramati e lucenti sugli occhi verdi. Da selvatica che era s'era fatta caruccia.
Pietro ebbe un moto di tenerezza per quella bambina che piano piano stava sbocciando insieme ai fiori della primavera. Le carezz la testa. Come stai, Claretta?
Lei lo guard e rispose: Bene, signor Pietro, e voi?.
Mentre lo domandava si avvide che gli occhi del colono si erano fatti brillanti.
Bene, grazie. Mi raccomando, Claretta, fai la brava... sei una signoria adesso! Se qualcuno ti d fastidio, o ti manca di rispetto, vieni a dirmelo, intesi?
La ragazzina annu. Dopotutto forse anche cos, senza la famiglia vicina, costretta a fare la cameriera lontano da casa, qualcuno che le voleva bene c'era. Di sicuro Pietro e la vecchia Ines, che comandava tutte le donne del personale alla villa, per esempio. Loro tenevano a lei, ne era certa, ma non capiva il perch della commozione di Pietro che gli era sempre sembrato forte, deciso, tutto d'un pezzo, davvero come una pietra.
Lo vide spingere la porta. Un passo e il colono si trov con il cappello in mano al cospetto del conte, che sedeva dietro la scrivania, e del fattore, che si era accomodato in una poltrona al suo fianco e reggeva dei registri contabili sulle gambe accavallate.
L'uomo lo studiava con una certa impudenza, ma Pietro non gli bad, la sua attenzione era tutta per il conte, che adesso l'invitava a entrare. Non l'aveva mai visto cos: era pallido, appesantito, gonfio in volto e con due occhiaie notevoli, come se anche lui non avesse dormito granch.
Buongiorno, Pietro. Accomodatevi, siamo qui a fare il punto della situazione. Sono contento che abbiate richiesto questo colloquio. Altrimenti vi avrei convocato io stesso, anche per accordarsi con il nuovo fattore, che ha studiato la situazione del podere, i libri contabili, il rendimento... il conte incespic e si aggiust due fili di capelli che dalla divisa imbrillantinata gli erano caduti sugli occhiali. Insomma, per parlare un po' di tutto... e dei cambiamenti che occorrer fare...
Pietro sent un brivido a quelle parole, che il titolato aveva pronunciato senza alzare gli occhi dalla scrivania, continuando a sistemare nervosamente dei documenti. Il colono not che contrariamente al solito aveva i baffi con le punte storte, arricciati e impomatati male, come di fretta.
Non so... domand il conte, sollevando finalmente gli occhi su di lui. Volete prima dire voi, Pietro, o sentiamo prima il fat...?
La mia richiesta, signor conte,  presto detta cominci Pietro. Dal momento che l'altro lasciava a lui la scelta, tanto valeva giocare d'anticipo. Purtroppo, con la chiamata alla leva di Serafino, che come vi scrivevo per lettera  a Roma, e il prossimo anno di Pacifico, come uomini siamo rimasti io, mio fratello e Placido, che non ha nemmeno compiuto sedici anni, ma che vorrei mandare a studiare a Firenze. Questo ci costringe a ricorrere agli operai a giornata, ai braccianti, in una misura che diventa difficile sostenere. Io ho una famiglia da mantenere, e oltre che alla vigna e al grano, alla stazione di monta e alle bestie, devo trovare il modo di pensare anche all'orto, al frutteto, ai polli e ai conigli, alle api, a ci che ci sfama e ci fa andare avanti. Ma presto sar da solo, con mio fratello... insomma, solo noi due e il ragazzino il fine settimana, anche se lavorano nei campi pure Ipazia e Mariannina, che non sono uomini e sono giovani.
Mentre parlava il fattore annuiva con un mezzo sorriso sotto i baffi rossicci e teneva gli occhi azzurri e divertiti su di lui. Come se a ogni parola dicesse con il movimento della testa che quel che Pietro diceva era giusto, e che lui era d'accordo su tutto. Pietro aveva notato sin dal loro primo incontro la spilletta del partito
che portava sul bavero della giacca leggera. Aveva anche chiesto notizie ad alcuni amici sul suo conto, ma ancora non aveva ricevuto risposta. Per saperne di pi sarebbe dovuto andare un venerd al ritrovo dei fattori in Piazza della Signoria, in occasione del mercato.
L'anno precedente quell'atteggiamento l'avrebbe irritato, il lupo dentro di lui avrebbe sollevato la testa facendogli serrare la mascella, ma non quel giorno, non pi. Padre Giacomo gli aveva insegnato come tenere a bada la sua rabbia e lui era tornato quello di sempre, paziente, riflessivo, abile a evitare le trappole in cui fa incorrere un sangue troppo caldo. Cos respir, fingendo una serenit che non provava, e continu a esporre la questione guardando solo il conte: E poi c' la manutenzione della viabilit poderale, e degli edifici. Ci vorrebbero dei sistemi di irrigazione pi moderni e con l'autunno ci sar da arare i campi. Io con i buoi e questo braccio, da solo, non ce la posso fare a star dietro a tutto, a meno che....
A meno che? domand il titolato.
Pietro tir fuori dalla tasca un librettino piegato in due e lo apr poggiandolo sulla scrivania di fronte agli occhi del conte. Questi lo prese, si aggiust meglio gli occhiali e lesse a voce alta: Officine meccaniche Giovanni Landini e figli, "Fabbrico Reggio Emilia, SuperLandini"....
Udendolo, il fattore esplose in una bella risata. Il conte lo guard perplesso, poi spost gli occhi su Pietro in cerca d'aiuto, dal momento che ancora non aveva capito di cosa si trattasse. Tanto pi che gli stava venendo anche mal di testa.
Un trattore, signor conte, il SuperLandini a testa calda, una meraviglia della meccanica, un mezzo potentissimo, capace di arare un campo in un baleno.
E quanto costa? domand lui basito.
Pietro volt pagina e indic il prezzo, senza osare di pronunciare la cifra: trentaquattromila lire.
Il conte lo guard con tanto d'occhi e fischi scuotendo la testa.
Purtroppo, caro Pietro, non  proprio il momento... avrebbe voluto dire, ma non era il caso di farlo di fronte all'altro e di condividere i suoi problemi con un colono, per quanto caro e geniale.
Allora il fattore si sedette meglio sulla poltrona, drizz la schiena e prese la parola: Signor conte, voi mi avete assunto, la tenuta  molto bella, i poderi, questo e gli altri, anche, e ho accettato volentieri. Ho preso visione di tutto, dei campi, delle vigne, dei libri contabili, del sistema di lavoro... Ho visto come trattate i contadini e come lavorava il mio predecessore, il fattore Draghi buon'anima, che era appunto uno della vecchia scuola. Bravo, per carit, ma appartenente a un altro mondo. Qui, se volete far fruttare la terra, bisogna andare avanti, adottare un altro metodo, modernizzarsi, cambiare concezione del lavoro....
Quindi anche a voi il trattore sembra una buona idea? lo interruppe il conte.
No... a dire il vero no. Lasciate che vi spieghi. Perch, come diceva giustamente prima questo onest'uomo, qui c' il podere ma non c' pi chi lo lavora. Per ora, con il vecchio sistema, grazie all'avvento del fascismo che ha un po' sedato le richieste esose dei braccianti e degli operai agricoli, la vostra fattoria cos organizzata ha tirato avanti, ma, scusate se ve lo dico, qui tutto  pensato per fare il comodo dei mezzadri e non il vostro. Addirittura si parla di far studiare i figli dei contadini, e poi il podere chi lo mander avanti?
S'interruppe per riscuotere l'effetto della pausa e guard Pietro soddisfatto. Il tipo ci andava pesante, cercava di fargli saltare i nervi o cos'altro?
Pietro l'ascoltava e intanto si guardava intorno, non dovette
nemmeno sforzarsi di evitare la provocazione, perch la sua attenzione era gi altrove. Guardava il posacenere colmo di mozziconi sulla scrivania del conte, il disordine dello studio e dei documenti accatastati su un tavolinetto alle sue spalle.
Mi sembra che esageriate... sent dire al conte, risentito. Abbiamo sempre avuto dei buoni risultati e i contadini dei miei poderi si aiutano fra loro...
Pietro si mise a osservarlo meglio: i capelli erano sporchi, unti, ma non di brillantina, piuttosto come se ci avesse passato le mani dentro ripetutamente. Poi vide la bottiglia di Stravecchio ammezzata, poggiata sul mobile bar dietro le sue spalle, vicino a un bicchiere vuoto, ma sporco. Uno solo, non due. Non erano ancora le dieci e se anche il fattore aveva bevuto dov'era il suo?
Dipende cosa si intenda per buoni risultati seguit il fattore, mentre lui realizzava cos'era quell'odore dolciastro che aveva sentito nell'aria. Lasciate che, da tecnico quale io sono, vi spieghi. Nel contratto di mezzadria  stabilito chiaramente che tutto il lavoro necessario al podere deve essere fornito dalle famiglie coloniche, e voi invece, soprattutto qui dai Bensi, non fate che pagare giornate a operai che vengono da fuori. In pi di solito si prendono famiglie con tanti maschi adulti e qui sono solo quattro, anzi fra poco appena due e, con tutto il rispetto, invalidi. Il ragazzo ha sedici anni e lo vogliono mandare a studiare, l'altro  sempre dietro a quelle maledette api. In altri vostri poderi non  che siano molti di pi e tutti vogliono fare il loro comodo. Cos  difficile andare avanti. E poi, vorrei vedervi a guidare il trattore Landini con quel braccio, buonuomo! disse indicando Pietro. Ma non gli dette il tempo di ribattere e continu: Qui avete un sacco di donne, e ne prendete anche altre come garzone. Per non parlare della moglie del fattore buonanima, che occupa ancora la casa e mangia anche lei sulla fattoria....
Pietro smise di guardarsi intorno, dette un'occhiata al conte e alz appena la mano per chiedere la parola. Si doveva pur difendere. Ma il conte lo anticip chiedendo con voce impastata: E allora, voi come fareste, cosa proponete?.
Intanto investire in un trattore un sacco di soldi quando i coloni con i buoi possono sbrigare il lavoro come si  sempre fatto  inutile, per non dire sconsiderato. Altrimenti a che servono i contadini, e i buoi? Io poi dove c' collina preferisco addirittura che i contadini usino la vanga all'aratro, perch, anche l'aratro cosiddetto minimo, rischia di rovesciare la terra immediatamente sopra i muretti a retta. Ma il vero problema  strutturale. Le moderne tecniche di gestione ci dicono che tutta questa differenziazione delle coltivazioni  una gran perdita di tempo. I vostri colleghi titolati ricorrono a famiglie numerose, con tanti uomini, e fanno dei bei soldoni. Produrre troppe cose  irrazionale: grano, vino e olio! Il resto - orto, frutteto, girasole, una manciata di mais -  tutto tempo perso. Per non parlare di quello buttato dietro alle arnie. Bisogna superare l'impostazione a podere, unirne pi di uno e andare verso la creazione di aziende che producano, come fanno in America!
Pietro strinse la tesa del cappello fra le mani, cont fino a cinque e respir, cercando di non cedere alla provocazione. Sapeva che in teoria, da un punto di vista produttivo, il fattore aveva ragione. Era perfino avanti, almeno a discorsi. Doveva averne lette di riviste, forse anche straniere. Non era un avversario da poco e si confermava animato dalle peggiori intenzioni. Ma lui sapeva anche che quella non era l'America: era un sistema ancora feudale, che permetteva al nobile di guadagnare e alle famiglie di sostentarsi appena grazie all'autoproduzione dei beni di prima necessit. Erano argomenti dei quali i contadini discutevano di continuo e ogni volta che lo facevano quei pochi che possedevano un pezzo di terra tiravano fuori la parola cooperativa. Lui, purtroppo, non era fra quelli.
Il conte fece segno a Pietro dandogli cos il permesso di parlare. Lui prese aria. Se voleva vincere doveva mantenersi calmo e non pensare a quel che aveva visto e lo preoccupava davvero, ben pi del fattore e dei suoi discorsi. Sapeva anche che la mossa dell'altro sulla scacchiera era uno scacco al re, e che ora toccava a lui tentare una difesa per s e i contadini degli altri poderi. Era ormai certo per che, oltre al fattore nuovo, ci fosse qualcos'altro che non andava, qualcosa di pi grave.
Signor conte, signor fattore, cerchiamo di vedere le cose come stanno. Intanto vorrei far presente che questa fattoria  anche una stazione di monta taurina, l'idea  stata del conte disse, anche se in realt era stata sua. E ci ha fruttato e ci frutta tuttora molto bene, per richiede tanta fatica e accortezze che non si possono acquisire dall'oggi al domani. Fate muovere i tori a dei contadini inesperti e vediamo che fine fanno. Detto ci, le donne in casa mia le lavoran tutte, perfino la Mariannina dopo la scuola, anche nei campi. Lo stesso  per gli altri poderi, ma restiamo a noi e lasciamo perdere, vi prego, la signora Draghi. Signor fattore, mi meraviglio di quanto avete detto. Lei ha speso con suo marito, il compianto fattore Draghi, la vita al servizio del conte e dei suoi poderi, e non credo che una casa occupata e una manciata di minestra possano esserle negati. Non dal conte qui presente, per come lo conosco. Perch gli interessi sono importanti, ma un uomo si misura anche dalla sua umanit e riconoscenza, e io quando incontro il conte mi tolgo il cappello, non tanto perch  nobile o perch  il padrone, ma per la persona che ! Una donna gi quasi anziana, che spesa sar mai?  vero che occupa la casa del fattore, ma stanze ce ne sono tante, anche nei poderi vicini, troverete dove dormire, non dubitate.
Che c'entra borbott l'altro risentito. Si capisce, non dicevo per me, era per dire... chiarire la situazione...
Il conte annu, sorrise d'un sorriso amaro delle lusinghe di Pietro che aveva parlato guardandolo negli occhi. Appariva pallido, si pass una mano sul viso e volt un istante la testa verso il bicchiere alle sue spalle, poi si accese una sigaretta, senza preoccuparsi di usare il bocchino. Non sembrava nemmeno pi lui, ma una sorta di suo gemello dissoluto, venuto a sostituirlo per qualche assurdo motivo, come in una commedia degli equivoci.
Anche dal vino, dall'olio e dal grano abbiamo sempre tratto dei buoni profitti. Lo stesso posso dire delle fattorie vicine, perch fra contadini ci parliamo e sono tutti contenti riprese Pietro, soddisfatto di vedere che i nervi adesso stavano cedendo al fattore.  interesse prima di tutto nostro, come mezzadri, che sia cos. Per bisogna anche campare, dare da mangiare alle bestie, fare l'orto, avere della frutta e degli animali da cortile, e il miele per i bambini e per la tavola nostra e del conte, oltre a qualche cosa da vendere. Con la pappa reale e la propoli di Pacifico il conte si  sgabellato da una brutta bronchite lo scorso inverno. Insomma, ci vogliono tante cose in una famiglia.  sempre stato cos e non  certo il massimo per chi lavora, ma non mi lamento: se ci si d da fare e il podere  buono, se il padrone  giusto, c' + di che campare e far crescere i figli e avanza anche qualcosa.  un modo ancora feudale: il signore mette la terra e il colono il suo lavoro, l'obbligo di stare nel podere e mantenerlo curato. Siccome il conte ha pi di una fattoria e di una famiglia di mezzadri al suo servizio, la met dei raccolti lo rende ricco e pu mantenere il suo tenore di vita, mentre la met di quelli del colono, che non  padrone di nulla, gli consente - ripeto, se il podere  buono - di sopravvivere insieme alla famiglia e magari mandare a studiare un figlio.
Queste cose le sappiamo... andate avanti disse il conte, esasperato da altri pensieri, e spense la sigaretta appena iniziata schiacciandola nel posacenere.
Ora, se volete fare la grande azienda all'americana, bene, ma allora il sistema a podere della mezzadria non funziona pi, perch se non faccio l'orto e non semino il grano perfino in punti in cui ne viene poco, la mia famiglia muore di fame. Non abbiamo il territorio per le coltivazioni dell'America, qui va curato tutto passo passo, nella sua differenza, o si rovina la campagna. Mi spiego? Modernizzazione vuol dire pagare la gestione del podere in modo che la frutta, i polli, il miele e quant'altro il colono non si produce pi da s possa andarli a comperare altrove con i soldi che adesso non ha. Se ad esempio le vacche non si tengono pi, la carne e il latte li produce qualcun altro, allora poi occorrono i soldi per poterli comperare altrove. Ci sono esempi in Emilia di produttori consorziati, e anche di cooperative di piccoli proprietari, l  diverso...
Le cooperative! sbott ironico il fattore. Ce ne sono quattro in Toscana, e puzzano di socialismo lontano un miglio!
Pietro ignor la provocazione e continu: Modernizzare significa grandi investimenti, macchine, trattori, canali d'irrigazione puliti, case salubri, operai pagati come si deve per non farli morire di fame, grandi appezzamenti pianeggianti come in Emilia... Vuol dire avere una politica statale che favorisce di fatto quella terza via che auspicava l'ex ministro Serpieri. Il professore questo, da tecnico, l'aveva capito, prima che la destra agraria lo caccias... cio prima che diventasse rettore, aveva inteso che noi non siamo l'America.
Pftu Serpieri! Buono quello! I vostri sono i soliti discorsi da socialista! sbott il fattore. Intanto, fosse per me, vi metterei alla porta e farei venire un colono con due braccia e tanti figli maschi!
Caro il mio signor fattore rispose Pietro. Io di braccio buono ne ho uno, l'altro l'ho perso in guerra e non per scelta mia, n per difendere i miei interessi. Con uno solo lavoro sempre quanto due contadini interi. Ma non siamo noi e basta in questa situazione di carenza d'omini. I figli maschi, o sono bambini, o fra un po' se li prender tutti Mussolini per fare una qualche guerra, e allora, credete a me, nelle fattorie resteranno unicamente invalidi e vecchi. Per questo motivo un SuperLandini testa calda potrebbe fare la differenza, ed essere un primo passo verso l'automazione del lavoro, oltre a lasciare a me e ai coloni del conte il tempo per fare tante altre cose nei poderi e alla fattoria. Potrei continuare a occuparmi della stazione di monta. Un figlio del Bartalesi sar di sicuro riformato,  giovane, ha due braccia buone, pu guidare il trattore. Potremmo usarlo per tutte le fattorie e liberare mano d'opera, perfino farlo lavorare per conto terzi e ricavarne profitti. Volete cambiare il sistema, essere moderni, ma agli schiavi che non costano nulla e ai buoi non volete rinunciare! Seppe, mentre le pronunciava, che quelle ultime parole erano un errore, che aveva parlato troppo.
Via Pietro, ma quali schiavi! Io schiavi non ne ho mai avuti farfugli il conte. Vi ho sempre trattato bene...
E, infatti, non dicevo di voi, parlavo al signor fattore qui presente. Per certi cambiamenti ci vuole tempo e il clima giusto, il fascismo non va d'accordo con il capitalismo, o sbaglio? Il ruralismo, la tecnica, le migliorie, le bonifiche, tutte cose belle, ma vanno portate avanti senza distruggere i terreni e il tessuto culturale e sociale. I padroni sono i primi ad aver fatto resistenza a Serpieri. Al di l della propaganda che fa il governo, sono gi tanti, troppi, i contadini che stanno scappando in citt, lo sapete o no? Volete ridurci la grandezza del podere, perch i figli partono soldati, e a chi lo date? Non  lo stesso anche per i Bartalesi e i Conforti e
tutti gli altri? Altrimenti siamo moderni a discorsi per fare bella figura e antichi di fatto per quel che ci fa comodo!
Adesso si era davvero infervorato. Riusciva a sopportare la stupidit e averne compassione, ma non la malafede quando l'incontrava. Era sempre stato cos.
Il conte era esausto, non aveva nemmeno pi voglia di discutere. Sapeva che Pietro aveva mille ragioni, e usava argomentazioni e parole che nessun altro contadino avrebbe mai saputo usare, ma gli girava la testa. Gi da tempo le cambiali che aveva firmato per ottenere contanti da investire nelle miniere africane e quanto gli era poi capitato con il suo amministratore gli toglievano il sonno. Come, come aveva potuto essere cos coglione?
Il fattore si era innervosito e si tormentava i baffi. Pensava che l'avrebbe avuta vinta facile. Era abituato a contadini che non sapevano n leggere n scrivere, e con quattro chiacchiere li intortava, ma non era stupido. Davvero aveva colto e capito i limiti del sistema, ma non  che volesse cambiarli, gli andava bene la mezzadria e gli sarebbe andata bene fino alla fine dei tempi, ma sapeva anche che i suoi discorsi da reazionario illuminato facevano sempre una grande impressione sui padroni. Non seppe cosa ribattere, il che gli provoc un certo disagio. Non si aspettava una tale dialettica da un contadino.
Le famiglie da appoderare si trovano, si trovano, ne conosco tante... mugugn minaccioso.
Improvvisamente il conte sbott: Comunque per ora lasciamo tutto cos. Ho ben altri problemi, e anche il trattore per adesso deve aspettare, poi si vedr. Vi prego di lasciarmi solo! Con tutti questi discorsi mi avete fatto venire il mal di testa!.
Aveva quasi urlato e si era portato la mano aperta alla fronte prendendo a massaggiarsi le tempie a occhi chiusi con l'indice e
il pollice. Poi li aveva congedati, esausto, perentorio: Buongiorno, signori!.
Pietro chiese permesso, salut e usc, dopo essersi scambiato un'occhiata con il fattore e avervi trovato la medesima perplessit che provava lui. Per le scale si domand cosa potesse preoccupare cos il conte. Ancora la storia dell'amore di Vitaliano per Nausica? O qualcos'altro?
Gi a met della rampa sent che anche il fattore usciva e si chiudeva la porta dietro le spalle. L'uomo lo chiam da cima le scale, mentre lui stava per uscire fuori nel giardino.
Bensi! Aspettatemi per favore, una parola...
Pietro l'attese mettendosi il cappello in testa, in segno di sfida. Camminarono nell'aria profumata, fra le prime rose e le aiuole con le dalie, le zinnie e le petunie in fiore.
Siete un bel tipo, Bensi, per essere un contadino. Scommetto che sapete anche leggere e scrivere.
Certo che s rispose Pietro, fissandolo con i suoi occhi grigi.
E cos' che leggete, ditemi? Marx, Bakunin?
Intanto i bollettini agrari e le statistiche.
Pensate di essere pi furbo e pi intelligente degli altri, vero?
E qui Pietro, anzich abbassare la testa e dire: "No, ci mancherebbe!", non resistette, guard l'uomo e ribatt: Degli altri non so, di voi vedremo!. Una risposta che non era da lui.
Sapete, vero, che vi far cacciare? So ben io chi voglio nei miei poderi. Coloni fascisti, amici, uomini fidati che lavorano grati, non sanno leggere e scrivere e fanno tutto ci che gli dico, rispondono sissignore e riferiscono al conte solo ci che io gli dico di riferire! Li far venire dal Nord o dal grossetano.
Staremo a vedere chi rester e chi se ne andr sentenzi Pietro allungando il passo. Il cuore gli batteva forte, non per quello stupido fattore, ma per lo stato in cui aveva trovato il conte.
Sentiva oscuramente che qualcosa di ben pi terribile era accaduto, qualcosa che metteva in pericolo tutti loro.
L'altro con due falcate l'afferr per il braccio buono e lo trattenne: Questo ve lo posso giurare, villano disse. Eccome, se lo vedremo! Ricordatevi che siete solo un contadino, uno come tanti... un con-ta-di-no!
Pietro si volt e i suoi occhi grigi fissi in quelli azzurri dell'uomo palpitarono in un chiaro monito. Li pos sulla mano che gli teneva il braccio. L'altro percep la minaccia, sent in qualche modo d'essere in pericolo, allent la presa, lo lasci.
Anche di fattori mi risulta ce ne sia pi d'uno! asser Pietro, e continu verso casa, con la testa attraversata da mille pensieri. Non aveva mosso due passi che dalla finestra aperta dello studiolo sopra le loro teste arriv loro lo squillo del telefono.
Il conte affacciandosi lo chiam: Pietro! Venite,  per voi, vi cercano urgentemente da Firenze!.
Il fattore lo guard smarrito. Questa poi! rimugin. Chi diavolo  costui?
Se volete scusarmi, fattore. Sono desiderato al telefono. Buona giornata! disse Pietro, serio e gongolando dentro di s torn indietro verso la villa.
Il fattore rimase a fissarlo e si tolse il cappello per asciugarsi la fronte con il fazzoletto. Per la prima volta pens che forse aveva sbagliato tutto, che quello non era un villano qualunque, ma un avversario temibile e che sarebbe stato un imperdonabile errore sottovalutarlo e continuare a dare la propria vittoria per scontata. Per quello l ci voleva un trattamento particolare, sapeva ben lui quale. Occorreva individuare il suo punto debole, mirare e colpire. Sorrise all'idea. L'aveva gi fatto altre volte, conosceva bene quel punto, era lo stesso per tutti i contadini. Sapeva chi chiamare. Sarebbe stato perfino divertente.
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Capitolo 4.
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Dovete andare subito a Firenze aveva detto il conte passandogli la cornetta del telefono.
Pietro l'aveva presa ascoltando serio quanto avesse da dirgli il suo interlocutore. Poi senza ribattere, senza neanche provare ad avanzare un'obiezione come faceva sempre, prima di riappendere, aveva risposto: Sar l nel primo pomeriggio, commissario. Fuori si vedevano gli alti cipressi dalla parte del grande cancello d'entrata, sulla strada per Tignano. Due passerotti che lottavano in volo, litigando per chiss cosa, passarono nello specchio della finestra.
Il conte era rimasto sorpreso. Fino a pochi minuti prima il suo geniale colono stava facendo l'elenco delle mille cose che c'erano da fare nel podere e si lamentava d'essere a corto di aiuti, e adesso...
Meglio cos, perch se Pietro aveva parlato con il commissario capo Marangon, lui invece no. Il conte, pochi secondi prima che arrivasse Pietro e che il telefono dall'altra parte passasse di mano, si era confrontato direttamente con il questore, che si stava occupando con grande discrezione del suo caso, e a cui in quel momento non era in grado di rifiutare nulla.
Evidentemente anche a Firenze, in questura, avevano compreso il valore di Pietro. Gi sapeva che avrebbe significato vederselo portare via da sotto il naso ogni volta che ci fosse stata una grana, un'indagine difficile o importante. Non era pi Vitaliano adesso a chiedere il suo aiuto, ma, per tramite del questore, il commissario capo Marangon stesso, che nel caso della Certosa aveva capito l'eccezionalit del colono e aveva preso a considerarlo a tutti gli effetti uno della squadra.
Eppure Pietro a quelle indagini non aveva mai partecipato volentieri, vi aveva rischiato la vita a pi riprese e di certo si era ripromesso di starsene fuori da casi e questure. Per poco non l'aveva promesso anche a Sabina che, dopo quel che aveva passato l'ultima volta, era terrorizzata. Il conte stesso l'aveva sentito ribadire pi volte che non era un poliziotto, che non era pagato per quello. E allora perch adesso non opponeva nessuna resistenza? Perch sembrava addirittura ansioso di correre a Firenze?
Era questo che pensava il conte quando Pietro si volt verso di lui, lo guard negli occhi con estrema fermezza, e disse lapidario: Adesso, con il vostro permesso, vado a Firenze, risolvo questo caso e torno. A quel punto mi direte quel che sta succedendo, signor conte, e affronteremo la cosa. Nel frattempo fatemi il piacere di stare lontano da quella bottiglia e di non fumare troppo. I problemi si risolvono, ma pi a fondo andrete adesso e pi faticoso e difficile sar risalire la china dopo. Vi prego, qualsiasi cosa vi sia accaduta, comportatevi da uomo.
In un altro momento il conte si sarebbe offeso per quelle parole, proferitegli da un sottoposto, un semplice contadino, ma si sentiva cos a terra e svuotato di energie che non seppe cosa ribattere. E poi, quello che aveva di fronte, nonostante tutto, non era un semplice contadino.
Ma, Pietro, io... come vi permettete? farfugli, poco convinto.
L'altro fece un cenno con la mano, a scacciare le sue obiezioni: Signor conte, non abbiatevene a male, siamo solo io e voi e sapete che non mi sbaglio. Ho gli occhi per vedere e ci tengo a voi e alla fattoria. I nostri destini sono in un certo qual modo legati... La vita di tutti noi coloni, dei miei figli, della mia nipotina, dei Bartalesi, dei Conforti e delle altre famiglie dipende da voi. Avete una grande responsabilit e non potete lasciarvi andare, si tratti d'amore o di gioco, non potete! Per favore, mettete da parte l'orgoglio e consentitemi di aiutarvi.
Ma che gioco, ma quale amore... Nonostante tutto, per, il conte sorrise all'idea. Magari... mormor. Caro Pietro, il problema  che non vedo davvero come potreste... Per quanto intelligente e brillante, siete solo un contadino disse, e si sedette lasciandosi andare sull'ottomana. Era ingrassato e la pancia gli si era fatta pi prominente. Io ho combinato il danno e io lo devo riparare.
Ma di che danno si tratta?
Andate Pietro, andate, o perderete la corriera per Firenze, ne parleremo al vostro ritorno. Temeva che se avesse provato a spiegare al colono in che situazione si trovava, sarebbe scoppiato in lacrime e avrebbe perduto ogni autorevolezza ai suoi occhi.
Pietro non insistette. Annu serio, con il cappello in mano, poi avanz verso la scrivania, prese la bottiglia del cognac e and a svuotarla nel piccolo lavandino del bagno che comunicava con lo studiolo, prima di rimetterla al suo posto.
Il titolato, arruffato, pallido, con il mento incassato nel collo, nella sua vestaglia da camera, lo guardava incredulo, basito, senza trovare la forza di dire nulla. Non sembrava neanche pi lo stesso.
Lasciate perdere il cognac e camminate, signor conte. Camminare schiarisce i pensieri... e non fate sciocchezze. Non so quanto sia grave, ma solo alla morte non c' rimedio.
Mentre si avviava verso la porta il conte disse qualcosa in un sussurro.
Pietro si ferm, tese l'orecchio e strinse gli occhi muovendo appena il mento a significare che non aveva sentito.
Il fattore nuovo non vi piace, vero? ripet il conte.
Pietro non pot fare a meno di scoppiare a ridere della sua perspicacia: per poco i due non si erano presi a pugni di fronte a lui. Conosco il tipo... ma parleremo anche di questo. Intanto cercate di tirarvi su aveva commentato. Poi, prima di scomparire, si era tolto il cappello, e abbassando appena la testa in una specie di inchino, aveva detto: I miei rispetti, signor conte, buona giornata.
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Capitolo 5.
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Quando la corriera si ferm a Porta Romana e Pasquale, il bigliettaio, lo salut e gli apr la porta per farlo scendere, Pietro si rese conto di non aver pensato ad altro per tutto il viaggio. Si chiedeva che cosa diavolo avesse combinato il conte, in quale disgrazia o rovina fosse incorso. Non vedeva l'ora di saperlo. Gli piaceva avere i dati del problema ben chiari, conoscere la situazione. Dover tirare a indovinare, percepire una minaccia senza sapere quale, era il peggio che potesse capitare a una mente come la sua.
Ciao, Gano. Buona giornata! disse all'autista.
Ciao, Bensi! rispose quello, alzando appena la mano dall'ampio volante grigio.
Pietro, vedendo la grandezza di quella mano, ripens ai ragazzini che lo chiamavano Gano, il duro di Spicciano! Perch abitava in via Spicciano. Un uomo buono, alto, dalla stazza notevole, che con un'occhiata metteva a tacere i passeggeri se diventavano troppo molesti, o due donne che litigavano. Si era guadagnato quel soprannome per varie prodezze. Celebre era rimasta quella volta che a Firenze una Balilla nera 508C l'aveva superato nella discesa di via Senese strombazzando. Fatti da parte con codesto strascicapoveri! gli aveva urlato.
Lui, per evitare il peggio, per poco non era finito con la ruota del torpedone fuori strada. Siccome notoriamente il diavolo fa le
pentole, ma non i coperchi, il caso aveva voluto che all'inizio del Galluzzo il nostro scavezzacollo fosse stato costretto a fermarsi a causa di un carro pieno di verdure che un cavallo in giornata nera aveva rovesciato ingombrando la carreggiata e mettendolo di traverso alla strada. Pochi minuti dopo il muso del torpedone si era materializzato dietro l'auto del tipo, che continuava a strombazzare e a guardare preoccupato lo specchietto. Gano aveva inchiodato a pochi centimetri dal culo della Balilla, aveva suonato un barrito elefantiaco d'avvertimento, spento il motore e tirato il freno a mano. Poi era disceso e si era portato a braccia incrociate al lato guida della Balilla. L'uomo era rimasto di sasso e aveva messo la sicura affrettandosi a tirare su il vetro dalla sua parte e da quella del passeggero. Ma Gano non si era mosso, nemmeno aveva tentato di stanarlo, aveva solo afferrato il bordo del tettino dell'auto e aveva iniziato a muoverlo con una tale forza da far sussultare e strabattere il tipo all'interno come una palla, mettendo a dura prova gli ammortizzatori della Balilla. L'aveva sballottato e montato a lungo, come una chiara d'uovo. Nella sita tutti si erano alzati e portati sul davanti per guardare la scena ridendo a crepapelle. Un altro po' e la macchina si sarebbe ribaltata.
Dopo aver strabattuto ben bene lo scellerato, come un batacchio dentro la campana, Gano si era scosso le mani per ripulirsele, come avesse toccato chiss che, poi aveva guardato il tipo fisso negli occhi e gli aveva detto, indicando verso la corriera: Sei un cretino, se vuoi crepare crepa, ma io ho la responsabilit di tutte quelle persone. Ringrazia Iddio che non ti ribalto e ti lascio su un fianco. E vedi di non capitarmi pi fra piedi!.
L'uomo, frastornato, pallido come uno straccio, con lo stomaco in bocca e il collo anchilosato, aveva annuito, contento di non averle buscate. Poi era rimasto a guardare tremante quel gigante che aiutava l'ortolano a raccattare cavoli e verdure per
liberare pi in fretta la strada, senza osare pi suonare n proferire parola. Quando Gano si era rimesso alla guida i passeggeri ridevano ancora ed era scoppiato un grande applauso: Bravo Gano! Bravo!.
Una vita su una corriera da Tavarnelle a Firenze, avanti e indietro. Un lavoro come un altro, anche quello da fare meglio che si poteva, per campare la famiglia, pens Pietro. Dopotutto sarebbe bastato questo per far andare meglio il mondo: che ognuno facesse la propria parte meglio che poteva, cercando d'essere ricordato per la sua gentilezza, il suo sorriso, il senso di giustizia che accompagnava le sue azioni. E invece, ancora una volta, lui era stato chiamato a indagare su quella che di certo doveva essere un'altra brutta faccenda.
E cos eccoci qui, sul luogo del misfatto mormor fra s, mentre traversava la colossale Porta Romana in pietra ocra e si dirigeva verso l'entrata del giardino di Boboli, che in quella sfolgorante primavera doveva essere uno spettacolo meraviglioso. Invece di svoltare per il giardino, per, infil il grande cancello del Regio Istituto d'Arte che si scorgeva al termine del lungo viale che tagliava in due il parco. Cos gli era stato detto al telefono, senza che avessero ritenuto opportuno di aggiungere altri particolari.
Quell'aprile del 1938 i prati del giardino del Regio Istituto d'Arte erano uno splendore e il cielo sopra la sua testa una lunga striscia azzurra spezzata a tratti dalle fronde ombrose di alberi di alto fusto. Erano platani, ippocastani in fiore e lecci. Pietro si guard intorno. Sulla sinistra un tavolato di legno largo due metri si allungava come un viottolo verso la scuola e faceva da passerella per non far infangare le scarpe agli studenti e ai professori nei giorni di pioggia. Anche se il suolo era asciutto, cammin sopra il dorso del sinuoso serpente di legno, la cui testa si perdeva in prossimit dell'edificio. Procedeva spedito ascoltando il rintoccare dei suoi passi nell'aria profumata, felice nonostante tutto, come gli capitava talvolta, improvvisamente, assurdamente, per il semplice fatto d'essere al mondo. A ben vedere tutto il parco era un prolungamento del giardino di Boboli, separato da quello da una cancellata ricavata sul residuo delle vecchie mura della citt, probabilmente riadattate in occasione della costruzione delle scuderie.
Si ricord che proprio l, nel parco dell'istituto, Vitaliano aveva parcheggiato la Topolino il giorno che si erano incontrati con il tipografo di fronte alla vasca di Perseo, e che era stato parlando con il giovane che aveva avuto l'illuminazione e risolto il caso del senatore. Peccato che poi... fossero arrivati troppo tardi.
Giunto all'altezza dell'antica cavallerizza si ferm a guardare gli ippocastani disposti su file dall'andamento circolare e il rond centrale ornato da un pino, un altissimo cedro libanese e altri alberi sparsi a punteggiarne il centro, oltre i quali si stagliava l'edificio della scuola. Dismesse la guardia reale a cavallo e le carrozze, le meravigliose scuderie reali - con alla loro destra gli edifici delle pagliere, della mascalcia e dei canili, che avevano ospitato i quartieri dei palafrenieri e dei vari impiegati - erano state destinate agli usi pi disparati prima che la scuola di intaglio di Santa Croce vi si trasferisse nel 1923, per essere poi destinata alla formazione professionale per le arti decorative e industriali, e divenuta oramai da alcuni anni Regio Istituto d'Arte.
Cosa avrebbe dato per poter frequentare quella scuola quand'era ragazzo, come gli sarebbe piaciuto. Forse, se fosse nato a Firenze, magari figlio d'artigiani... Ma era inutile pensarci. A disegnare aveva imparato da s, per passione, per capire le cose, e naturalmente non cos bene come se fosse andato da un maestro, di questo soprattutto si rammaricava. Il disegno  una disciplina
che va frequentata tutti i giorni e lui non aveva tempo per farlo, con tutte le cose che aveva da sbrigare, ora pi che mai, al podere e alla stazione di monta, n avrebbe avuto senso alla sua et. Eppure, quando progettava uno dei suoi marchingegni, o disegnava a una cena il volto di un bambino su un foglio, gli altri intorno rimanevano a bocca aperta per quel suo talento, quel suo saper vedere e trasportare su un semplice pezzo di carta le persone e le idee.
Una volta al centro della cavallerizza, all'apice della piccola rotonda alberata intorno alla quale girava la strada, si poggi con la mano buona al grande cedro e guard la scuola volgendo la testa da una parte e dall'altra per osservare l'intero complesso. L'edificio era immenso e Pietro cap che l'ingresso doveva immettere in un fulcro dal quale si dipanavano un'ala destra e una sinistra, e chiss quali cortili interni o spazi che vi si aprivano e che da l era impossibile intuire. Il tutto si sviluppava su due piani d'altezza, a cui se ne aggiungeva un terzo nella parte centrale con un grande tetto a terrazzo. Non c'era verso da fuori di capire se ci fosse un piano interrato. I finestroni inseriti in grandi archi a lesena lo facevano somigliare a un'officina eppure, in qualche modo, anche a una grande residenza nobiliare. Immagin i suoi passaggi nascosti, i corridoi per il personale che permettevano di far prima senza farsi vedere dai nobili, le soffitte, le cantine, i dormitori dei cavallerizzi e dei palafrenieri divenuti laboratori...
Era stupefacente pensare che quella era stata semplicemente, si fa per dire, l'autorimessa di Palazzo Pitti, della reggia, per gestire le carrozze e i cavalli dei reali, e quasi certamente per l'acquartieramento della guardia a cavallo. In ogni caso vi dovevano aver lavorato decine e decine di persone e forse di famiglie, ma anche soldati, ufficiali e sottufficiali, pronti ad accorrere per proteggere il re.
Chiuse gli occhi un istante, percependo il profumo dell'aria tiepida ed erbosa che si mesceva alla resina del grande cedro e del pino, e li immagin. Un colossale dipinto prese vita di fronte a lui sulla tela delle sue palpebre chiuse. Si figur i militari nelle uniformi blu oltremare eseguire gli esercizi e aggirare gli ostacoli nel grande rond, gli addetti alle scuderie, i palafrenieri e i garzoni, che strigliavano e nutrivano i cavalli e pulivano le stalle, i cocchieri, e ancora, andando indietro nel tempo, i lacch in alta uniforme sempre intenti a lucidare le sontuose carrozze, piene di intagli coperti e bruniti con foglie d'oro zecchino. Sulla destra, di fronte alle pagliere, i maniscalchi che ferravano i cavalli, le fumate pestilenziali che ammorbavano l'aria, i maestri addestratori, e tutti gli artigiani necessari alla manutenzione dei veicoli e alla cura degli animali: i veterinari, i falegnami e i fabbri, capaci di fare e riparare le ruote e i giunti, ma anche i pittori decoratori, i tappezzieri e chiss quanti altri. E poi i giardinieri per tenere curato il parco. Le cucine, situate probabilmente nel piano interrato, con le donne che preparavano semplici pasti per sfamare e mettere a tavola tutto il personale e la guardia reale. E i cani. Gi, si ricord di certi quadri del Seicento con delle scene di caccia. Di certo anche i cani da riporto e i levrieri erano allevati, addestrati e tenuti l, nella parte dell'edificio laterale adibita a canile.
Un universo di colori e di odori antichi risorse nella sua testa. Sent i guaiti eccitati degli animali, l'agitazione che quel mondo a suo modo privilegiato doveva provare per l'arrivo del Granduca con gli ospiti al seguito. Li vide con i grandi parrucconi secenteschi pieni di pidocchi, imbellettati e incipriati, profumati, ma lo stesso puzzolenti come capre. La preparazione delle cavalcature, gli squilli di tromba in occasione della caccia. Pens agli amori, le speranze, le malattie, le invidie, le gioie e i dispiaceri che dovevano aver visto quel parco e quelle mura. Se dei granduchi,
del re e dei loro antenati erano state scritte le gesta e rimanevano sontuosi ritratti, dei militari semplici e di tutti quei poveracci no, non restava nulla, se non piccole tracce nel volto e nei modi dei loro discendenti, e minimi segni nell'edificio pi volte rimaneggiato. Quella porta che era stata graffiata portando dentro un tavolo da Tilde e Giovanni sessant'anni prima, quel mattone che si era rotto e staccato nel corridoio dell'ala destra e dove la sguattera Clemilde nascondeva i messaggi d'amore del suo innamorato a cavallo, perch il padre maniscalco non glieli trovasse e se li facesse leggere da qualcuno prima di lei.
Adesso i cavalli e i cavalieri, le carrozze, i lacch, le cuoche, i cani e perfino il Granduca erano stati tutti ingoiati dalla Storia, dal tempo che scorre e ristabilisce l'uguaglianza di tutti gli uomini di fronte alla morte.
Pietro non poteva certo ancora sapere d'essere andato troppo indietro con l'immaginazione, e che, come avrebbe scoperto di l a poco, le scuderie e le pagliere erano state costruite solo settantanni prima, in occasione del breve periodo in cui Firenze era diventata capitale, e nessuno dei granduchi le aveva mai viste. Che tutte le sue fantasie sarebbero andate bene per Palazzo Pitti, ma andavano aggiornate a Vittorio Emanuele II re d'Italia per quell'edificio nato sulla spinta razionalista di una Firenze rinnovata, la stessa che aveva visto l'abbattimento delle antiche mura e permesso al Poggi di realizzare i viali di circonvallazione alla parigina e Piazzale Michelangelo.
Fu distolto dai suoi pensieri da un colpo di clacson proprio mentre, traversato il rond della cavallerizza, si dirigeva verso il portone dell'edificio. Si volt e vide Vitaliano che parcheggiava poco lontano, vicino a un'auto della questura.
Arrivate sempre prima di me, Pietro! lo canzon il suo fagianino andandogli incontro. Si abbracciarono.
Pietro lo guard: Come stai?.
Insomma. Stavo meglio a Venezia. Voi, invece, mi par di capire che siete arruolato a tutti gli effetti. Chi vi ha chiamato? Non io stavolta, credetemi!
Marangon, o forse qualcuno pi in alto, dal momento che il conte m'ha mandato di corsa. L'ho visto male... Sai cosa gli  successo?  malato?
Vitaliano cambi espressione: Ne parliamo dopo, adesso andiamo, che qui la grana  grossa. Poi ti dir....
Nausica sta bene?
 rimasta a Venezia, se mi sbrigo la raggiungo. Ma intanto ha capito che sposare un questurino non le converrebbe, che non si  mai tranquilli! E, nonostante il tono leggero, Vitaliano non sorrise, consapevole che quanto aveva detto non era una battuta.
Pietro not due grandi tondi in bassorilievo raffiguranti teste di cavallo che decoravano i lati dell'entrata dell'edificio mentre oltrepassavano una piccola apertura che era stata come ritagliata nel grande portone d'ingresso. Fecero due passi e ne aprirono un'altra enorme, a vetri, ritrovandosi di fronte a una colossale scultura posta al centro di un ampio atrio ottagonale, illuminato a giorno da una splendida cupola vetrata a lucernario con nervature in ferro.
Rimasero a guardare la grande statua maschile di gesso candido, dal corpo muscoloso e perfetto che si torceva guardando verso il cielo, quando qualcuno si materializz al loro fianco e una voce li riscosse:  la copia in gesso di un Dioscuro di et imperiale, un figlio di Zeus, non ho mai capito se Castore o Polluce; a Roma in Piazza del Quirinale c' l'originale, con tanto di fratello. L'accento era vagamente partenopeo, ma si sentiva appena.
Pietro e Vitaliano si voltarono per capire chi avesse parlato e videro un ometto magro, sui sessantanni, dai capelli radi e grigi,
due baffi a spazzola sul viso smunto e scavato. A Vitaliano ricord Eduardo De Filippo, il capocomico di una compagnia che aveva visto recitare a Napoli con quella stessa faccia scavata. Una somiglianza impressionante, solo che questo era tutto rughe e doveva avere almeno ventanni di pi.
Antonio Esposito, signori, per servirvi. Per gli amici Mino. Siete della polizia, vero?
Gli occhi dell'uomo erano grandi, scuri, la fronte ampia. Indossava un camice beige.
S, sono il commissario Vitaliano Draghi. Dovrebbero gi esserci dei colleghi, professore...?
L'uomo rise. S, magari! Custode, sono solo il custode, per mi piace di sapere le cose, tutto qui.
A Pietro ispir subito simpatia, anche lui non avrebbe sopportato di vedere ogni giorno il gigante figlio di Zeus senza sapere chi fosse o cosa significasse.
Vi faccio strada, signori, venite...  successo in gipsoteca. Maronna, che disgrazia! Il povero professore!
Aggirarono la statua notando che alcuni lati dell'ampia e alta struttura ottagonale avevano lunghe panche di legno incastonate nella parete, messe l per gli studenti e i professori delle scuole che vi avevano avuto sede, o forse in altri tempi per i cittadini in attesa di entrare negli uffici. Adesso una sola era occupata, da due ragazze e un giovane sui ventanni. I tre vedendoli passare alzarono la testa a guardarli, incuriositi.
Al lato opposto dell'entrata principale, proprio alle spalle del colosso, un altro portone si apriva su un salone immenso, sovrastato da un soffitto sostenuto da grandi capriate realizzate con enormi travi scure.
Pietro si guard intorno e deglut per la meraviglia. Non credeva ai propri occhi. Trasformate dal bianco accecante dei sogni,
ovunque si voltasse, c'erano sculture meravigliose. Sullo sfondo del grande edificio il monumento equestre al Gattamelata, e dietro di lui, di fronte a un finestrone ad arco, il David di Michelangelo, alla sua sinistra la piet Rondanini. Oramai girava su se stesso senza sapere dove poggiare gli occhi. Era una porta del Battistero quella? E quell'altro, santo cielo: il David di Donatello!
Le prigioni... Mio Dio, le prigioni di Michelangelo! mormor, avanzando verso il corpo contorto della grande figura. Le ampie pareti intorno a loro erano coperte da pulpiti, monumenti funebri e decorazioni plastiche: bassorilievi, altorilievi, fregi, ornati... Ovunque vi erano statue bellissime scolpite dai pi grandi scultori dell'antichit e del Rinascimento e mutatesi in gesso. Una bellezza, una perfezione difficile da sopportare. Dovette poggiarsi a Vitaliano e portarsi la mano sugli occhi.
Tutto bene? domand Draghi e, sentendolo gravare su di s, lo sorresse.
Pu fare questo effetto. Qui c' di tutto, una meraviglia! afferm Antonio facendo loro strada. Lo disse con un certo orgoglio, come se stesse mostrando casa sua. Sculture di Michelangelo, Donatello, Cellini. Tutto il meglio dell'arte del Rinascimento, dell'antichit e non solo.  il mio paradiso.
Pietro respir, si riprese dallo strano capogiro facendo segno al suo fagiano che era passata. Insieme seguitarono a guardarsi intorno, ammirati. Avanzando si avvidero infine del commissario capo Marangon e di Parrini che stavano andando loro incontro. Si salutarono e poi i due poliziotti li condussero nei pressi di un'enorme statua che era rovinata a terra cadendo dal piedistallo.
Che peccato! disse Antonio fissando con un'espressione rammaricata la testa femminile sul pavimento e il pezzo di spada al suo fianco. Meno male che abbiamo i calchi e il professore Baccelli mi ha detto che la possiamo riparare o rifare.
Finalmente siete arrivati! gli fece eco Marangon, ignorandolo.  successo tre giorni fa. Non ci si capisce nulla... Fece cenno al custode di andare e, mentre questi si avviava, indic il massiccio gruppo scultoreo sul pavimento, che era rotto in vari pezzi, alcuni macchiati da sprizzi scuri che non lasciavano dubbi sulla loro natura. Altro sangue si era allargato in una pozza sul tappeto rosso e da l si allungavano le striature causate dalla rimozione del corpo.
Chi  la vittima? chiese Vitaliano, mentre Pietro si guardava intorno cercando di non farsi distrarre dallo splendore delle statue ancora integre.
E qui viene il bello, si fa per dire. Io non mi intendo di ste' robe spieg Marangon. Ma il direttore mi ha spiegato che si tratta del maestro Ottavio Umberti, un grande scultore, allievo prediletto di un altro artista ancora pi famoso, un tale... Andreotti. Era questo Umberti a guidare i lavori che gli allievi stanno facendo per l'accoglienza del Fhrer. La sua morte ha mandato in bestia Roma. La questura  stata tempestata di telegrammi, telefonate, il questore, il prefetto e anche il federale sono in trepidazione, dalla capitale vogliono capire cosa sia successo. Costui era un amico fraterno del ministro, che  andato su tutte le furie. Bisogna capirci qualcosa al pi presto! Il dottor Righetti  gi al lavoro sul cadavere, ma gli ho chiesto di prendersi altro tempo, di ponderare meglio le sue conclusioni.
Perch, che conclusioni avrebbe tratto il... dottore? chiese Draghi, al quale la parola cornuto non era sfuggita per un pelo.
Secondo lui la ferita alla nuca, un colpo ben assestato, non  compatibile con quelle provocate dalla caduta della statua. Ma questo tenetelo per voi, non  ancora ufficiale. Insomma... se si trattasse di una disgrazia, per noi sarebbe meglio... ma occorre esser sicuri.
Pietro intanto ascoltava e girava intorno al piedistallo della statua. Disgrazia? Come si sarebbero svolti i fatti secondo la vostra ricostruzione? chiese.
Parrini, che fino a quel momento si era tenuto in disparte lasciando parlare il commissario capo, a un cenno del superiore prese la parola consultando un piccolo blocchetto di appunti. Il custode che vi ha accompagnato ha aperto la gipsoteca per spolverare un po' insieme a un'altra bidella della scuola, Ginevra Ravelli. Era mattina, quando sono arrivati qui hanno trovato il professore sotto la statua, morto stecchito. Secondo l'esame autoptico era morto quella notte stessa, il dottor Righetti stavolta  stato precisissimo perch ha rinvenuto l'orologio a cipolla d'argento nel taschino del panciotto della vittima. Era rotto, schiacciato dalla statua, e fermo a cinque minuti dopo le undici. Se la rideva del fatto che noi non ce ne fossimo accorti.
Guarda caso, proprio come nei film, o nei romanzi... comment Vitaliano, incredulo. E che ci faceva il professore nella gipsoteca a quell'ora?
Non si sa. Aveva le chiavi di un'entrata sul retro ed  passato da l. Abbiamo pensato che fosse ubriaco, ma l'autopsia non ha rivelato alcol nello stomaco. Per qualche motivo si deve essere arrampicato sulla statua e questa gli  caduta addosso.
Pietro ebbe un colpo di tosse, che manifestava la sua perplessit per quella ricostruzione. Richiam l'attenzione degli altri con un gesto e indic il piedistallo. Nel legno dipinto di grigio c'era il segno di una striatura, come se la vernice fosse rimasta graffiata nel momento in cui la scultura era stata spinta in avanti.
Vedete, se fosse caduta perch la vittima ci  salita sopra questa non ci sarebbe, sarebbe crollata gi a cerniera, come una porta che si apre, invece  stata spostata da una spinta parallela al piano della base spieg Pietro, e si chin ad esaminare il retro
della statua trovandovi dei segni scuri compatibili con quelli lasciati da delle suole sporche. Li indic. Tutti lo guardavano attentamente.
La scultura era abbastanza addossata al muro continu. Qualcuno ha poggiato la schiena alla parete, si  retto alla meglio e ha puntato i piedi per farla cadere sulla vittima. Certo deve essergli occorsa una forza notevole,  pesante e alta pi di tre metri. Ma il colpevole si deve essere retto a questa scanalatura, questa specie di cornice, cos ha potuto spingere nella parte bassa facendo pressione con entrambe le gambe. La scultura dapprima  slittata in avanti causando quei graffi, poi l'assassino ha spostato i piedi pi in alto tenendosi con le braccia su, e quando la statua  crollata, stavolta s a cerniera, le gambe gli sono piombate a terra, hanno sfiorato il piedistallo, e si  ritrovato in piedi. Per ha macchiato il dorso della statua e lo spigolo del piedistallo con le suole. Vedete?
Il commissario capo bestemmi constatando ci a cui prima non aveva fatto caso.
Non c' dubbio seguit Pietro. Solo che questo gruppo scultoreo  alto pi di tre metri e bello pesante.
Allora ha ragione il dottor Righetti,  omicidio! lo interruppe Marangon.
Appunto... ammise Draghi.
Come gi detto, secondo lui il professore trovato morto ha ricevuto con un corpo contundente un terribile colpo alla nuca, incompatibile con quello di una caduta all'indietro su un pavimento piatto spieg il commissario capo. Se la vittima, anzich con la schiena sul pavimento e la statua sopra, che le ha schiacciato il costato e rotto un femore, fosse stata trovata al contrario, faccia a terra, forse avremmo potuto ipotizzare una lesione provocata dalla parte in rilievo della scultura, ma cos...
Pietro adesso, chino sul pavimento, guardava la testa della statua, il cui collo si era spezzato staccandosi dal busto nella caduta. Esaminava il pavimento e lo toccava con le dita.
Quindi, con tutta probabilit, prima  stato colpito alla testa, poi trasportato sotto la statua che gli  stata fatta cadere addosso riassunse Vitaliano. Se non era gi deceduto per il colpo alla nuca,  morto dopo, schiacciato dalla scultura che gli ha frantumato la gabbia toracica, e rotto l'orologio.
Credo anch'io acconsent Pietro serio, guardandosi intorno, e chiese: Sapete che statua  questa?..
 di Donatello.  quella di bronzo scuro che si trova sulla colonna in Piazza della Signoria disse Parrini, certo di averla riconosciuta.
Giuditta che taglia la testa a Oloferne disse qualcuno sopraggiunto alle loro spalle. La storia ci dice che la statua simboleggia la vittoria della virt sul vizio.
Gli astanti si voltarono. Era di nuovo il custode magro.
Scusate, ero venuto ad avvertirvi che il direttore intende parlarvi, e non volendo ho sentito. Dicevo che la scultura di Donatello rappresenta la vittoria della virt sul vizio, ma anche dell'obbedienza a Dio sull'infedelt. Per alcuni simboleggia il rischio celato dall'apparenza e la pericolosit delle tentazioni e, perch no, perfino la vendetta della donna sull'uomo, che spesso non si comporta bene con il gentil sesso.
Grazie. Molto interessante ammise Pietro. Forse non  un caso se fra tutte le statue hanno scelto proprio questa. Che tipo era questo professore?
Lo scopriremo intervenne Vitaliano, pensieroso. Ma come mi avete sempre insegnato: un colombo  prima di tutto un colombo. Semplicemente fra le statue qua attorno mi sembra la pi adatta. Il Nettuno  enorme, altre sono troppo piccole. Questa
invece  non troppo alta e pesante, ha una superficie compatta e un piedistallo in bassorilievo che creano quasi un piano, una sorta di pressa...
Ma se fosse cos, perch non ucciderlo e basta, dandogli qualche altra bastonata? Perch preoccuparsi di fare tutta questa messinscena, e rischiare d'essere scoperti per via del rumore della caduta? L'assassino non avr davvero creduto che ci saremmo bevuti la storia di un incidente notturno dopo l'arrampicata del professore sul monumento... ragion Pietro.
Mah... disse Vitaliano. Teniamolo presente, ma  anche vero che per altezza e peso, anche io avrei scelto questa. Ripeto, altre sono troppo esili o piccole, oppure troppo grandi e pesanti. Questa era perfetta. Se ci concentriamo su un omicidio per vendetta, fatto da una persona colta, rischiamo di perdere di vista gli indiziati che di mitologia e arte non sanno nulla.
 vero anche questo ammise Pietro. Per  una combinazione curiosa.
Vediamo cosa xe viene fora dalle indagini, appunto che tipo era il professore aggiunse Marangon, grattandosi la testa ricciuta. Intanto quel che  certo  che abbiamo un omicidio.
Allora sono fra i sospettati? domand il custode, divertito dall'idea, e poi si gel quando vide come i tre poliziotti si erano voltati all'unisono a guardarlo. Non Pietro per, che continuava a studiare il pavimento e si era inginocchiato.
Il direttore vi desidera disse Antonio, aggiustandosi imbarazzato il bavero dello spolverino. Vi prego di seguirmi. Qui possiamo pulire? domand.
Pietro parl a Vitaliano nell'orecchio.
Per ora non toccate niente, per nessuno motivo disse poi quest'ultimo. Anzi, sar meglio chiudere la gipsoteca e lasciare i sigilli. Potremmo aver bisogno di rivedere la scena.
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Capitolo 6.
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Vitaliano non s'era sbagliato quando incontrando Ernestina per la prima volta all'affittacamere Michelangelo aveva subito pensato a una gatta. Una di quelle bellissime micie color ruggine, con il manto macchiato di bianco e di nero, e di cento tonalit di rosso, giallo e nocciola, il pelo morbido e gli occhi verdi. Gatte la cui madre, secondo il credo popolare, doveva essersi data molto da fare a combinare i geni e i colori di tutti i maschi del vicinato.
La ragazza era la fine del mondo e si muoveva e socchiudeva le palpebre proprio come una gatta. Perfino il maresciallo Cuccuma era rimasto di sasso di fronte alla procacit di quella bellezza, con tutte le curve al posto giusto, unita a un'impertinenza furba e popolare in un gioco di seduzione senza fine. E poi i lineamenti perfetti, le labbra sempre tumide, gli occhi scintillanti.
Nonostante non avesse fatto nulla per incoraggiarla, si era attaccata a lui, al giovane vice commissario, decisa a non mollarlo. Con un raggiro aveva mostrato a tutto San Frediano la sua presunta conquista pavoneggiandosi mentre sfilava in auto con lui per il quartiere suscitando l'invidia delle amiche e delle loro madri. Era perfino riuscita a far ingelosire Nausica. Davvero troppo pericolosa, cos, alla prima occasione, Vitaliano l'aveva sbolognata all'agente scelto Evagisto Petruzzelli, ingenuo, non troppo intelligente, ma pluridecorato per avergli fortunosamente salvato
due volte la vita. Il suo Poirot delle lenticchie, insomma, come aveva soprannominato il pugliese data l'incredibile somiglianza con il celebre investigatore belga dei romanzi di Agatha Christie, per via dei suoi baffetti con il ricciolo e le arie da dandy che si dava. Somiglianza che si fermava l, purtroppo, senza espandersi alle altrettanto celebri "celluline grigie".
Quella mattina Ernestina dormiva ancora nella branda che divideva con la sorellina, separata dal tavolo e dalla cucina economica grazie a una tenda: poco pi di un lenzuolo che veniva teso su una corda tirata a met stanza la sera e scompariva dopo che si erano alzate. Rigirandosi nel sonno si era stirata, socchiudendo gli occhi davvero come una micia. Si figurava il suo abito da sposa, l'auto enorme dalla quale sarebbe discesa vestita di bianco con un cappello dei suoi, grandissimo, solenne e tempestato da una montagna di fiocchi di raso. Nel sogno era bellissima con il bouquet in mano e lo strascico del velo infinito. Sorrise. Era una giornata di sole e il padre tutto elegante le porgeva il braccio. L'organo attaccava e lei saliva con lui i gradini di Santa Maria del Carmine fra saluti di amici e parenti festanti, sotto gli occhi delle sanfredianine giovani e vecchie, che schiattavano d'invidia. Poi entrava nella chiesa, che ora appariva ancora pi buia, e intravedeva sul fondo il piccolo Evagisto, che l'aspettava vicino all'altare, vestito come un pinguino: il riportino lucido di brillantina, i baffetti impomatati sulla faccia tondeggiante, gi un po' di doppio mento poggiato sul solino rigido della camicia e il papillon, la pancetta che premeva sotto il corpetto abbottonato. Era molto pi vecchio di lei, s'avvicinava alla quarantina, e nel sogno sembrava addirittura pi anziano. La guardava con due occhietti scuri e luccicanti e la sua espressione smarrita da topolino. Sorrideva incredulo, di fronte alla sua bellezza.
A met della navata lei si voltava a guardare il padre e si accorgeva che non c'era pi, s'era trasformato in Michele, il suo ex fidanzato, che le teneva il braccio e le sorrideva con i suoi denti perfetti sul volto abbronzato e i suoi bei capelli ricci. Aveva un garofano rosso all'occhiello e indossava un vestito su misura che gli stava a pennello facendolo sembrare un divo del cinematografo. Ernestina sent una scossa che le attravers il corpo e le fece inarcare la schiena sotto le lenzuola. Nel sonno si port una mano fra le cosce, e la chiesa, gli amici e i parenti fra le panche scure si dissolsero. Adesso era distesa sul ciglio del Mugnone, c'era odore d'erba, e la luna sopra di lei, dietro il volto di un uomo, una sagoma scura che si chinava a baciarla.
Michele! Oh! Michele... mormor mentre arruffava il ricciolo di peli impertinente che aveva sul pube e con la punta delle dita cercava la strada per il piacere in una lieve carezza.
Le sue mani stringevano le spalle forti dell'uomo dentro la canottiera, lui la guardava e le sorrideva, finalmente illuminato in tutta la sua bellezza. Un Adone che la mangiava con gli occhi e con la mano forte la cercava. Anche lei si cercava e si carezzava, convulsamente.
No, Michele, no... mormor.
Nel cielo alcune lucciole si confondevano con le stelle e insieme a loro si spengevano al socchiudersi dei suoi occhi.
Michele... sussurr ancora. Al che la sorellina, che si era svegliata sentendola mugolare e muovere vicino, la riscosse preoccupata: Ernesta, Ernesta! Ti senti male?.
Lei apr gli occhi, si rese conto di dov'era, della situazione, e ritir subito la mano maledicendo in cuor suo quella casa e quelle due stanze a pigione dove non c'era verso...
No, un incubo! Solo un incubo! si affrett a spiegare, facendosi vento.
Sei tutta rossa in viso. Hai la febbre?
Sognavo, sognavo che... infornavo il pane, va bene?
Mugolavi...
Ma insomma! Non dormi mai tu?! Che stai a spiarmi anche quando dormo! s'inquiet, stizzita dalla propria frustrazione, ma anche da quel sogno che forse avrebbe dimenticato e che invece, adesso, avendolo interrotto a met, ricordava perfettamente.
La bambina rimase male.
Scusa... dormi, su! Che fra poco hai la scuola le disse Ernestina, sforzandosi d'essere gentile. Sentiva ancora il proprio sesso pulsare, chiamare insoddisfatto: una rosa dai petali appena dischiusi e brillanti di rugiada, nascosta sotto la camicia da notte. Innervosita si alz e usc sul pianerottolo per andare nel bugigattolo in cima alle scale che dividevano con la famiglia di fronte. Neanche a dirlo era gi occupato dal vecchio Campioni, il nonno di Fiorella, che passava la sua vita nel cesso. Picchi sulla porta.
Occupato! disse quello da dentro.
Ma che fate? Ci vivete in quel bagno, voialtri! Si sbrighi che siamo due famiglie!
Se hai furia avviati. Falla nel vaso, no?! Oppure nell'acquaio! Sono arrivato prima io e fo i' mi' comodo!
Si tenne dall'augurargli un canchero, ma n'aveva una voglia... Non si pu viver cos, nemmeno le bestie possan viver cos! pens rientrando e trattenendosi dallo sbattere la porta per non svegliare la madre. Apr la finestra per dar aria alla stanza e le arrivarono gli odori della strada e della loro miseria. Se alle Cascine e lungo l'Arno impazzava la primavera, nel quartiere non se ne sentiva il profumo, coperto com'era dalla puzza del deposito delle immondizie, dello stallaggio e dai fumi della cottura delle interiora dei bovini che aveva gi messo al fuoco Canigi, il loro dirimpettaio.
Caro il mio Michele, non mi freghi. La moto presa a rate, la
Galileo, un sacco di discorsi, per poi ritrovarsi con un branco di mocciosi a far la fila per il cesso! Evagisto, lui s. C'ha dei poderi al paese, una rendita, e far carriera, l'aiuter io se sar necessario... Avremo una bella casa, con la cameriera e magari aprir una cappelleria. I miei figli andranno a scuola con l'autista, o comunque ben vestiti. Evagisto! Evagisto! Evagisto! url nella mente, mentre cercava il vaso da notte sotto al letto. Stizzita ci si accoccol sopra tirando su la vestaglia, la pancia le faceva male per il desiderio frustrato o forse per la rabbia. La sorellina si era riaddormentata, suo padre era uscito prima dell'alba e sua madre s'era alzata per fargli il pranzo da portar via e preparargli il caff d'orzo, poi era tornata a letto e non dava ancora segni di vita.
Madonnina mia, aiutami tu. Fammi resistere! supplic Ernestina mentre l'urina colpiva lo smalto del vaso da notte facendolo tintinnare come un campanello e i suoi occhi si riempivano di lacrime. Davvero non ne poteva pi di quella vita.
Aspetta che aprano e vado in questura! si disse, stringendo i denti. Lo faccio generale il mio damo, se voglio, generale!
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Capitolo 7.
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Il direttore dell'Istituto, Aldemaro Fiasca, attendeva i delegati di pubblica sicurezza nel suo ufficio, seduto dietro la grande scrivania. Era un pezzo d'uomo dalla mole notevole e la pancia prominente. Capelli e barba gi bianchi nonostante l'et non avanzata incorniciavano un volto largo dalla mascella pronunciata e l'aria vagamente minacciosa. Gli occhi vacui e lucenti sovrastati da due sopracciglia folte e candide l'avrebbero reso il soggetto ideale per un mascherone del Giambologna.
Disegnatore, incisore, ceramista di modesto valore si era rivelato un abile diplomatico e trovato cos bene nella sua funzione amministrativa e direzionale da votarvisi anima e corpo. La propria arte se l'era dimenticata, ma quell'istituto era diventato il suo figlio benemerito e il suo primo scopo, l'opera sua prediletta. Era il suo fiore all'occhiello, la ragione di vita che gli aveva fruttato incarichi prestigiosi, come quello di succedere a Salvini nella Federazione Fascista Autonoma degli Artigiani. Adesso era completamente votato alla promozione del Regio Istituto e incitava e supportava in ogni modo il professor Ojetti e il compianto Umberti. C'era una specie di guerra ideale in corso contro l'Accademia, alla quale partecipava anche la moglie del direttore, valente pittrice, ceramista e artista, nonch docente dell'Istituto a sua volta. Prima della disgrazia lei e l'Umberti stavano preparando
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una mostra per il Palazzo delle Esposizioni a Roma: i due docenti raccoglievano e selezionavano opere provenienti da tutti gli istituti d'arte d'Italia per dimostrare la loro superiorit sulla scialba e pretenziosa formazione delle accademie.
Per questo i grandi artisti che insegnavano all'Istituto erano il suo vanto, i suoi alfieri, e la perdita del raffinatissimo maestro Ottavio Umberti avrebbe dovuto rattristarlo. Invece non era cos, solo lo preoccupavano lo scandalo che avrebbe potuto derivarne e lo scontento che quel misterioso incidente aveva causato nel ministro, a Roma. A quanto si diceva i due erano stati amici fin dall'infanzia, e il politico aveva contribuito non poco alla carriera artistica dell'Umberti.
Il direttore aveva studiato la cosa con attenzione facendo convocare i poliziotti nel suo ufficio. A trovarlo alla sua scrivania, al comando sulla prua della nave, avrebbero dovuto essere i delegati di pubblica sicurezza. E invece, quando sul pi bello avevano bussato alla porta e lui si era messo in posizione dicendo: Avanti!, anzich gli sbirri, era entrato il professor Salieri, che andando subito al punto, aveva rivendicato per s, a pieno diritto!, la cattedra di decorazione plastica dell'Umberti.
Lui aveva cercato di rabbonirlo, di invitarlo alla calma, dicendogli che non aveva ancora preso una decisione a tal proposito, e che avrebbe dovuto riunire la commissione didattica, il che era vero. Ma anche che qualsiasi scelta appariva prematura, vista la recente scomparsa del docente e le modalit misteriose della stessa... che da parte sua era indelicato... L'altro per aveva alzato la voce, profferito qualche minaccia, alluso a cose che solo lui sapeva. Ed era cos, sul pi bello, che Draghi, Pietro, Marangon e Parrini, si erano trovati ad assistere a tutta la scena di fronte alla porta rimasta aperta.
Quando Antonio Esposito aveva bussato sullo stipite e annunciato: I delegati di pubblica sicurezza, direttore, il silenzio era calato di colpo nell'ufficio. Un fermo immagine, con Fiasca che guardava verso la porta e l'altro, il professor Salieri, che faceva lo stesso. Poi lo sblocco. Clic! E i due che riprendevano a muoversi.
Prego, lorsignori, accomodatevi! diceva Fiasca, mentre il suo interlocutore ripiegava verso l'uscita, salutava e svicolava come un sorcio fra i poliziotti, tenendo gli occhi bassi.
Il commissario Marangon entr per primo, poi fu la volta di Draghi, Parrini e, infine, Pietro.
Antonio, dopo averli introdotti, si gustava la scena da sulla porta con le mani nelle tasche del camice, ridendosela sotto i baffi.
Potete andare, Mino, e chiudete la porta, per favore! rugg il direttore, e Draghi pens subito a un orso polare, issato sulle zampe posteriori e rivestito a festa da un circo. Scacci quell'idea e si guard intorno, mentre Marangon si presentava. Anche Pietro faceva lo stesso. Entrambi osservavano le pareti piene di pergamene, medaglie, trofei, vinti da allievi dell'istituto e da chiss chi altro.
Allora? domand il direttore, con tono accorato.
Allora x omicidio replic secco Marangon.
L'altro vacill, si lasci cadere sull'ampia sedia che aveva alle spalle e si pass sul volto due mani notevoli, impreziosite da un anello con una pietra scura.
Ne siete sicuri? domand.
I quattro, Marangon e Draghi seduti, Pietro e Parrini rimasti in piedi alle loro spalle per mancanza di sedie, annuirono all'unisono. Rimasero un po' in silenzio, per dare al direttore il tempo di digerire la notizia.
E ora che succede? chiese lui, infine. E poi aggiunse a mezza voce: Questo  un colpo tremendo per noi... Proprio adesso....
Succede che bisogna aprire un'indagine e trovare l'assassino disse Draghi.
O gli assassini... aggiunse Pietro, quasi in un sussurro.
Ma siete proprio sicuri? chiese ancora l'uomo, speranzoso.
Sicurissimi rispose Marangon. Contiamo sulla vostra pi completa collaborazione. Da Roma si aspettano altrettanto. Ci saranno ostacoli da parte vostra?
Assolutamente no! si affrett a confermare il direttore. Assolutamente!
Vitaliano detestava quella parola: assolutamente, e quel modo di usarla che non voleva dire nulla.
Se non vi dispiace avremmo da farvi qualche domanda. La vostra posizione di direttore e la conoscenza che avete delle relazioni che intercorrevano fra la vittima e altri soggetti qui operanti possono farci risparmiare molto tempo. Bisogna chiudere in fretta... mi capite?
L'uomo annu. Chiedete pure, vi dir tutto quel che so... Nel frattempo, se vi fa piacere vi mostro l'istituto, i laboratori modernissimi che abbiamo, le aule...
Ci sar tempo per questo disse Marangon. Intanto vorria sapere chi poteva avere motivo di odiare lo scultore a tal punto da accopparlo, e inscenare poi questo improbabile incidente.
Ma, veramente io non saprei... dovrei pensarci. Ma venite, lasciate che vi mostri l'ambiente replic l'altro sbiancando, e si alz aggirando la scrivania. Avete gi visto la nostra gipsoteca, per forza di cose... inizi.  stata aperta nel 1929, quando Sua Eccellenza era segretario provinciale del partito. In quell'anno ha fondato la rivista Il Bargello, la conoscerete, e inaugurato una nuova stagione del fascismo fiorentino puntando su artigianato, turismo e sulla supremazia culturale di Firenze. Ricorderete la caduta della borsa di New York: proprio mentre iniziava la crisi,
noi qui si inaugurava il museo dei calchi alla presenza di Augusto Turati, il segretario nazionale del partito. Un grande onore! Se non era per la bravura e la politica accorta del ministro non s'usciva dalla crisi del settore, che s' fatta sentire fino a pochi anni fa. Ma noi siamo sempre cresciuti, sempre avanti! Mostre, rassegne, abbiamo partecipato a gare, vinto tanti concorsi... I nostri allievi sono stati premiati alla Biennale di Venezia... disse indicando orgoglioso quadri e pergamene sulle pareti.
Il ministro quand'era a Firenze ha saputo unire settori diversi, rilanciare le botteghe, comunicare al mondo l'immagine di una citt meravigliosa e desiderabile!
Il gruppetto ebbe l'impressione che l'uomo si stesse impegnando nella recitazione di un copione ben collaudato, come se loro fossero l a scegliere la scuola per i propri figli. Evidentemente era una strada che conosceva bene, quella pi sicura da percorrere in quel momento: leccare il culo a Roma di fronte alla polizia.
Lo lasciarono fare, curiosi di vedere fin dove sarebbe corso con l'impeto retorico che aveva preso, quando si sarebbe fermato per riprendere fiato ritrovandosi di nuovo, come un toro circondato dalla staccionata del recinto, di fronte alla domanda di Marangon.
Ci pu dire intanto chi frequenta questa scuola, quante persone ci sono. Se c' qualcosa da segnalare sulla moralit degli insegnanti chiese ancora Marangon.
Il direttore sembr riordinare le idee lisciandosi il mento coperto dalla barba bianchissima. Il volto improvvisamente vermiglio e la fronte imperlata di sudore denunciavano il suo smarrimento.
Quando sono arrivato io nel 1934 disse erano ancora pochi gli insegnanti iscritti al Partito Nazionale Fascista, ma io ho fatto in modo che le cose cambiassero, che le regole fossero rispettate. Supportato dal mio Presidente, Ugo Ojetti, che sarebbe qui se non
fosse all'estero per motivi di rappresentanza, ho accolto grandi artisti; fra gli insegnanti ci sono il pittore Gianni Vagnetti, Ponti, Innocenti, lo stesso Ojetti. Grandi Maestri! La sezione di arti grafiche  diretta da Francesco Chiappelli. Abbiamo fatto le biennali di Venezia, le quadriennali di Roma e l'anno scorso abbiamo inaugurato la sezione di fotografia.
Questo che  appena uscito e sentivamo vociare dall'Ottagono chi ? domand Draghi.
Il professore Salieri...
Cosa aveva da urlare?
Ma niente, lui  fatto cos. Detestava Umberti ma, credetemi,  innocuo, abbaia ma non morde, figuriamoci uccidere... E come poi? riflett un attimo. A proposito, come sarebbe stato ucciso Umberti?
Un colpo alla nuca con un corpo contundente e poi gli  stata fatta crollare addosso la statua, che gli ha schiacciato il torace spieg Marangon, serio. Ma tenete per voi questo dettaglio, intesi?
Che morte terribile per uno scultore comment il direttore. Certo, per, morire per mano di Donatello: un onore... scosse la testa rendendosi conto d'aver detto una cosa senza senso.
S, arrestare Donatello x dura, per... ironizz Marangon.
Che studenti avete qui? chiese Draghi ignorando la battuta.
Ragazzi, figli di artigiani, ma non solo, anche giovanotti di buone famiglie versati nelle arti. E ci arrivano anche studenti dall'estero, sapete? Sissignori, proprio cos, studentesse per lo pi! Quest'anno ne abbiamo diciotto regolarmente iscritte e poi altre ventisette per il corso primaverile e invernale dedicato appositamente agli stranieri. Tedesche, svizzere e nordamericane con le gonnelline corte e certi polpacci da far invidia a un granatiere! disse. Ma brave, sapete? Davvero brave!
Vengono qui dall'America? domand Parrini.
Il direttore si mise a frugare fra delle carte. Guardate voi stessi, ieri l'addetto culturale italiano in Estonia, tale Indro Montanelli, ci ha chiesto informazioni per mandarci dei giovani di Tallinn, e questa  una lettera da una ragazza lettone di Riga, che vuol venire da noi a imparare l'arte!
 incredibile ammise Draghi.
La propaganda  la chiave di volta per il turismo! si rianim Fiasca, e ripart con la zolfa. Ce l'ha insegnato il ministro!  stato lui ad avere l'intuizione di reclamizzare Firenze e adesso con la sezione di fotografia potremo farlo anche meglio. Non crediate che ci faremo fermare da questa incresciosa disgrazia. Prenderete il colpevole, non  vero? E poi avanti, sempre avanti! Nonostante tutto! Adesso stiamo lavorando per la visita di Hitler, se volete vi mostro i laboratori, stiamo facendo un sacco di leoni in gesso come quelli della Loggia dei Lanzi. Un'idea dell'Umberti. Una fila di marzocchi ad accogliere Hitler alla stazione!
Per ora vorremo parlare disse Marangon, infastidito dall'insistenza del direttore.
Quindi la propaganda arriva anche all'estero? domand Vitaliano.
Certo! Si capisce! ribatt orgoglioso Fiasca. Con il rettore dell'universit Serpieri gestiamo un comitato per coordinare gli enti di Alta Cultura, guardate! Mise fra le mani di Draghi una copia del Weekly News. Leggete l'inglese? C' un ampio servizio su di noi! Abbiamo studenti e soprattutto studentesse da Melbourne, San Paolo del Brasile, Saint Louis, New York!
E quanti anni hanno queste ragazze straniere? chiese Pietro.
Varie et, ma non sempre sono giovanissime. Venti e anche venticinque o trent'anni. Vengono a specializzarsi in Italia, nella culla del Rinascimento. A sciacquare i panni in Arno, come direbbe il Manzoni. Sono diverse dalle nostre ragazze, indipendenti, emancipate, vogliono fare le artiste come fossero uomini spieg, e il pensiero gli and a sua moglie, unica docente dell'istituto.
Possiamo avere un elenco di tutti coloro che frequentano la struttura a vario titolo pi o meno intensamente?
Certo, ma vi avverto che  un elenco nutrito. Ci sono i ragazzi, gli allievi, diversi bidelli, Mino, il custode che fa un giro anche di notte e dorme e vive nella casetta qua dietro, studenti e studentesse dei corsi speciali, poi la bibliotecaria, il segretario, gli amministratori e gli operai che vengono saltuariamente. Gi, poi c' il nostro vanto: il corso di figura, richiestissimo. Le modelle di nudo capitano qui per lo studio dell'anatomia umana e la realizzazione delle opere figurative. E anche i docenti formatori, che lavorano per riprodurre le statue in gesso che ci vengono continuamente richieste. Si parla di centosessantanove iscritti, e con il personale e gli esterni si arriva quasi a duecento persone.
Partiremo da quelli pi vicini al professore disse Draghi, che aveva imparato da Pietro la teoria del nido, secondo la quale, nella maggior parte dei casi, non c'era bisogno di allontanarsi troppo dalla rete di relazioni in cui viveva la vittima, la casa o la famiglia, per scoprire i colpevoli. Costui era sposato? Aveva un assistente, degli allievi prediletti? Sottolineate per favore nell'elenco coloro che vedeva pi spesso, con cui entrava in contatto ogni giorno. Inizieremo da l. Non omettete niente... siamo intesi? Lo verremmo a sapere e il ministro ne sarebbe informato sussurr Draghi, come pensando ad altro.
Va bene... L'orso deglut divenendo paonazzo. Certo, ci mancherebbe, non ne avrei motivo. Adesso lo volete vedere il laboratorio dei calchi?
Vediamo questo laboratorio acconsent Marangon.
Pietro, a cui pure sarebbe piaciuto tanto visitarlo, si chin verso Vitaliano e gli sussurr nell'orecchio che lui si sarebbe volentieri avviato alla pensione. L'altro acconsent, un po' stupito.
Quando lasciarono l'ufficio, Mino aveva gi preso a suonare la campanella e al piano superiore un'altra gli faceva eco. Di l a poco un'orda di studenti in grembiule nero aveva invaso l'Ottagono dirigendosi verso l'uscita. Dalle cartelle sbucavano delle righe da disegno in legno. Alcuni ridevano, altri si spingevano contenti di tornare a casa. Pietro si tuff nella calca, rassegnato a farsi un bagno di giovent. Quando pass vicino ad Antonio, questi gli chiese, alzando la voce e smettendo di tirare la corda della campana: Allora, com' andata?.
Abbiamo chiesto l'elenco delle persone che Umberti frequentava di pi.
Antonio sorrise sotto i baffi, poi disse: Chiss se ci metter 'a propria mugliera in coppa all'elenco.
Pietro lo guard e l'altro gli fece l'occhietto. Lui contraccambi il cenno d'intesa e lo salut portandosi le dita al cappello, poi, travolto dal fiume di ragazzini che chiedevano permesso, si ritrov fuori nel piazzale illuminato dal sole. Dovette strizzare gli occhi e gli occorsero alcuni istanti per abituarsi alla luce. Quell'Antonio, che tutti chiamavano Mino, gli piaceva sempre di pi. Ma doveva starci attento, stavolta non poteva farsi fregare dalla simpatia, com'era successo alla Certosa del Galluzzo. La notte del delitto, secondo quanto aveva dichiarato il giorno dopo la scoperta del cadavere, il custode aveva fatto il giro esterno di ispezione con la lampada verso le nove, troppo presto per vedere o udire qualcosa. Da casa non aveva sentito arrivare l'auto dell'Umberti, perch era troppo lontana e perch alle dieci, stando a quanto aveva riferito, gi dormiva.
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Capitolo 8.
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Una volta a Porta Romana Pietro si avvi verso Palazzo Pitti a piedi, camminando ridosso alle case, nella via Romana fresca e ombrosa. Aveva appetito, vista l'ora, e invidi alcuni degli studenti dell'Istituto che lo superavano per correre a casa, dove le madri li attendevano con il pranzo in caldo.
Che bella primavera!, si disse. Eppure era cos illusoria, bugiarda, dal momento che si presentava piena di problemi e di minacce sia alla fattoria che li, dove fra poche settimane sarebbe arrivato Hitler con i suoi scagnozzi. Si pent di non essere passato dal giardino di Boboli per sbucare poi a met della via, poco prima di Palazzo Pitti. Avrebbe cos potuto godersi i profumi del parco, le statue immerse nel verde, i vialetti. Di certo in questo modo aveva patito meno caldo, ma le poche auto che passavano puzzavano di piombo e un carro con i cavalli, transitando nella strada, aveva spento con il suo aspro afrore i dolci effluvi della stagione tirandosi dietro uno sciame di tafani e lasciando alcune palle di letame sulla strada.
All'altezza della chiesa di San Pier Gattolino gli si apr di fronte il grande giardino Corsi, i cui alberi svettavano oltre il muro di cinta. Ancora un po' e sarebbe passato davanti alla Specola, rimpiangendo di non poterla visitare, come aveva fatto altre volte. Si ricord di quella volta in cui era andato in citt per una commissione, poi era entrato e c'era rimasto per tutta l'ora libera che aveva a disposizione. Nelle sale deserte, piene di animali imbalsamati, scheletri e cere di bambini deformi, lui era rimasto per un'intera ora a guardare l'ippopotamo. Fermo immobile come se avessero impagliato anche lui, l'aveva osservato a lungo, l'aveva disegnato nella sua mente, copiato e compianto.
Si raccontava che quell'animale esotico fosse stato donato insieme ad altri esemplari rari e preziosi al Granduca, che lo aveva tenuto nella fontana dell'Oceano di Boboli, dove era morto dopo poco pi di un anno. Sapeva Pietro che i serragli secenteschi, in pieno Barocco, erano di moda e aveva sentito parlare anche del giardino dei leoni che era stato ricavato in San Marco. Una meta imprescindibile per i signori europei impegnati nel Gran Tour.
Animali straordinari, ippopotami, leoni, giraffe. Bestie imperiose come e forse pi dei suoi tori, che quegli uomini avevano strappato dai paradisi di terre lontane per portarle in ambienti angusti e inadatti, rinchiuse per il diletto dei signori, dei principi o dei turisti.
Camminando, Pietro pensava e immaginava il Granduca vantarsi d'avere un serraglio di animali strani e rari, dandosi arie da grande naturalista: Ho un ippopotamo in giardino!.
Non si pu avere un ippopotamo. Quella bramosia di possedere il mondo lo atterriva, era un'illusione del potere. Nessuno pu possedere un altro essere. Era questo che sembravano non riuscire a capire i padroni, i dittatori, i re. Non si pu possedere nulla, giacch tutto ci che abbiamo  preso in prestito e prima di andarsene da questa dimora terrena, qualsiasi cosa ci si illuda di avere, ne vanno rese le chiavi.
Sarebbe sufficiente, pens ancora una volta, contribuire a lasciare il mondo un po' meglio di come lo si  trovato. E, invece,
nemmeno dopo la sua morte il poveretto era stato lasciato in pace. I tassidermisti del Granduca erano entrati in gioco e l'avevano riempito alla meglio di paglia rendendolo pi simile a un polpettone che a un essere vivente. Posizionato a bocca aperta, in una sorta di goffo ruggito, era stato esposto agli Uffizi, fra le opere dei grandi maestri del Rinascimento, e poi di nuovo disturbato al momento di trasferirlo da l alla Specola, dove gli autori delle cere anatomiche, sospinti dal nuovo spirito scientifico che investiva ogni cosa, avevano tentato di rimodellargli la testa per farlo somigliare a un ippopotamo vero, ma senza troppo successo. Le zampe erano ancora sbagliate, sembravano quattro stivali e la cucitura sul collo quella di un cadavere dopo l'autopsia.
Si possono versare lacrime di fronte a un ippopotamo? A Pietro era accaduto. Aveva avuto compassione di quell'essere e con lui di tutti gli uomini, le donne e i bambini che sapeva essere stati strappati alla loro terra, ridotti in catene, frustati, torturati, uccisi, fatti morire di fame e di sete, e poi gettati in mare nella terribile tratta degli schiavi con l'America che aveva attraversato quattro secoli di Storia.
E adesso di nuovo la Storia sembrava mutare la sua corsa, volgersi indietro, come un serpente velenoso, per mordere la mano dell'uomo, e correre a precipizio verso la barbarie, dimentica dei sacrifici e delle rivoluzioni, dei morti e dei filosofi che c'erano voluti per arrivare fin l, per riconoscere che gli uomini sono tutti uguali.
Firenze si preparava ad accogliere e a festeggiare un dittatore fra i pi spietati che il mondo avesse conosciuto, che portava con s un'altra idea, che urlava che c'erano uomini migliori di altri, razze virtuose, come quella ariana, e razze vili e approfittatrici, come quella ebraica, o semplicemente inferiori come quelle africane. Che occorreva evitare ogni commistione e meticciato, che
i primi dovevano avere tutto e ai secondi doveva esser tolto tutto, financo la vita.
Come potesse essere accaduto lui non era in grado di capirlo, ma l'esperienza gli aveva insegnato che il mondo era pieno di persone senza cuore, pronte a seguire fino all'inferno chiunque dicesse loro che erano migliori di altri e avevano diritto a qualcosa di pi dei propri simili. Una cosa la sapeva per, che era dovere suo, e di ogni uomo, fare tutto ci che gli fosse stato possibile per fermare quell'idea distruttrice, per opporsi al fanatismo e alla barbarie.
Minnenne, lo stesso compagno che gli aveva portato la terribile notizia dell'uccisione dei fratelli Rosselli, l'aveva avvicinato la domenica prima alla messa dentro la Pieve e gli aveva sussurrato nell'orecchio che il conte Zaroff l'aspettava e che era venuto il momento per lui di farsi fare un ritratto.
Per questo motivo Pietro aveva accettato al volo, senza discutere, di raggiungere Firenze. Dell'indagine gli importava il giusto, ma non aspettava altro che quell'occasione o avrebbe dovuto trovare il modo di andarci in ogni caso, perch doveva sapere cosa volesse il conte Zaroff da lui e, soprattutto, portare avanti il piano intrapreso da tempo per mantenere la promessa fatta a Bianca: liberare la sua sorellina rimasta fra le grinfie della matrigna. Da dopo che Attilio, il ragazzino che viveva nel palazzo dirimpetto alla stanza di Vitaliano alla pensione e che era stato fondamentale nell'indagine della Certosa, aveva avvicinato la bambina nel mercato della Rufina e fatto rapporto su come se la passava, ogni giorno in pi che Pietro lasciava trascorrere lo viveva come una colpa.
Fu allora che not sotto la Piazza dei Pitti, seduto nel solito posto nella piccola omonima piazzetta posta di fronte all'obelisco del crocevia, il pittore dal grande cappello giallo a cui aveva consegnato le "uova di fagiano" due anni prima.
Lo avvicin sicuro: Vorrei farmi un ritratto disse all'uomo.
In chiaroscuro? domand questi senza sollevare il volto dall'orribile acquerello che stava dipingendo.
Molto chiaro e poco scuro rispose Pietro, riferendo la parola d'ordine che Minnenne gli aveva comunicato. E si chiese perch mai tutte le parole d'ordine dovessero essere, anche nei libri o nei film, cos idiote. Che fosse per questo che fallivano le rivoluzioni?
Si sedette sotto il muro, vicino ai dipinti esposti e al grande quadro con la testa di Mussolini, messo l a proclamare la fede fascista del pittore. Erano come al solito rintanati nell'angolo pi remoto della piazzetta, lontano da orecchie e occhi indiscreti, ridosso al muro a barbacane che reggeva la piazza.
Siete voi il conte Zaroff? sussurr.
Forse s e forse no disse l'altro sorridendo.
Era un ometto insignificante, dai tratti comuni, banali, come se ne vedevano a decine facendo una passeggiata per la citt. Lui stesso si chiese se l'avrebbe riconosciuto incontrandolo in un altro contesto.
Sedete! State dritto! disse l'uomo.
Pietro obbed e lui, con fare esperto, gli sollev il mento con la punta delle dita e lo mise in posizione.
Lo fate davvero? Siete capace? chiese Pietro.
Per forza! State fermo, ascoltatemi, e lasciatemi lavorare! disse perentorio, e poi si guard intorno per accertarsi che nessuno li potesse udire.
Ci occorrono le informazioni e tutto il piano messo su per la sicurezza del ramarro. Il vostro protetto ce li pu procurare?
Non lo so...  rischioso... mormor Pietro.
Certo che  rischioso: siamo mica a giocare alle carezze! e gli risollev il mento, rimettendolo in posa con un movimento
brusco. Bisogna capire cosa  controllato e cosa no, le vie d'accesso, la collocazione dei posti di blocco, dei tiratori scelti...
Aveva negli occhi una luce decisa, schietta e determinata. Ora disegnava senza esitazioni.
Ma non so se queste informazioni arriveranno in questura...
Certo che s, non dite scempiaggini. E poi abbiamo bisogno di un piano. Della vostra intelligenza per trovare il modo di farlo!
Io...? mormor Pietro.
Voi, voi. Ci vuole un'idea geniale, e voi siete un genio. O almeno cos dice Minnenne!
Ma io sono solo un contadino...
Si ricord che Vitaliano aveva ucciso un uomo per salvarlo e che lui invece no, nemmeno in guerra aveva mai ucciso nessuno.
Ve la sentite o no? Dovete solo pensare al come, a farlo penseremo noi...
E che risorse abbiamo a disposizione? Quante persone sono disposte a correre un tale rischio... ?
Poche, ma qualcuno c'... qualche pazzo, come me. Per il resto meno sapete e meglio campate. L'uomo sorrise. Pietro fu certo in quell'istante che non fosse lo stesso con cui aveva parlato la volta prima. Gli somigliava, ma l'altro era pi alto, non che avesse importanza.
Che volete fare? gli chiese inutilmente.
L'interlocutore gli gett un'occhiata eloquente. Non siate stupido! Lo sapete benissimo. Quel che  necessario. Ci sono in ballo chiss quante vite e il destino del mondo.
Alz la tavoletta e gli mostr il ritratto come se fosse stato un cliente vero. Ma fu cos veloce che Pietro non vide nulla. Il tempo per disegnare era finito, se fosse restato di pi qualcuno avrebbe potuto insospettirsi. I gesti dell'uomo erano perfetti, proprio come quelli di un pittore che blandisce l'acquirente, recitati per un
ipotetico osservatore: una vecchietta della casa di fronte, una spia dell'OVRA in agguato, una portiera prezzolata intenta a pulire le maniglie di un portone, o chiss chi altro. Quando parlava teneva sempre la bocca voltata verso il muro, per impedire la lettura delle labbra, pens Pietro, a un eventuale osservatore dotato di binocolo. Anche lui fece lo stesso.
Minnenne ha ragione constat l'uomo, accorgendosene. In ogni modo, quando ce l'avrete - presto perch non c' molto tempo -, contattatemi tramite Minnenne e vi far un altro ritratto.
Stacc il foglio dalla tavoletta di legno, l'arrotol e glielo porse. Sono tre lire!
Tre lire? domand Pietro, sbalordito.
Tre lire, s tre lire! disse spazientito l'uomo, guardandosi intorno.
Pure? Per davvero?!
Svelto che dovete risultare credibile, se ci guardano! mormor.
Pietro tir fuori di tasca il borsellino a tacco, trasse fuori tre monete con l'aquila e le consegn all'uomo. Il suo pranzo era appena volato via.
Via ora. Fatevi sentire presto! mugugn il pittore a labbra strette, inchinandosi e sorridendo come avrebbe fatto con un cliente vero.
Pietro si allontan traversando la strada e quando fu abbastanza lontano si ferm sul marciapiede e srotol il disegno. Lo guard, rise. Sembrava una zucca del Poero Zozza come quelle che intagliava ai bambini in ottobre con il moccolo acceso dentro. Una schifezza. Mariannina avrebbe fatto cento volte meglio.
Speriamo che a cospirare sia pi bravo che a disegnare, pens.
Due o tre vie dopo, orientandosi a memoria, si ritrov di
fronte alla bottega del Faina. Il ladro era chiuso dentro e cercava d'aprire una cassaforte che gli avevano portato dei colleghi dopo averla divelta dal muro di una villa o di un negozio. Pietro cap che c'era dal rumore che si sentiva da fuori. Buss.
Faina copr la cassaforte con una coperta militare, si avvicin alla porta, scost la tenda e spi fuori. Quando riconobbe Pietro tir il fiato. Apr girando la chiave. Fece entrare Pietro e si richiuse subito la porta alle spalle dando un'occhiata fuori per accertarsi che non ci fosse nessuno.
M'avete fatto cacare addosso, accidenti a voi! Che volete?
Di fronte alla cassaforte coperta c'era Angiolo, un ragazzone tozzo, con la faccia da pugile. Era il figlio di Burde, gli somigliava ma non era altrettanto sveglio. Diciamo pure che era un po' semplice. Per questo lo chiamavano tutti Burdino Mezzo Bicchiere. Lui pensava fosse perch era figlio di Burde della mescita, che faceva i bicchieri poco pieni, ed era anche cos. Solo che non realizzava che un bicchiere o una bottiglia mezzi pieni a Firenze sono scemi. Ed ecco spiegato il mistero del soprannome del quale tutti si guardavano bene di metterlo a parte.
Un amico! lo tranquillizz Faina indicando Burdino, e dopo averla scoperta si rimise al lavoro sulla cassaforte.
Pietro guard la scena. Pensavo tu lavorassi solo a domicilio scherz.
Il signore qui ha perso la chiave e per non stare a farmi andare fino a casa sua e pagare il supplemento per la chiamata, me l'ha portata spieg Faina stizzito e lo guard sarcastico. Sono andati da soli per non pagare anche me, questi furboni, ma non gl' riuscito d'aprirla, allora l'hanno sbarbata dal muro legandola a un motocarro e ce l'hanno caricata sopra con il rischio d'essere beccati, e ora eccola qui! Devono aver fatto pi casino dei fochi di San Giovanni, ma hanno avuto culo e non li hanno presi. Una volta al sicuro hanno rotto la serratura a combinazione con un martello, senn era troppo facile... Poi di solito chi fa cos gli d fuoco e sciupa tutto il contenuto, o la fa esplodere, che  anche peggio. Oppure, gira rigira, si torna dal Faina che allora costa pure il doppio, perch vuole la met invece che un terzo!
Burdino Mezzo Bicchiere fece una faccia corrucciata, come uno scolaro rimproverato. Pietro lo guard meglio, era un ragazzone alto e robusto con polsi e mani enormi. Faina, magro, con i capelli lunghi e unti sulla testa secca da merlo, sembrava un filo di fumo di fronte a lui.
A che punto siamo con Caterina? domand Pietro.
Questo contadino qui, questo signore... spieg ironico Faina rivolgendosi a Burdino. Sembra bravo, ma c'ha i' brutto vizio di rapire le bambine. A volte, se ci si ritrova, taglia anche la gola a qualche puttana!
Si pieg in due sulla cassaforte e rise. Prima piano, poi sempre di pi, finch fu preso da un attacco di ridarella e dovette smettere di lavorare ai cardini per asciugarsi le lacrime agli occhi con un fazzoletto lurido. Burdino lo fissava per capire se dicesse sul serio o scherzasse.
Di solito coinvolge gli amici continu Faina. Guardie, ladri, non fa differenze,  di bocca buona. Fa per vedere se si prendono qualche decina d'anni di galera per colpa sua. Per poi paga, eh! E che pagamenti! Una villa mi ci son fatto con la prima ragazzina rapita!
Mezzo Bicchiere, che non coglieva tanto bene le sfumature, domand: Ma posso partecipare anch'io?.
Si capisce! disse Faina. Bambine ce n' tante a i' mondo!
Hai comprato una villa e non me l'hai detto? domand rammaricato l'altro.
Non volevo che tu venissi a trovarmi quando sono con tutti
i miei amici altolocati: avvocati, podest, contesse... Fosse mai che mi arrivavi li con tre o quattro ladri disgraziati amici tuoi e mi facevi fare brutta figura!
Ho capito... ti credevo un amico... mormor il ragazzone, e rimase a testa bassa, visibilmente adirato.
E scherzo, bischero! Se avevo una villa, ero qui?! Non m'ha pagato ancora, sar venuto ora a saldare.
Dai, Faina, falla finita. Dimmi della bambina e smettila di fare i' bischero disse Pietro. Se fai il bravo poi ti do questo disegno aggiunse, mostrando il rotolo.
Che ?
Un ritratto in chiaroscuro, di morto chiaro e poco scuro.
Faina si decise a riferire le condizioni della bambina: Sta bene. spieg. Ma la su' mamma s'accompagna con un carogna fascista, un bono a nulla, e tutte e due la trattano come un cane, una serva. Calci, labbrate. Loro a letto a trombare e lei fa tutto in casa e gli serve da mangiare. Ha detto ad Attilio che se brucia la frittata o sala troppo qualcosa, ne busca. A scuola la mandano poco o punto, e il damo della madre la guarda di gi in un certo modo. Prima la levi di l e meglio , te lo dico io!
Pietro strinse i denti dalla rabbia. L'hai fatta avvertire da Attilino? Lo sa che stiamo cercando il modo di toglierla di l senza che la madre s'opponga?
Certo... disse il fabbro.
Hai scoperto qualcosa d'interessante sulla donna? Che fa tutto il giorno?
Poco, non pu fare nemmeno la puttana con quella faccia. Ci prova, tenta d'adescare, ma ci vuole lo stomaco di quella bestia che ha trovato per poterci anche solo pensare. Che ti devo dire: forse gli metter un sacco in capo. Del resto, c' chi tromba le pecore. Siamo tanti al mondo!
Dimmi qualcosa d'interessante, santo cielo!
Una cosa strana c', in effetti, ha l'abitudine di venire a Firenze una volta a settimana a consultare un mago. L'ha vista Garibardi, che mi ha fatto il piacere di starle dietro qualche giorno e andr pagato...
Un mago? E come si chiama questo mago? domand Pietro, all'erta.
Ce l'ho scritto da qualche parte disse Faina. Un nome buffo... e mentre cercava di ricordarselo spingeva sulla cerniera girando la manovella di un grosso trapano, facendoci forza con il peso di tutto il corpo. Burdino l'aiut. Finalmente il cardine cedette e la cassaforte si apr abbastanza per poterci inserire un piede di porco e far leva. Quando ebbero divelto lo sportello, Burdino si chin svelto, lo spost e ci infil le mani dentro. Prese a tirarne fuori dei documenti, poi un blocco di cartoncini rettangolari legati insieme, e infine una scatola di timbri. Ci frug affannosamente con un'aria sempre pi delusa. Di soldi e gioielli nemmeno l'ombra. Bestemmi. Dove cazzo l'avete presa questa? gli domand Faina. Sul suo volto secco la bocca esangue fremeva di rabbia e sulla fronte gli s'era formata una ritrosa di rughe che pareva la nuvola d'un temporale.
Nella casa di' fascio di San Donnino, non c' mai nessuno la sera e rimane un po' fuori dal paese.
Il ragazzo raccolse i cartoncini, strapp lo spago e si ritrov fra le mani una manciata di tessere bianche del Partito Nazionale Fascista.
Povero grullo! Te, la maiala di tu ma', i' tu babbo becco e qui' bischero che sono io a darti retta! esplose Faina, che nonostante la sua magrezza cadaverica, quando s'arrabbiava faceva paura.
Non c' nulla di bono? domand Burdino.
L'hai la tessera del fascio? gli chiese il Faina su tutte le furie.
Il ragazzo annu.
Ne vuoi un'altra? gli domand strappandogliene un po' di mano e gettandogliele in faccia. Poi si guard intorno e, sperando di rifarsi, sfil di mano il disegno a Pietro, lo apr, lo guard e lo butt a terra stizzito fra i timbri, le tessere e altri documenti.
M'avevano detto che era piena di quattrini! spieg Burdino, rammaricato.
T'hanno preso per il culo, bischero, e ci sta anche che ora vengano a cercarti. Cambia aria, da' retta e stanotte tu porti via di qui questo affare, che non ce lo voglio, bruci le tessere e getti tutto in Arno.
Pietro si chin. Aspettate a bruciare questa roba... disse. Forse serve a me.
I due lo guardarono sbalorditi.
Ho fatto tanta fatica per non prenderla, pens Pietro ridendosela. E guarda ora quante ce n'ho, anche con i timbri...
Faina scosse la testa. Basta che me le levi di qui! disse, poi si port l'indice alle labbra e prese a riflettere. Finalmente si ricord, apr un cassetto pieno d'arnesi, tir fuori un'agendina, e lesse: Antonino... Principe Ammanniti... riceve in casa in un palazzo dalle parti del Ponte Vecchio....
Pietro s'illumin. C'aveva sperato.
Com' piccolo i' mondo! asser soddisfatto. Che finalmente qualcosa cominciasse a girare dalla parte giusta?
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Capitolo 9.
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Non ho niente io, al di fuori dell'arte mia benedetta, mi dico, poi per penso al mio piccolo museo e mi vedo vagare come un'ombra colossale con il lume a petrolio in mano per le aule e il corridoio della scuola, a notte fonda, stando attento a schermarlo con il mantello quando passo di fronte a una finestra che d sull'esterno del parco. Ma  pericoloso, una volta qualcuno ha scorto un riflesso ed  corso a chiamare Mino. Per questo preferisco le prime ore della mattina, quando la luce naturale illumina le cose, prima che il vecchio si svegli, dopo il suo ultimo giro in biblioteca, in modo che nemmeno lui possa vedermi.
Giro fra le aule, mi siedo nei banchi immaginando la vita che non ho e che avrei potuto avere, e raccolgo tracce di altre esistenze per la mia piccola collezione fatta di carboncini dimenticati sul piano dei cavalletti, di gomme pane rotolate in un angolo, di fogli di carta dimenticati fuori dall'armadietto, di mozziconi di matita e pennelli malridotti e ormai quasi inservibili che qualcuno degli allievi ha gettato in un cestino, ma che conservano, ancora attaccato addosso, il sapore della vita, di una vita normale. Oggetti consumati e usati da studenti che camminano fra gli uomini, escono, soffrono per un brutto voto, per una simpatia non corrisposta, sperano e progettano i propri giorni. Li annuso, li tocco, mi commuovo, mentre li dispongo nel mio schedario di legno nascosto nei meandri della terra. Davvero vorrei divorarli quei ragazzi e quelle ragazze, assorbire la loro linfa e bellezza, con tutte le pene e le gioie che vi sono comprese.
Il camerino delle modelle  la parte che mi riserva pi emozioni perch  l che Corinne si spogliava. Le ragazze sono distratte, dimenticano sempre qualcosa, un nastro, una scatoletta di cipria, qualche volta una calza, che quasi non oso sfiorare e che poi invece rubo, giacch  questo che sono: un ladro che raccoglie i rimasugli delle vite degli altri, che cerca di metterli insieme affannandosi a comporre un rompicapo impossibile, un'isola illusoria fatta di sterpi e di rifiuti che il fiume ha guidato e addensato sulla chioma di un albero sommerso. Il suo risultato non  mai una vita intera, ma solo una mezza vita riflessa: la mia. Un'isola senza suolo, sulla quale  impossibile camminare.
Ho un nastro rosso sfilacciato che Corinne ha buttato nel cestino del camerino.  tutto ci che mi resta di lei. Chi mai sospetterebbe che  la cosa a cui tengo di pi al mondo?
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Capitolo 10.
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Vitaliano seguiva il direttore a fianco di Parrini e del commissario capo e aveva ancora gli occhi colmi di meraviglia per tutto ci che aveva visto durante la visita guidata all'ala destra del Regio Istituto d'Arte e alla sezione calchi. Riattraversarono l'Ottagono e si inoltrarono nell'immensa ala sinistra. Quel luogo era un vero e proprio labirinto colmo di aule, corridoi, scale, passaggi, porte dietro alle quali si aprivano enormi stanze con gli studenti chini sul proprio lavoro.
Attraversarono una corte interna, un giardino dove faceva mostra di s un bellissimo cavallo di legno in una posa imbizzarrita, ed entrarono in un laboratorio illuminato da ampie vetrate. L c'erano allievi scultori e intagliatori, circondati da rastrelliere coperte di sgorbie, scalpelli, attrezzi e modelli in gesso. Poco pi avanti sentirono picchiettare e seguendo la loro guida si ritrovarono in uno spazio adibito alla lavorazione della pietra e del marmo. Un ragazzo era impegnato a copiare una grande testa di cavallo e con uno strano arnese, che sembrava un grande insetto stecco fatto di legno e di ferro, rilevava i punti pi sporgenti del calco in gesso e li presentava poi sul blocco di marmo che stava scolpendo per misurare l'eccesso di materia da togliere via. Sia la copia che l'originale erano collocati all'interno di una struttura di legno a forma di parallelepipedo sui cui lati, lasciati vuoti per
permettere la visione del modello, una griglia di spaghi ben tesi funzionava da riferimento per l'artista. Gi si intravedeva l'abbozzo della figura emergere dalla massa della materia grezza.
Il direttore si compliment per la precisione e l'occhio dell'allievo.
Complimenti, Rinaldi! disse al giovanotto. Vi aspetto al concorso per la cattedra di disegno dal vero. State preparando le opere da sottoporre alla commissione? Mi raccomando, fate un buon lavoro!
Il giovane disse che non pensava ad altro, e che avrebbe fatto del suo meglio per cogliere l'occasione.
 un bravo artista, e un bravo giovine, con la madre inferma. Avrebbe bisogno di quel posto, ma non  il solo a volerlo... spieg il direttore, mentre proseguivano. La nostra selezione  rigorosissima. La mia signora poi,  a capo della commissione giudicatrice e non fa sconti!
Presto furono nell'aula di plastica, circondata da grandi vasche dove era messa a macerare la creta per mantenerla morbida e pronta all'uso. Ovunque c'erano cavalletti di legno, bassorilievi e figure poggiate su robusti cavalletti e coperti con teli e incerati per non farle asciugare. Anche l si aprivano grandi vetrate, da cui si intravedeva il verde del giardino. A quell'ora solo uno studente dell'ultimo anno si era trattenuto. Stava lavorando alla statua di una giovinetta e aveva una ragazza nuda di fronte che gli faceva da modella e che nemmeno si copr al loro passaggio. Vitaliano alla vista dei seni pallidi e piccoli della ragazza ripens a quelli pi grandi e torniti di Nausica e sent l'eccitazione e il desiderio montare. Se ne vergogn e congiunse le mani coprendosi il ventre con il cappello, mentre si guardava intorno con aria indifferente. La ragazza era molto bella, not la mossa e, compiaciuta, gli lanci uno sguardo divertito. Ma lui non la vide, non
pensava a lei, si era gi voltato. La lunga chioma di una Leda con il cigno in un bassorilievo accese nella sua mente l'immagine di Nausica che gli saliva sopra impossessandosi di lui e oscurava la stanza con la cascata dei suoi capelli castani. Sent l'arnese sussultare, il profumo di lei come se fosse l. Si pent di non essere rimasto a Venezia e maled quell'omicidio giunto a rovinare a lui e Nausica l'illusione di una felicit possibile, ma c'era poco da fare.
Marangon e Parrini guardandosi intorno ostentavano indifferenza, ma lanciavano come per caso ripetute occhiate alla modella, che si sforzava di non ridere, rimanendo immobile. Tutti furono distolti da quella visione dalla voce severa e imbarazzata del direttore: Avanti, avanti, lasciamoli lavorare! Adesso seguitemi, signori, saliamo al piano superiore!.
Nel corridoio Vitaliano sent Marangon che sussurrava a Parrini: Bea tosa!.
Si chiama Armenia spieg il direttore udendolo.  bella, credo sia originaria di Viareggio. Una modella professionista, riesce a star ferma per ore. Capisco che siate poco abituati, noi guardiamo queste ragazze con gli occhi dell'arte.
Marangon arross e toss. Semo omini... borbott, imbarazzato.
 zoppa, povera ragazza, lo direste? Ha una gamba di legno, si muove con un bastone. Non l'avete vista perch era sotto il lenzuolo ed  intagliata ad arte. A parte questo, ha la faccia un po' dura, quasi volgare, ma che corpo, che meraviglia! Artisticamente parlando, s'intende.
S'intende... Era quel che cercavo di dire... si giustific il commissario capo un po' turbato dalla notizia.
Il direttore annu comprensivo, ma severo.
Poco dopo, nella sezione di pittura, Fiasca present agli agenti cinque valenti allievi che avevano avuto l'onore di completare poco tempo prima la decorazione della Casa del Balilla. Anche due di loro avrebbero concorso alla cattedra di disegno dal vero il mese venturo. I tre smisero di dipingere e si impettirono sollevando la mano al cielo, Parrini e Marangon risposero d'istinto e anche Draghi fece lo stesso, contento che non ci fosse Pietro a ripetere la commedia del braccio ferito che indicava quello buono pronunciando come al solito: Invalido di guerra impedito nell'arto per non eseguire l'odioso saluto.
Finalmente con quel gesto l'eccitazione gli era passata. La mano levata al cielo aveva contribuito ad abbassargli il bischero. Respir sollevato e ripensandoci si dispiacque che Pietro non fosse rimasto ad ammirare ogni cosa, studiare la situazione e l'ambiente. A lui sarebbero piaciuti gli strumenti e i laboratori, l'ingegnoso sistema per copiare la scultura. Ma di certo, con quell'indagine solo all'inizio, non sarebbero mancate occasioni di tornare nella scuola.
Quella visita sembrava non finire pi. Quanto avevano camminato? Da soli sarebbero stati in grado di orientarsi? Ancora un corridoio, una piccola scala, ed ecco che la porta si apriva nella sezione di oreficeria su file di studenti seduti ai banchi e impegnati a cesellare sulle basi di pece nera i loro gioielli, tra fiamme, pinze e incudini. Da l si usciva da un'altra apertura quasi nascosta e attraverso un lungo giro si entrava nell'aula di disegno e figura, con i Cavalletti disposti a cerchio intorno a una poltroncina imbottita e un'ottomana dove dovevano sedere le modelle durante le lezioni di anatomia e figura. L'ultima che videro fu l'enorme classe di tessitura, piena di telai di legno dalle forme complicate e meravigliose e di studenti e studentesse al lavoro, le pareti colme di arazzi e di tessuti.
Durante il ritorno in questura Vitaliano, che si era seduto sul sedile posteriore, ascolt i commenti di Marangon e di Parrini sull'ambiente, la bella foresta di peli scuri della giovane modella zoppa, e sul caso da districare, senza unirvisi. Non riusciva a concentrarsi sull'indagine. Da quando era arrivato non pensava ad altro che a Nausica e a ci che gli aveva detto prima di chiedergli di portarla via, strapparla a quell'incubo e fuggire a Venezia con lei, almeno per qualche giorno, loro due soli, prima del disastro. Gli aveva fatto promettere di non dirlo a Pietro e lui cercava di rimandare quel momento, anche se il "suo vecchio" aveva gi intuito che qualcosa non andava e negargli una spiegazione diventava di ora in ora pi difficile.
Non importa che chiedi la mia mano a mio padre, Vitaliano. Non ti posso pi sposare. Il mese prossimo verr annunciato il mio fidanzamento.
Era stato un duro colpo. Non mi vuoi pi sposare? gli aveva chiesto con la voce mortificata di un ragazzino.
Erano seduti in un caff del centro, si erano dati appuntamento l. Lei si era voltata verso il vetro e gli occhi le si erano riempiti di lacrime. Poi aveva spostato la teiera lucente, si era fatta forza e fissandolo aveva cercato la sua mano sul tavolo stringendola fra le sue: Non vorrei sposare nessun altro, ma purtroppo non posso, non potr mai pi... Non possiamo essere felici, Vitaliano, sarebbero in troppi a pagarne le spese.
Per favore spiegami che cosa sta succedendo l'aveva supplicata lui, con il cuore in subbuglio.
E allora lei aveva pronunciato quelle parole, che ora lui si rimasticava fra le labbra: Il Castello del Nero, la fattoria, il podere di Pietro, la casa in cui vive tua madre e in cui sei cresciuto: mio padre ha ipotecato tutto e rischia di perdere ogni cosa....
A quelle parole l'interno del lussuoso caff con le rclame colorate raffiguranti eleganti signore in lunghi abiti acconciate alla maschietta, i camerieri con i vassoi, le lampade di vetro soffiato, i tavolinetti e i clienti impegnati a bere aperitivi e versarsi il t fumante... ogni cosa aveva preso a girare.
Come tutto? le aveva chiesto con voce tremante.
Nausica l'aveva guardato perplessa. Mi sposeresti lo stesso, vero?
No... aveva risposto Vitaliano, sorridendo. Sai che ho sempre puntato alla villa!
Avevano riso per spezzare la tensione e lei si era allungata sul tavolo e l'aveva baciato. Lui aveva risposto al bacio, poi l'aveva trattenuta, supplicata: Per favore... Se stai scherzando  uno scherzo crudele... Cosa sta succedendo? Ha perso al gioco?.
Ora lo sapeva cos'era successo, rivedeva Nausica scura in volto, che gli spiegava tutto trattenendo a stento le lacrime.
Mio padre  troppo buono, si fida troppo. Sai che si  sempre rimesso a un uomo di fiducia per i suoi investimenti e la gestione del capitale...
Risentiva se stesso dire: Il ragioniere Casimiri... Lo so....
E lei che continuava: Poi Casimiri  morto, era molto prudente, tradizionalista. Di certo non ti arricchivi, con lui i soldi che avevi erano quelli che mantenevi. Prima di morire il vecchio ci ha raccomandato il proprio figlio. Gi da tempo seguiva i nostri interessi insieme al padre. Avresti dovuto vederli, due gemelli d'et diversa. Il giovane sembrava la copia sputata del vecchio e cos a mio padre  sembrato naturale continuare ad affidarsi a Casimiri figlio dopo la morte di Casimiri padre. Era soddisfatto: "Il padre l'ha formato bene, ha studiato economia...  una mente, il giovane Casimiri!" diceva. "Quasi non vedo la differenza!" Non  che mi abbia mai tenuta al corrente di cosa facevano, cosa brigavano. Poi abbiamo avuto un'epidemia di febbre fra i maiali
di alcune nostre fattorie in Maremma, abbiamo dovuto ucciderli e bruciarli, e alla fine abbiamo venduto il podere per ricavarci qualcosa e avere i soldi per pagare tutti: il personale qui alla villa, le tasse, insomma, occorrono sempre tanti liquidi... Mio padre si  abbattuto. Era una difficolt passeggera, niente di catastrofico. Quando si hanno tanti poderi pu capitare in alcuni di perdere un raccolto, di avere sfortuna per una grandinata particolarmente violenta, di non essere saldati da qualche cliente che ha preso olio o vino a credito. Ma lui si sentiva un peso addosso. Non faceva che ripetere che suo padre aveva accresciuto la loro fortuna e che lui, invece, nonostante vi avesse aggiunto la cospicua dote di mia madre... non ne imbroccava una. Continuava a dire che i tempi cambiano e che con la terra si campava, ma non si cresceva. Io lo lasciavo parlare, Vitaliano. Mi sembravano i discorsi di sempre. Il suo solito senso di colpa per essersi trovato tutto fatto, con la sua eredit e quella di mia madre, senza aver costruito nulla di pi. Intanto per le cose continuavano ad andare storte. O almeno il giovane Casimiri insisteva a farglielo notare e pesare. Il prezzo del grano che calava, o saliva troppo poco, i costi fissi sempre pi alti... Oggi capisco che si ingegnava a mostrargli il bicchiere mezzo vuoto, invece che mezzo pieno.
A quel punto Vitaliano l'aveva supplicata di andare avanti: E poi... insomma, mi vuoi morto? Vuoi andare al punto? Cos' successo?.
Casimiri figlio ha iniziato a dirgli che i poderi erano una sicurezza, ma anche un bene che non fruttava poi tanto, che costituivano un capitale e una possibilit di arricchimento che lui non sfruttava appieno, tenendoli l a prendere l'acqua e il sole. Che i tempi stavano cambiando, e che c'era modo di fare dei bei soldi senza rischio. Che lui aveva identificato, grazie a un amico che lavorava in una grandissima banca, una combinazione di azioni
ad alto rendimento che loro proponevano ai clienti migliori: acciaio americano e altre cose. Ma soprattutto che era subentrata negli ultimi mesi una grande novit, un'insperata fortuna: conosceva un ingegnere minerario con una piccola societ che aveva ottenuto la concessione per delle miniere nelle colonie, ma che avevano bisogno di capitali per essere avviate. Era costata tanti soldi, ma il terreno nella zona del Nilo azzurro era vasto quanto la Sardegna e stava gi sputando oro e platino che i minatori raccoglievano con grande facilit. Gli ha confidato che anche lui nel suo piccolo ci aveva investito e si stava arricchendo. Un giorno gli ha mostrato una Lancia Aprilia pagata ventiquattromila lire. Roba che il vecchio Casimiri non Si sarebbe certo potuto permettere.
Babbo ha iniziato a fare domande per capirci di pi.  venuta fuori questa storia di avviare miniere nelle colonie finanziando la "Societ mineraria concessione bradi in Abissinia". A quanto seppe, questo Bradi era un bravo ingegnere minerario, un compagno d'infanzia di Casimiri che, investendo capitali di famiglia e tramite le conoscenze giuste nel partito, era riuscito a farsi dare una concessione come la Societ Anonima Per Imprese Etiopiche. Ora era sul posto e stava gi sfruttando delle miniere e cercando i fondi per avviarne delle altre. Babbo si era rivolto a lui per essere finanziato in fretta e quello aveva coinvolto alcuni dei suoi migliori clienti, creando una specie di club ristretto che partecipava all'affare con grande profitto. Un giorno gli ha mostrato un sacchetto con dei sassolini d'oro misti a terra e un campione con del platino. Poi si  messo a raccontargli che gli altri investitori, da lui consigliati e grazie a quel contatto, avevano degli interessi che arrivavano al venti, anche venticinque per cento in poco tempo. Bastava attendere che, una volta comperate le macchine con i soldi in prestito ricevuti dall'Italia, l'ingegnere Bradi organizzasse la miniera, assoldando manodopera locale e specialisti italiani. Gi le prime
dieci avevano cominciato a fruttare. Cos lui stesso aveva ipotecato la casa e investito ottenendo in poco tempo un bel guadagno. Una piccola parte l'aveva usata per comperare l'auto.
Nella testa di' babbo c'erano tutti i discorsi sull'Africa da conquistare, la propaganda sugli inglesi che volevano mettere le mani sull'oro, il platino e i favolosi zaffiri... insomma c'ha creduto. Ha insistito per essere parte dell'affare. Ma Casimiri non sapeva se poteva farlo entrare, si  fatto pregare, allora mio padre ha tirato fuori il suo buon rapporto con il genitore defunto. Alla fine quello gli ha detto: "Anche se vi facessi entrare, signor conte, voi avreste bisogno di una liquidit che non avete!".
Ancora Vitaliano risentiva la propria voce incredula: Non mi dire che c' cascato?.
E lei che annuiva fra le lacrime e continuava imperterrita: Il piano era semplice e appetibile. Prendere un prestito da qualcuno con interessi bassi e perci con poche rate mensili alte, e dargli in garanzia la villa, la fattoria e alcuni poderi. Avviare l'investimento africano, nel frattempo pagare qualche rata, e poi, appena ricevuti gli interessi sull'affare dell'oro e del platino, saldare l'intero ammontare del prestito ed estinguere le ipoteche. Naturalmente prima mio padre ha fatto il diavolo a quattro per farsi accettare dal club, poi gli hanno riempito la testa di racconti sui loro prodigiosi guadagni. Fra i polli veri dovevano esserci anche complici finti ed entusiasti, mi viene da pensare, oppure erano davvero degli sciocchi convinti di aver scoperto l'Eldorado. L'amico impegnato in Africa, l'ingegner Bradi, abbronzato e vissuto, l'ha accolto a Roma in un ufficio pieno di gente indaffarata, con una grande targa, chiss perch scritta in francese: "Societ Minire des Concessions bradi en Abyssinie", e ha mostrato loro dati di estrazione mirabolanti, le foto delle miniere, dei negri che ci lavoravano, degli scavi, le cartine e perfino dei campioni di
platino e oro che teneva li da far vedere ai signori investitori. E cos lui ha fatto una prova con il podere delle Lame. L'ha ipotecato, ha dato mettiamo cinquanta, e dopo nemmeno tre mesi Casimiri gli ha reso venticinque dicendogli che erano gli interessi. O meglio, glieli avrebbe resi, se non fosse che mio padre gli ha detto di reinvestirli. Dopo altri sei mesi ha avuto trenta di interessi, e ha capito che liquidare l'ipoteca sarebbe stato semplice. Che poteva fare lo stesso anche con altre propriet....
Vitaliano si ricordava di aver mormorato qualcosa del tipo: Insomma  scattata l'avidit, il desiderio di approfittare del gioco il pi possibile. Di dimostrare a se stesso che era scaltro....
Proprio cos. Lui acconsentiva a ipotecare per avere capitale da investire in Africa e subito quel serpente di Casimiri gli trovava qualcuno disposto a prestare contante in cambio: nel nostro caso una societ di navigazione ligure, un armatore, con una grande disponibilit di denaro. Investiva, e ogni tanto una parte della somma gli veniva resa come interessi. Solo gli interessi, mai anche il capitale. Ha estinto l'ipoteca delle Lame e ne ha fatte altre. Oramai, dopo un po' che giocava, non erano pi soldi o terreni e poderi, ma numeri, figurine da scambiare. A un certo punto per si  reso conto di aver ipotecato met dei nostri poderi e la villa, e di avere in mano solo una piccola parte di quanto aveva preso in prestito e girato a Casimiri per l'investimento africano.
Sapeva che negli affari bisogna avere pazienza, per ora riusciva a pagare le rate grazie agli interessi che arrivavano regolari, ma se quell'entrate si fossero fermate... se i filoni si fossero rivelati meno ricchi del previsto? Era troppo bello per durare e qualche dubbio aveva iniziato ad averlo. Poi, durante una cena presso amici fiorentini, un senatore del Regno ha fatto un discorso circa la difficolt e le deluse speranze relative all'Etiopia e l'Eritrea, e
all'oro e al platino, che sembravano nascere sugli alberi e che invece era veramente complicato e costoso estrarre. L'apporto annuale era di poche centinaia di chili, e non riusciva a coprire nemmeno il fabbisogno nazionale. Lui allora ha iniziato a fare domande. "Dipender dalla zona" ha obiettato. E ha scoperto che le concessioni erano in mano a due societ nazionali, il tipo gli ha detto i nomi. Mio padre ha fatto notare che si stava dimenticando quella dell'ingegner Bradi, grande quanto la Sardegna. L'altro ha riso e ha detto che non ne aveva mai sentito parlare. Che se ci fosse stata una societ privata italiana lui l'avrebbe saputo, perch era nella commissione parlamentare sull'estrazione mineraria nelle colonie.
A quel punto i' babbo si  sentito male. Hanno dovuto soccorrerlo e lui ha capito che qualcosa non andava. Eppure tutte le carte della societ mineraria... Era stato a Roma, nei loro uffici, aveva conosciuto l'ingegner Bradi, visto i geologi al lavoro sulle carte e al telefono, ammirato le foto, firmato i documenti. Non ne ha parlato con gli altri signori del circolo, ma ha deciso di telefonare a Casimiri, e questo  stato il suo errore, perch cos facendo l'ha messo in guardia. Questi l'ha tranquillizzato continuando a raccontargli balle. Allora la mattina dopo mio padre ha chiamato un amico romano e l'ha mandato alla sede della societ. L'altro gli ha detto che l'ufficio era vuoto ed era stato affittato solo per una settimana da un signore che aveva pagato in contanti. Quando ha capito di essere stato truffato ha chiamato i carabinieri e si  recato all'ufficio di Casimiri nel tentativo di salvare il salvabile. Inutile dirti che quando  arrivato il nostro eroe aveva gi preso il volo con il malloppo.
Babbo  andato allora dai colleghi titolati del loro piccolo e segretissimo club, che poi tanto piccolo non era pi, perch ognuno entrando versava un capitale che veniva in parte intascato da
Casimiri e dall'amico geologo, probabilmente un commediante, e in parte usato per dare interessi agli altri e far sembrare che l'investimento funzionasse. Non ti dico i malori, gli svenimenti, le telefonate, le urla. Uno dei signori ha tentato di gettarsi dalla finestra e hanno dovuto reggerlo.
Vitaliano riud la propria voce che formulava la domanda a cui teneva di pi: Che c'entra questo con il nostro matrimonio, io ti sposo lo stesso!.
C'entra, perch quando pensavamo fosse tutto perduto, da mio padre si  presentato un tale armatore che si chiama Florio Beniamino Ansaldi, e gli ha fatto vedere tutte le ipoteche legate alle propriet, facendogli capire che alla prima rata che avesse saltato, lui si sarebbe impadronito di tutto, a meno che io non mi fidanzassi con suo figlio e lo sposassi... che poi  un modo per impadronirsi di tutto ugualmente, ma salvando l'apparenza e ottenendo un titolo nobiliare a cui questo Ansaldi sembra aspirare.
L'auto svolt per entrare nella strada della questura.
Commissario! Vi siete addormentato? domand Marangon riscuotendolo. C' qualcosa che non va? Siete pensieroso.
No, no. Tutto bene. Stavo riflettendo sul caso... ment Vitaliano sollevando la testa a guardare la strada, e sospir sentendosi morire.
...
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Capitolo 11.
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Da dopo che Serafino se nera andato Bianca era sempre triste, in pensiero per lui militare in una citt lontana, in quella Roma capitale che immaginava enorme e ostile, piena di insidie, donnacce, tagliagole. Non vedeva l'ora che tornasse in licenza per riabbracciarlo. E poi spesso, troppo spesso, la malinconia l'assaliva al pensiero della sorellina rimasta con la sua matrigna senza cuore. Si chiedeva quanto sarebbe occorso ancora a Pietro per mantenere la sua promessa, per portarla da lei. Aveva perfino imparato a pregare come una cristiana, senza trovarvi tuttavia la stessa consolazione che doveva trovarvi Sabina. Forse anche con le preghiere, come con le bestie, bisognava prender dimestichezza da piccoli. Lei non era capace: le pecore le scappavano e non le davano retta. Se andava a prendere un coniglio per le orecchie, subito lo lasciava ricadere nella conigliera pensando di fargli male. Una volta ne aveva anche fatto scappare uno e se non fosse stato per Mariannina l'avrebbero perso. Se si avvicinava a un tacchino con l'intenzione di prenderlo questo l'attaccava e la faceva scappare a gambe levate. Come se le bestie percepissero la sua debolezza, la sua inadeguatezza. Come se lei, bionda e delicata, non fosse stata progettata per stare l, per diventare la moglie di un contadino. Lo stesso tacchino che aveva attaccato lei, poco dopo sembrava piegarsi rassegnato sotto le mosse decise e abili di Sabina e si dibatteva appena.
Bestiaioli, pastori, animalari... cristiani... forse non ci si poteva diventare, ci si doveva nascere. Continuava a provarci a catturare i polli, cos come a pregare Santa Maria madre di Dio, soprattutto per non deludere Sabina. Temeva che la donna pensasse che lei non fosse la moglie adatta per il suo Serafino, che per lei ci volesse un signore.
Quella primavera aveva scoperto il frutteto, con gli alberi in fiore, animati dal viavai e dal ronzio delle api di Pacifico. Aveva visto fiorire i peschi e i susini, poi i ciliegi e gli albicocchi, infine i due peri e i meli cotogni. Un tripudio di fiori bianchi e rosa che si sarebbero trasformati in frutti dolci e squisiti. Camminare nel frutteto, specialmente la sera, quando il sole calava e l'accendeva d'oro, era un'esperienza irreale fatta di profumi e di ronzii, di un vento caldo e mite che avvolgeva quel boschetto domestico e ordinato. Bastava distendersi a terra sull'erba e guardare fra i rami gli insetti al lavoro per capire che l'idea che esistessero una fine e un inizio era un'invenzione umana dettata dalla paura. La paura "della materia in grado di pensare se stessa". Glielo diceva sempre il babbo: Sai, Bianchina, qual  il pi grande dei misteri?, e poi si toccava la fronte. Questo. Questa materia grigia che  in grado di pensare se stessa e sa di dover morire.
Anche lui l'aveva capito di essere alla fine, specie gli ultimi giorni, quando la tosse lo sconquassava impedendogli il sonno e lei lo vegliava la notte, mentre la matrigna dormiva con l'ovatta nelle orecchie e si lamentava perch faceva troppo rumore.
Ricordava bene quando in un momento di lucidit lui le aveva chiesto perdono: Perdonami, Bianca, e chiedi perdono anche a Caterina. Portala via, Caterina, tienila tu perch quella donna  cattiva. Ricordatelo, devi portarla via appena sei maggiorenne.
Si era interrotto, squassato da quella tosse terribile, prima di continuare: Eravate rimaste senza mamma, io dovevo lavorare...
m'occorreva una donna per badare a voi e alla casa. Non m'importava che non fosse bella, ma non avevo capito che fosse anche malvagia. Mi ha ingannato, come uno stupido... promettimelo, Bianca...
Delirava per la febbre.
Te lo prometto... l'aveva rassicurato lei fra le lacrime, purch smettesse di parlare, cosa che doveva costargli uno sforzo sovrumano. Poche ore dopo era morto.
E invece che cosa aveva fatto lei per mantenere quella promessa? Che cosa avrebbe fatto, se non fosse sbucato Pietro a salvarla? Anche ora stava l, in attesa che quell'uomo le portasse Caterina e mantenesse la sua, di promessa, rimaneva inerme come si sta ad aspettare la manna dal cielo.
Se ne vergognava. Si vergognava della propria debolezza, della propria impotenza. Ma ogni volta che sentiva un rumore sull'aia, l'auto di Vitaliano che veniva dalla madre, o la voce di un treccone che chiamava la massaia, lei correva a vedere nella speranza che fosse arrivata Caterina.
Pensando tutte queste cose, quel pomeriggio di aprile, Bianca, con i lunghi capelli biondi legati a crocchia sulla testa e il collo bianco, esile ed elegante come quello di un cerbiatto, si era allontanata dal frutteto e aveva preso un viottolo che si addentrava nel bosco delle Casaglie. Era un bosco piano, familiare, con una strada dritta circondata da querce e faggi che correva fino al Chiostrino scendendo sempre di pi. Pens che le sarebbe piaciuto andare a bere alla fonte, magari riempire una mezzina e portarla a casa da l, ma non l'aveva presa.
Il sole filtrava fra i rami in strisce luminose. Nel silenzio del bosco si udiva solo il rumore dei suoi passi sulla strada. Una ghiandaia con le ali macchiate di azzurro vol come un avvertimento di fronte a lei, facendola sobbalzare. Altri uccelletti si levarono in brigata dai rami pi alti e fuggirono in uno strepito d'azzurro. Nonostante la quiete apparente c'era qualcosa nell'aria che fremeva: il sentore sotterraneo di talpe impaurite, di lepri nascoste con le orecchie all'erta, di volpi guardinghe acciambellate nella tana a difesa dei propri cuccioli. Una minaccia arcaica forse, una memoria romantica, un pensiero premuroso del bosco per la piccola ninfa bionda che lei, Bianca, percepiva appena: l'occhieggiare invisibile fra le querce di quell'Arcadia di satiri fulvi e barbuti con le gambe caprine, o di nerboruti sileni dall'indole perversa e giocosa. Era la sua tristezza che l'ammoniva, che la faceva sentire in pericolo anche nella tranquillit familiare di quel bosco perfetto?
Adesso doveva tornare indietro. Sabina avrebbe potuto cercarla, aver bisogno di lei. Quando si volt per dar seguito al suo proposito per poco non url. Un uomo era comparso alle sue spalle. Un uomo che non aveva mai visto, sui quarantanni, alto e robusto, vestito da cacciatore, ma senza fucile, con un'espressione che non prometteva nulla di buono.
Non l'aveva sentito arrivare, forse perch era immersa nei suoi pensieri o, pi probabilmente, perch quello si era mosso dietro di lei in sincronia con i suoi passi, per non essere udito.
Buonasera, bellezza! l'apostrof l'uomo con tono sarcastico.
Gli occhi chiari di Bianca si dilatarono, solo allora cap quel che il bosco aveva cercato di dirle e seppe di essere in pericolo. Si volt per scappare nella direzione opposta, ma un altro individuo pi anziano e pi tarchiato era comparso in mezzo al viottolo e allargava ora le braccia pronto a ghermirla. Era circondata.
Non ebbe tempo di pensare, qualcosa di antico, di ancestrale, lo fece per lei. Un istinto da preda, un calcolo inconscio che la fece correre verso il pi anziano e pi piccolo, di certo il meno agile dei due. Quando gli fu di fronte fece una finta, uno scarto
di lato, come nel gioco della bandierina, per fregarlo e scappare gi fino al Chiostrino. Questi tent di ghermirla, ma se la vide sfuggire dalle mani. Lo sent imprecare alle sue spalle. Stava scappando nella direzione opposta alla fattoria, gi nella parte bassa del bosco, e udiva i due uomini che le urlavano di fermarsi e le correvano dietro.
Prese a chiamare aiuto con tutto il fiato che aveva in gola, ma il suo grido disperato sembr perdersi nel nulla, dileguarsi fra i rami degli alberi, assorbito dal bosco.
Uno  vecchio. L'altro, enorme, sar gi senza fiato. Posso farcela! Posso farcela! si ripeteva mentre correva e la paura annullava in lei ogni fatica. Non aveva finito di pensarlo che nella corsa un piede manc l'appoggio a causa di una piccola buca nascosta dall'erba, la sua caviglia si pieg di lato, perse l'equilibrio e cadde sulla strada sterrata.
Non fece in tempo a rialzarsi che si sent afferrare e ghermire da due braccia che cinsero le sue. Un odore bestiale l'invest. Stretta in quella morsa, faticava a respirare per l'affanno. L'uomo alle sue spalle era stato pi veloce di quanto avesse supposto. Doveva essere abituato a correre, forse a scappare. La sollev mentre lei scalciava l'aria dibattendosi. Sent le risate acute e sguaiate, da ubriaco, del pi vecchio che sopraggiungeva: Bravo! Bravo! Lucio, l'hai presa!.
Prov a chinarsi per mordergli le braccia enormi, ma l'uomo cap la sua intenzione, la lasci e voltandola per un braccio la colp con l'altra mano con uno schiaffo in pieno volto. Bianca si ritrov a terra, in mezzo al viottolo, sull'erba punteggiata da piccole margherite, simile a una fanciulla della Primavera del Botticelli, ma senza quel sorriso.
Vai, Lucio! Faglielo vedere a questa gatta selvatica chi  che comanda!
Smettila di ripetere il mio nome, idiota! lo riprese l'altro, rabbioso.
Le ci volle un attimo per riaprire gli occhi, il volto rovente, il sapore del sangue nella bocca e la testa che le martellava. Da basso vide le sagome dei due uomini in piedi sopra di lei che sorridevano compiaciuti con l'espressione di due diavoli dell'inferno.
Ora ci divertiamo un po', piccola! disse quello alto, ritornando a fuoco pian piano sulla sua retina. Si grattava la barba incolta. Tienimela ferma per i polsi, che non mi graffi e non mi cavi gli occhi, questa gatta selvatica!
Quando lei prov a rialzarsi, l'uomo la rispinse gi poggiandole sul petto la suola dello stivale.
Dove vuoi andare? Non ti hanno insegnato l'educazione?
L'altro si calc la logora bombetta in testa, si chin carponi a prenderle i polsi e li piant a terra sporgendosi sopra di lei. Nella barba bianca e lunga si apriva il buco scuro della sua bocca sorridente, che emanava un tanfo di sigaro e di vino. Aveva un naso grande e butterato, i denti gialli e scuri, e puzzava pi del primo. Ma quel che faceva veramente senso in lui erano gli occhi, piccoli ed eccitati, verdi come ramarri.
Aiutooo! Aiutooo! url Bianca. Lasciatemi! Lasciatemi andare!
Il vecchio guard il suo compare. Vuoi che le tappi la bocca con uno straccio? gli chiese.
No, che modi sono? disse sarcastico l'altro. Chi vuoi che la senta. Mi garba che berci. Smetter, le piacer, vedrai, piace a tutte!
Questa  bellissima... Non ne hai mai avuta una cos bella! Non  una contadina, una gatta selvatica,  una micia da appartamento! disse il vecchio, e un po' di saliva gli col dalle labbra sul volto di Bianca, che storse la faccia disgustata. Si chin in una
zaffata di vino rancido a baciarla. Lei scost il volto, sent le labbra poco sopra il suo orecchio. Non doveva svenire, non doveva svenire! Doveva continuare a urlare, strillare pi che poteva e lottare. Pietro era in citt, Serafino lontano, ma forse Sabina non vedendola... oppure Bastiano... Sapeva che era una vana speranza, che nessuno l'avrebbe cercata l, che era scappata dalla parte sbagliata e si era condannata. Che nemmeno Serafino l'avrebbe pi voluta dopo. E allora grid, li maledisse, imprec, mentre il suo aguzzino si fermava a osservarla un istante, quasi intimorito dalla sua bellezza, prima di sganciarsi la lurida cinghia di cuoio dei calzoni e lasciarli cadere ai suoi piedi. Si chin a farle una carezza, ma dovette ritirare subito la mano, perch Bianca tent di addentargli le dita. Seguitava a gridare aiuto, con tutto il fiato che aveva in gola.
Allora? Ce la fai o no? chiese il vecchio sarcastico. Vuoi che faccia prima io?
Stai zitto! Non guardare! E tienila ferma! inve contro di lui l'uomo frugandosi fra le cosce. Ho solo bisogno di un minuto. Si chin sulle esili gambe di Bianca tenendole ferme con le sue e prese bramoso a sollevarle la gonna, carezzarle la pelle bianca mentre lei si dibatteva e strillava come un porco sgozzato, ormai allo stremo delle forze. Il vecchio rideva e si allungava per guardarla. Che dea! Che dea! seguitava a ripetere. L'altro lo spinse indietro, infil le mani sotto la gonna cercando l'orlo delle mutande di Bianca per abbassarle. Tir gi, vide il ciuffo biondo dei peli pubici della ragazza. Solo allora sent appena l'eccitazione montare, e sorrise sgranando gli occhi.
Non guardare, voltati, vecchio! disse, afferrando l'arnese e muovendo la mano per dargli vigore. Ma l'altro, con un'espressione divertita e lasciva, non distoglieva gli occhi. Bianca urlava, stringeva le gambe bloccate da quelle pesanti e robuste dell'uomo,
contraeva le viscere e i muscoli del ventre nel tentativo di ritrarsi, di chiudersi come una conchiglia.
Non ti viene duro! Ah! Ah! Non ti viene duro... ! sghignazz il vecchio con acuti singulti da ubriaco.
Stai zitto! E non guardare! gli ripet l'altro e gli dette uno schiaffo, che il vecchio schiv solo a met, e gli fece cadere la logora bombetta che portava in testa.
Ma... Lucio...? protest, mortificato. Stai zitto! gli ripet. Se non vuoi che ti scanni! E smettila di ripetere il mio nome, idiota!
L'altro, improvvisamente impaurito, tacque e la guard negli occhi un istante.
Bianca seppe allora che l'avrebbero uccisa, che dopo aver fatto i loro comodi l'avrebbero ammazzata per non correre rischi. Aveva sentito il nome dell'uomo... era la fine.
Il vecchio si era zittito, ma Bianca continuava a urlare disperata. L'uomo chiuse gli occhi, si concentr, pass meccanicamente la mano ruvida sulle gambe della ragazza e alla fine sorrise. C'era riuscito: ce l'aveva quasi duro.
Mentre soddisfatto si chinava su di lei, un colpo di fucile esplose nell'aria a pochi passi da loro e Bianca vide gli uccelli volare via dalle fronde degli alberi. Il vecchio alz la testa, moll la presa e scatt in piedi atterrito. Anche l'altro alz le mani e sbarr gli occhi. Bianca ne approfitt per ritrarsi, si alz le mutande e strisci indietro sulla schiena, mentre l'uomo si voltava incredulo a cercare l'origine dello sparo, il pene di nuovo flaccido fra le gambe pelose.
Bianca, alzandosi svelta come una lepre, si tir gi la gonna e corse singhiozzando verso l'uomo con la doppietta: era il vecchio Ginori, il guardiacaccia della bandita del conte. Il prossimo colpo non sar per aria, farabutti! disse con la voce che gli tremava.
Hai solo un colpo, guastafeste! E noi siamo due! replic l'uomo alzandosi e tirandosi su i calzoni. Il vecchio alle sue spalle stava gi scappando sul viottolo, come Bianca poco prima. Il suo compare, rimasto solo, sorrise, e mise la mano in tasca a cercare il coltello a serramanico.
Ginori fece di no con la testa. Ho un colpo ed  per la tua faccia disse deciso. Non sbaglio mai. Tanto meno da questa distanza! Togli quella mano di tasca, getta il coltello a terra e vattene, e che non vi riveda da queste parti, farabutti!
L'uomo esit un attimo, sput per terra minaccioso. Non finisce qui! ribatt. Poi butt il coltello e prese a correre dietro al suo compare in direzione del Chiostrino.
L'anziano guardia era diventato rosso in volto, ansimava. Aveva i baffi arricciati, candidi come neve, e gli occhi tondi e lucenti di un cervo. Cammin, cerc il coltello fra l'erba, lo richiuse e lo mise nella piccola tasca del panciotto.
Sono arrivato in tempo? chiese alla ragazza che si stringeva a lui.
Lei annu a testa bassa, piena di vergogna. Si sentiva svenire. I suoi occhi si posarono sul manico dell'arma che sbucava dal panciotto del suo salvatore. Aveva una grande L incisa malamente nel legno.
S, s... disse. Grazie a Dio s! Mi avete salvata.
Tremava. Il vecchio prov ad abbracciarla, ma lei si ritrasse. Si allontan poggiandosi a una quercia e vomit tutto quanto aveva nello stomaco. Poi torn verso l'uomo, barcollando: Vi prego, non dite niente. Giuratemi che non direte niente, a nessuno....
Devo fare una denuncia, signorina. Quei due vanno fermati... Possono fare del male ad altre ragazze... spieg lui.
Vi prego, vi prego... lo supplic Bianca in lacrime avvicinandoglisi e prendendogli le mani fra le sue.
Va bene, va bene. Ma smettetela di piangere disse lui, che continuava a guardarsi intorno e a osservare la strada. Andiamo, adesso. Potrebbero tornare...
Dovete promettermelo, darmi la vostra parola disse Bianca, che ancora non credeva a quanto era successo. C'era mancato davvero poco, pochissimo.
Ve lo prometto... disse esitante il guardia mentre si avviavano verso la fattoria. Ma questa faccenda non mi piace. Speriamo che quei due vadano all'inferno o in galera il prima possibile, di non rivederli mai pi.
Speriamo...
Giuratemi di non venire pi da sola nel bosco, di non allontanarvi da casa, almeno fino a che non ci saremo assicurati che sia tutto a posto. Sono vagabondi, sicuramente stanno gi dirigendosi altrove, ma non si sa mai. Stasera vado dai carabinieri in paese...
Bianca annu. L'anziano guardia le tocc il volto nel punto in cui era stata colpita e disse: Dite che siete caduta e avete sbattuto contro un albero, anche se Sabina non  stupida e tanto meno Pietro....
Grazie... Come vi chiamate? domand Bianca, che tremava ancora.
Aurelio.
Che Dio vi benedica, signor Aurelio disse lei scoppiando di nuovo in lacrime. Il vecchio la stringeva a s con il fucile in spalla, ma ancora ogni tanto si voltava a guardare verso il bosco. Uscirono sulla strada bianca e polverosa, sotto quel cielo mentitore, azzurro, pieno di promesse.
Il nome di quello alto...  Lucio scand Bianca, guardando il suo salvatore negli occhi. Ho sentito l'altro chiamarlo cos. Ma non firmer nessuna denuncia.
Il vecchio annu. Il maresciallo era suo amico, avrebbe capito e fatto avviare lo stesso la ricerca dei due. Non voleva rovinare la ragazza. Proseguirono insieme sulla strada bianca, lungo la via di casa. Presto la colonica con la sua torretta e la grande scritta a caratteri cubitali stazione di monta taurina comparve in fondo alla sterrata delle Casaglie.
La ragazza sapeva che doveva trovare una scusa plausibile, qualcosa da dire a Sabina e, soprattutto, che non doveva piangere di fronte a lei o le sarebbe toccato confessare tutto. E sapeva anche un'altra cosa: doveva trovare un coltello, un piccolo coltello affilato, da tenere sempre con s.
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Capitolo 12.
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Belin! Belin! url il pappagallo Vacher dal suo trespolo. Ernestina si volt e gli lanci un'occhiata poco amichevole. Non contenta si tolse il foulard, lo tese fra le mani mostrandoglielo come una minaccia, e infine lo sistem dietro di s sulla spalliera della sedia, a portata di mano.
Vacher tacque senza distogliere gli occhi da lei.
Vitaliano aveva appena riattaccato il telefono, dopo aver raccontato a Nausica quanto era successo e averle comunicato a malincuore che a Venezia non sarebbe potuto tornare.
Allora scender io gli aveva risposto lei, delusa. Sembra che debba venire a fare la conoscenza del mio fidanzato.
Ora non posso parlare, ho gente qui in ufficio disse piano il giovane commissario, ferito da quella provocazione.
Vedo che non ti interessa... meglio cos...
Mi interessa, Nausica, non fare cos, ma ho di fronte una persona... borbott nel ricevitore, coprendolo con la mano.
Richiamami, allora, star qui nel salottino della pensione ad aspettare la tua telefonata. Scusa, ho i nervi a pezzi... divento cattiva, scusa, amore... gli sussurr pentita.
 lo stesso per me, ti capisco anche troppo bene. A dopo, amore... bisbigli a sua volta e riappese sollevando gli occhi su Ernestina.
Come le dicevo commissario, l'agente scelto Petruzzelli, Evagisto...
Belin! Belin! ripet il pappagallo per l'ennesima volta sentendo pronunciare il nome di Poirot.
Ma insomma, basta! Potete farlo star zitto?! si inquiet Ernestina, che in cuor suo sapeva che il pappagallo non aveva tutti i torti, e forse proprio per questo ci si arrabbiava.
Un ragazzo genovese militare a Firenze, quello che aveva sposato l'Arminia e si era condannato a rimanere in San Frediano a risuolare scarpe vecchie per il resto dei suoi giorni, diceva sempre quella parola.
Ma che vuol dire questo belin? gli avevano chiesto le ragazze della via. Belin il caporale, belin il colonnello, belin la miseria! Non fai che ripeterlo.
E allora lui, divenendo un poco rosso, glielo aveva spiegato senza mezzi termini: Per noi genovesi belin vuol dire bischero!.
Lei sapeva bene che quel pappagallo il commissario l'aveva preso a Genova ed ecco perch dava del belin a tutti coloro che se lo meritavano e al suo damo. Per questo, adesso, se Ernestina avesse potuto, l'avrebbe volentieri strozzato, spennato e messo allo spiedo, mentre con le belle piume verdi c'avrebbe fatto un cappello dei suoi, da Carnevale di Rio.
Fa cos con tutti... Ancora non m' riuscito di togliergli questo vizio, ma ci sto lavorando. Vero, Vacher? Dicendolo si avvicin al trespolo, tir fuori di tasca un seme di zucca dei suoi e lo porse al pappagallo. Questi sporse la testa. Vitaliano ritir la mano: Come si dice? domand al volatile.
Fecero naso-becco come due innamorati.
Amore... te-ssoro... pronunci Vacher e si papp il seme.
Non sa dire altro che questo e belin spieg alla ragazza. Ma non ho ancora ben capito cosa posso fare per voi. Ho un omicidio
fra le mani e poco tempo da perdere. Venite al punto. Perch mi avete cercato?
Era deciso a togliersela dai piedi il prima possibile.
Il fatto  questo: secondo voi Evagisto, il maestro, come lo chiamate voi,  bravo o no?
Ha un gran cuore... rispose Vitaliano, diplomatico, portandosi anche lui un seme di zucca alle labbra.
Amore... disse il pappagallo piegando la testa e sorvegliando con il piccolo occhio lucente i suoi gesti.
Insomma, vi ha salvato la vita due volte o no? Gli hanno dato anche una medaglia, ricordate?
Vitaliano annu. E allora? Venite al punto per favore! Non ho tempo...
Insomma, ci stiamo per sposare. Sapete quanto guadagna un agente scelto. Se voi poteste mettere una buona parola per fargli avere una promozione... Nel dirlo si sporse in avanti e mostr la scollatura che lasciava intravedere l'inizio del seno perfetto e sodo. Se doveva prendere per marito un disgraziato, tanto valeva sposasse il meccanico della Galileo, ma Petruzzelli aveva anche dei poderi al paese, che curava la madre, era un possidente, quasi un titolato.
Io non conto granch... disse Vitaliano, con un'espressione poco convinta.
Ma allora con chi dovrei parlare? Ditemi almeno questo!
Facile, con il questore o il prefetto. Ma dubito che vi riceveranno.
Questo  affar mio. Ho solo bisogno di capire chi sono e, se sono uomini, mi riceveranno di certo! disse, aggiustandosi i capelli.
Uomini... sono uomini ammise Vitaliano.
Con un grazie e un arrivederci Ernestina si avvicin a Draghi,
gli prese la mano, e si sollev in punta di piedi a baciarlo su una guancia. Grazie! disse, e se ne and muovendo il suo perfetto mandolino come sapeva fare lei.
Questa  capace di farlo diventare capo del governo, pens Draghi, e sorrise. La prendeva in giro in cuor suo, ma sapeva che non era una stupida, tutt'altro, anzi un po' l'ammirava e un po' gli faceva pena. Pi che l'ambizione, intuiva in quella ragazza la cieca determinazione della fame, di chi con l'unico dono avuto in sorte era pronto a far di tutto per sottrarsi a un destino di miseria.
Si risedette alla scrivania e guard l'elenco che il direttore del Regio Istituto d'Arte si era affrettato a compilare e fargli ricevere. Anche l si aveva fretta che tutto finisse al pi presto, evidentemente. Si trattava di una lista che non finiva pi. Possibile che gli omicidi con cui aveva a che fare capitassero tutti in posti affollati e pieni di potenziali sospettati? Prima un convento stracolmo di monaci e ospiti misteriosi, e ora addirittura una scuola pi frequentata d'una stazione ferroviaria.
Non c'era tempo per interrogare tutti, per sentire tutti, occorreva fare una selezione, andare a naso, buttarsi. Partire dalle persone realmente pi intime nella cerchia della vittima. Gli venne in mente che il direttore potesse aver indicato cos tanta gente per nascondervi dentro coloro che per davvero erano pi vicini all'artista. Si mise a leggere l'elenco, le descrizioni dei ruoli e del perch e percome erano stati nominati. Gli sarebbe piaciuto parlarne con Pietro. Dal momento che era stato coinvolto nell'indagine, tanto valeva sfruttarlo. E invece, ora che ci pensava, il "suo vecchio", come seguitava a chiamarlo, era arrivato, si era fatto appena vedere alla scuola, aveva, come si dice, fatto presenza, timbrato il cartellino, e poi era sparito, rinunciando addirittura a farsi dire da lui ci che sapeva sul conte, nonostante avesse capito che qualcosa non andava.
Non era da Pietro, almeno che non avesse una faccenda molto importante da sbrigare.
Lo vedr stasera alla pensione, riflett, e torn a scrutare gli appunti del direttore.
Occorreva tracciare un cerchio dove collocare solo gli attori principali di quella commedia, senza affollare il palcoscenico, o non ci avrebbero capito pi nulla.
Intanto not che Fiasca, quell'uomo cos appassionato alla propria missione, non si era messo nella lista, forse dando per scontato il proprio nome. Eppure doveva conoscere bene la vittima, che con la sua presenza faceva ancor pi risplendere il buon nome dell'Istituto. Tuff la penna nel calamaio e ve lo aggiunse.
Poi c'era quel Salieri, che avevano udito urlare e minacciare nell'ufficio del direttore e che aspirava, a dire il vero anche troppo apertamente, alla cattedra lasciata libera. Se avesse ucciso lui il rivale non farebbe tanto chiasso... pens. Oppure s... Con gli esseri umani non si poteva mai dire.
Seguivano altri nomi: al quinto posto quello dell'assistente e allievo prediletto del maestro, tale Artemio Pistoiesi. L'elenco continuava con le modelle, le impiegate, i colleghi, il talentuoso Rinaldi e altri studenti...
S, sarebbe stato necessario parlare con tutti, interrogare tutti. Ma si trattava di troppe persone in troppo poco tempo.
Mentre riesaminava la lista si ricord dell'anziano custode che li aveva accolti al loro arrivo, dimostrandosi una specie di guida, un Virgilio appassionato d'arte, ed ebbe anche lui l'illuminazione che Pietro, senza che lui ancora lo sospettasse, aveva avuto immediatamente alla vista dell'uomo: se l c'era qualcuno in grado di sapere tutto di tutti, compresi i pettegolezzi e le faccende pi delicate o controverse, quello non era Fiasca. Come aveva fatto a non pensarci? Il direttore rappresenta l'autorit, nonostante la sua
posizione spesso  l'ultimo a sapere, invece chi  che gira per le aule, viene comandato di chiamare questo o quello, di riferire messaggi...? Chi  che sopraggiunge improvvisamente come un'ombra ed  in grado di udire frasi e mezzi discorsi senza essere notato? Chi  che pulisce le aule e trova oggetti dimenticati, e conta cos poco da non esser quasi considerato? I bidelli, le ultime ruote del carro. Sono i valletti in piedi sul predellino della carrozza a sapere tutto e sbirciare gli amori e i discorsi dei signori all'interno e non il cocchiere seduto a cassetta, impegnato a guidare la diligenza e urlare ai cavalli. I custodi sono a conoscenza di ogni storia e si scambiano confidenze, informazioni e pettegolezzi su questo e su quello per far passare il tempo nelle ore di ozio. I custodi e gli studenti! Certo, anche loro sanno e vedono molte cose, e anche un allievo poteva avere motivi d'odio nei confronti del professore.
Immagin Parrini e Cuccuma in uniforme andare a chiedere, a interrogare... Che cosa poteva succedere? Quel che accadeva sempre: di fronte alla polizia le bocche si sarebbero chiuse a riccio per pavidit, timore di perdere il lavoro e soggezione dell'autorit. Le cose non sarebbero andate meglio se a occuparsene fosse stato lui. Certo, le domande si sarebbero fatte, l'indagine andava condotta, ma l c'era bisogno di qualcuno che investigasse dall'interno. Qualcuno che ancora non era stato visto e che si imbucasse in quella scuola come uno studente qualsiasi. Oppure come un bidello, ma in quel caso andava fatto assumere e questo era gi pi difficile. Attilio era troppo piccolo per essere iscritto a quella scuola, e sarebbe stato troppo pericoloso. Mazzuoli era troppo ingenuo e si sarebbe tradito. Sul suo Poirot, mago dei travestimenti, come aveva dimostrato in pi occasioni, non si poteva far conto. Occorreva qualcuno di scaltro, intelligente e soprattutto insospettabile. Qualcuno che in poche ore fosse in grado di riferire un quadro della situazione eloquente e di circoscrivere l'indagine: una talpa, insomma.
Pens un po', vide qualcosa di fronte a s, e si mise a ridere di gusto, colto da un'improvvisa illuminazione. Ce l'aveva. Certo che ce l'aveva!
Belin! Belin! gli url Vacher vedendolo sorridere.
Draghi si alz, raccolse il foulard dimenticato da Ernestina sulla sedia, usc dall'ufficio e chiese al piantone seduto alla scrivania nell'atrio comune se la fidanzata dell'agente scelto Petruzzelli fosse uscita dopo aver parlato con lui, oppure no.
Questi gli rifer che era da un bel po' che la signorina si trovava nell'ufficio del commissario capo Marangon.
Improvvisamente si rese conto che tutti gli impiegati e gli agenti degli uffici erano l, nello spazio centrale, come per caso, con dei documenti in mano, e si muovevano avanti e indietro in religioso silenzio per esser pronti a rivedere passare Ernestina agghindata a festa. Intu dai loro volti che tutti quanti avrebbero pagato met del loro stipendio per sapere che cosa stesse facendo da quasi dieci minuti quella meravigliosa creatura chiusa l dentro.
Allora sollev gli occhi al cielo, esasperato. Al lavoro! Su! disse in tono conciliante. Vado a vedere, se fate i bravi poi vi racconto tutto!
Nessuno rispose e Draghi sal le scale e buss due volte, la seconda in maniera pi insistente. Non ricevendo risposta apr la porta e dalla soglia scorse il commissario capo in piedi di fronte alla scrivania con la mano posata sulla testa di Ernestina, che era seduta dinanzi a lui e dava le spalle alla porta. Il commissario aveva gli occhi socchiusi mentre il capo della ragazza si muoveva su e gi.
Santo cielo! pens Draghi, arrossendo, e fece per fare dietro-
front quando Marangon alz la testa, apr gli occhi e lo chiam. Commissario, venite qui!
Draghi deglut sbalordito e avanzando di qualche passo si rese conto che la nuca di Ernestina sussultava, scossa dai singhiozzi, e il commissario capo con quella carezza sulla testa la stava consolando come un padre amoroso, sebbene la mano esitasse ora un po' troppo sulla spalla nuda della ragazza e i suoi occhi ricadessero spesso sul suo bel dcollet.
Scusatemi, ma non rispondeva nessuno... si giustific Vitaliano.
L'altro non dette importanza alla cosa. Conoscevate la situazione della signorina?! chiese, invece, con tono di rimprovero. E dell'agente scelto Petruzzelli?
Draghi fece di no con la testa, sollevato e contento di essersi sbagliato su quanto stesse accadendo fra i due.
Il commissario gli strizz l'occhio ed esord solenne: Niente x pi triste di una coppia... stava per dire "giovane", ma ripensando a Petruzzelli si trattenne, che vuol coronare il proprio sogno d'amore e non lo pu fare per questioni economiche. Mi non gaveo idea che l'agente Petruzzelli fosse cos malmesso...
Ernestina gett un'occhiata melodrammatica a Draghi ed esplose in un acuto singhiozzo.
Signorina, le posso assicurare che far tutto quanto  in mio potere per far avere un avanzamento di carriera all'agente scelto Petruzzelli, anche se economicamente, non so quanto...
Il commissario non fece in tempo a terminare la frase che Ernestina si alz e lo strinse forte, mentre lui allargava le braccia imbarazzato.
Voi siete cos buono, cos buono! esclam fra le lacrime Ernestina.
Marangon, stretto nella dolce morsa, guard Draghi sbalordito. Non fate cos... dovere, dovere... Era arrossito.
Quando Ernestina si risedette, Draghi seppe di avere di fronte l'attrice che gli occorreva.
Commissario capo... esord. Avete presente il caso che stiamo seguendo, con il ministro che ci sta con il fiato sul collo da Roma, e che  da risolvere al pi presto? Se ci riuscissimo, credo che una promozione potrebbe scapparci, e potremmo darne il merito a Petruzzelli. Solo che lui non ha le caratteristiche adatte per aiutarci a risolverlo.
Marangon lo guard senza capire.
Ho un'idea che mi piacerebbe sottoporvi, a voi e alla signorina. Se voi sarete d'accordo e anche la signorina Ernestina lo fosse... Allora non resterebbe che tentare. I rischi dovrebbero essere ridotti al minimo.
Marangon dette un'occhiata alle cosce accavallate della ragazza, lasciate da lei non proprio inavvertitamente scoperte. La gonna stretta le era risalita al momento di sedersi. Deglut, e, come faceva sempre in questi casi, fissando Draghi senza capire, pass al tu e disse: Avanti, commissario! Sentiamo qual  quest'idea! Racconta! E che sia bona... buona, volevo dire buona!.
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Capitolo 13.
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Il Faina non sapeva capacitarsene, pi ci pensava e pi "ci faceva capo". In vita sua non aveva mai fatto niente per niente e se qualche volta era finito al fresco nonostante la cassaforte fosse quasi vuota, be', non era certo stato contento. Una cosa era finire alle Murate sperando in un bel malloppo, un'altra per una manciata di spiccioli. Ma si sa, le casseforti sono come le uova di Pasqua, non puoi sapere cosa ci trovi prima d'aprirle. Ma darsi tanto da fare, spendere giornate intere dietro alle fantasie di quel contadino, rischiare la galera perfino, sapendo da subito che non gliene sarebbe venuto nulla in tasca, davvero questo non riusciva a spiegarselo. Quel Pietro non era nemmeno una guardia, non ricattava, non minacciava, non si poteva chiedergli di chiudere un occhio, era solo un villano che collaborava con la questura e nonostante ci arrivava, comandava, predisponeva, e lui, Faina, storceva la bocca, diventava sarcastico, lo coglionava, ma poi lo guardava negli occhi e, non sapeva neanche lui perch, faceva per filo e per segno tutto quello che gli diceva di fare.
Ci pensava ora, con la testa poggiata al vetro e l'Ambrosiana accesa stretta fra le labbra fini e scontente, mentre sul motocarro di Burdino Mezzo Bicchiere si recavano entrambi alla Rufina.
A volte per chiarirsi le idee ci vuole la domanda di un altro, qualcuno che  fuori dalla tua testa e ti fa dire cose che altrimenti non ammetteresti mai. Mezzo Bicchiere era semplice ma non del tutto privo di senso pratico. Come se gli avesse letto nel pensiero, scalando la marcia per affrontare una salita fra i campi di spighe verdi che il vento muoveva come un mare, chiese: Ma icch ci si guadagna noialtri noi a fare questa cosa?.
Faina guard il grano ai lati della strada, affascinato dal vento che sembrava divertirsi a disegnarci delle onde con la sua mano invisibile, a carezzare quel pelo scuro da gatto verde arrossato appena dall'ultimo sole della giornata.
Tu sei un poveretto! disse, storcendo la bocca e guardandolo con disprezzo.
Per via d'icch? chiese Burdino, meravigliato.
'Un tu pensi attro che a' quattrini! Certe cose vanno fatte perch  giusto farle!
L'altro si volt interdetto. Che lo stesse prendendo in giro?
Sei sicuro di sentirti bene? gli domand, senza malizia. 'Un tu n'avrai mica la febbre?
E fu allora che cap perch lo faceva, perch obbediva a Pietro qualsiasi cosa gli chiedesse. Senza rispondere a Burdino Mezzo Bicchiere ci ragion un po' e finalmente lo seppe: tutti lo consideravano un ladro, un opportunista, un cinico che non faceva nulla per nulla, non una spia, certo, non un assassino; aveva tanti amici pi o meno fidati, almeno sperava, ma comunque era sempre stato orgogliosamente egoista. Fin da bambino aveva pensato solo per s, giustificato nel farlo dalla propria miseria e sfortuna, come tanti nel quartiere, ladri o meno che fossero. Per non era fascista, questo almeno gli andava riconosciuto. Lui era rimasto quello che era, non aveva indossato la camicia nera, come Fuliggine, per aver la vita pi facile. Nonostante ci, se nel quartiere si fosse domandato a qualcuno chi era il Faina, tutti scuotendo la testa avrebbero dato la medesima risposta: un ladro, una canaglia!
Solo Pietro, quando si presentava l in bottega e gli chiedeva questo o quello, non lo squadrava come si fa con una canaglia. Quel contadino l, che il diavolo se lo portasse, con quei due occhi grigi come pietre d'Arno, lo guardava come si guarda un uomo. E poi non gli chiedeva mai nulla per s, gli proponeva sempre di salvare qualcun altro, come se la sorte di quelle bambine fosse stata una responsabilit di tutti, s, di tutti, perfino di lui, ultimo fra gli ultimi. E allora aveva core lui a scherzare, a prenderlo in giro: quando qualcuno ti domanda qualcosa in nome di un valore pi alto che si chiama giustizia, quando ti guarda come si guarda un uomo, restituendoti il tuo posto nel mondo, la tua dignit, come gli si pu dire di no?
Lascia perdere, Burdino, non puoi capire. Faccio fatica anche io. Sappi solo che stasera te non sei un ladro, capito? Sei una sorta di Silvio Pellico, di Ciro Menotti! Ti par poco?
Non so chi siano...
Non importa, speriamo solo di non far la stessa fine, con la nostra fortuna! Lo disse e si immagin le risate dei colleghi se solo avessero saputo che lui e Burdino, come dei bischeri, s'erano messi a fare gli eroi e magari si sarebbero pure fatti beccare per nulla.
Traversarono Compiobbi, Pontassieve, e altri piccoli centri. La statale scorreva vicino al fiume Sieve fra campi, boschi, casolari e vigne. Gli sembrava di non arrivare pi. Quando finalmente penetrarono nel centro abitato della Rufina era gi buio. Tornarono indietro e lasciarono il motocarro fuori dal paese per non dare nell'occhio. Passare da dietro, dalla parte degli orti, non era il caso. C'era da svegliare tutto il paese per via dei cani e da beccarsi una fucilata. Per certa gente l'orto  come il portafoglio e lo tengono d'occhio pi dei figli, che tanto nessuno si ruba, mentre cavoli e carciofi fanno gola a tutti. Meglio la strada maestra.
E se me lo soffiano? domand Burdino dopo aver imboscato alla meglio il motocarro.
Chiudilo bene, e stacca la pipetta della candela lo istru il Faina.
Da ladri qual'erano pensavano che anche gli altri fossero tali, perfino a quell'ora in un comune di seimila anime, dove quasi tutti dormivano. Presero il sacco con dentro l'occorrente, si calarono un cappellaccio in testa e afferrarono un fiasco di vino. Se li avessero visti sfilare al buio sul marciapiede si sarebbero finti ubriachi di ritorno dall'osteria, anche se, siccome nei paesi tutti si conoscono, era meglio non farsi notare. Fecero la via principale in cerca della casa e finalmente trovarono la porta su cui Caterina aveva tracciato una grande croce con un gesso, come gli aveva detto di fare Attilio. Faina la cancell con la manica. In lontananza si sentiva della musica, gente che parlava e rideva, come un brusio che veniva dalla sala da ballo del circolo degli ex combattenti. Bussarono. La bambina gli apr e quasi si spavent trovandosi di fronte le loro brutte facce.
Sono andati via? domand Faina.
La bambina annu. Come aveva detto ad Attilio tutti i sabati i due andavano a ballare e tornavano tardi e mezzi ubriachi.
Andiamo, allora, peniamo poco! Indove dormono?
Lei gli fece strada fino a una povera camera matrimoniale dove c'era un letto con il materasso imbottito di vegetale. Faina si frug in tasca, estrasse delle forbicine da ricamo e, dopo aver ordinato alla bambina di fargli lume, si chin ad aprirvi una cucitura.
Anche la sarta mi tocca fare! si lament. Burdino, vai alla finestra, fai da palo, se si avvicina qualcuno avvertimi!
Apr la sacca che gli aveva dato Pietro e ficc in profondit nel vegetale qualcosa che evit di far vedere alla bambina. Poi cosparse le lenzuola di polvere lasciandovela cadere da una bustina.
Starnut e ammon Caterina di stare lontana da quel letto. Di non toccarlo o avvicinarcisi per nessuna ragione.
Prendi questa busta, nascondila e ogni tanto quando sei da sola aggiungi la polverina fra le lenzuola e nei cuscini, ma non la respirare e non la toccare.
La bambina annu e la prese correndo a nasconderla. Faina intanto sistem altre cose che aveva nel sacco in vari punti della casa. Gli faceva ribrezzo anche solo tenerle in mano. Poi chiese dove fosse il vino. La piccola gli indic due fiaschi che erano poggiati vicino all'acquaio. Faina ne tracann un sorso pulendosi la bocca e disse: Bono! Quello della Rufina l' rinomato!. Sempre alla luce del lume, il ladro vuot mezzo fiasco in una brocca di vetro, poi con una perizia da farmacista prese una bottiglia che aveva nel sacco e ci vers met del contenuto sorridendo, l'agit bene e vi aggiunse l'altro vino aiutandosi con un imbuto. L'eccedente lo bevve. Fece lo stesso con l'altro. Sciacqu e rimise tutto a posto sotto gli occhi meravigliati della bambina, che, con il lume che gli tremava in mano dalla paura, guardava il suo volto da stregone reso mostruoso dalla luce della lampada. Solo allora Faina si volt verso la piccola e si avvide di quanto fosse graziosa. Somigliava a Bianca, ma era castana e aveva l'aria sciupata e spaventata.
Mangi? le domand.
Gli avanzi, poca roba... mormor.
Per poco il ladro non le bestemmi in faccia per il disappunto. Lei percep la sua rabbia e gel.
Hai paura di me?
La bimba annu vergognosa, abbassando gli occhi.
Sono tanto brutto?
Lei annu, e rise. Mi portate via? domand poi, speranzosa. Da Bianca?
No, ma tu tieni la bocca chiusa e stai attenta, perch potrebbero diventare ancora pi cattivi. Questione di giorni e vedrai che saranno loro a mandarti via, con tanto di fogli e firme!
La bambina annu. Chi siete? domand. Non li avete avvelenati, vero?
No, ma stai lontana da quel vino. Siamo amici di Attilio e della tu' sorella che ti manda tanti baci. Presto la riabbraccerai. Devi resistere. Non ti fare scoprire e non dire nulla di noi nemmeno sotto tortura, ne va del tuo futuro!
La salut con una carezza sulla fronte.
Scusate... mormor la bambina con gli occhi scintillanti.
Perch?
Ho detto che siete brutto... ma  per via della luce e delle ombre... e si allung sulle punte dei piedi tirandolo gi.
Faina, gi mezzo chinato, avvert le labbra della bambina sulla guancia ruvida di barba e l'ud mormorare Grazie, con un filo di voce.
Quando il ladro usc dalla misera cucina aveva un cappio di spago che gli stringeva il cuore e pensava alla sua, di bambina, che oramai era una donna, e un giorno di tanti anni prima se n'era andata con un bravo ragazzo e non aveva pi voluto vederlo. Pens a sua figlia che si vergognava di lui, ai nipoti che forse aveva da qualche parte e non avrebbe mai visto o baciato.
Bambini, ecco a voi il ladro di vostro nonno! No, non si poteva fare.
Giunto nell'altra stanza non trov Burdino alla finestra della via a fare da palo. Lo scov in camera che rovistava nel com e arrivandogli da dietro gli lasci andare una pacca sulla nuca con tutta la forza che aveva. Mezzo Bicchiere si volt reggendosi il collo. Non osava ribellarsi al Faina, sebbene fosse il doppio di lui,
perch aveva preso i suoi calci nel culo fin da bambino, lo temeva e lo considerava come un padre.
Che cazzo fai?
Dovette perquisirlo e controllargli le tasche. Risistemare tutti i panni a modo, cos come doveva essere. Vi nascose una bambolina con gli spilli che era rimasta nel sacco e richiuse. Passando fece un cenno di saluto alla piccola e usc per strada, guardingo. L'altro zitto, muto. Lo segu senza osare di dir nulla.
Sei un cretino! Nemmeno da palo sai fare. Come faccio a fidarmi di te? lo rimprover Faina.
L'altro annu, grave.
E parlo con te! Rispondi! Dimmi, come faccio?! s'inquiet il Faina.
Burdino rispose uno Scusami strano, biascicato, che non prometteva nulla di buono. Faina allora si ferm. Lo tir sotto la fioca luce di un lampione.
Apri la bocca! gli intim.
Burdino, vistosi scoperto, deglut, e l'apr mostrando la lingua.
Hai ingoiato! Imbecille farabutto! Lo sapevo! Cosa hai ingoiato?
L'altro prov a mentire, prese due o tre schiaffetti sulle gote e poi in lacrime confess che si trattava di una fede nuziale d'oro che aveva trovato fra la biancheria. Prov ad abbonirlo: Quando la ricaco si fa a mezzo, promesso!.
Faina esasperato volt gli occhi al cielo, prese a scuotere la testa e a bestemmiare.
Bischero io! Io! Lo dovevo sapere! Sei un grullo! Era meglio se venivo a piedi da Firenze o ti lasciavo al motocarro. Sei inutile!
Burdino a testa bassa come una specie di gorilla triste si becc tutta la ramanzina. Per giustificarsi disse solo: Ma era d'oro!.
Ma ti rendi conto se la matrigna se ne accorge...? Ti rendi
conto che dar la colpa alla bambina!  capace di spellarla viva per farsi dire dove l'ha messa!
L'altro annu a disagio, mentre camminavano verso il fondo del paese e la luna allungava le loro ombre scure sulla strada polverosa.
Sar bene che tu la ricachi, e alla svelta. Poi la lavi, la insaponi e me la riporti, che bisogna ridarla alla bambina perch la rimetta a posto. Accidenti a te e le mi' corna!
Il motocarro c'era ancora. Per tutto il viaggio di ritorno fino a Firenze nessuno dei due disse pi una parola, solo ogni tanto Faina guardava Burdino e schiacciava un moccolo di disappunto.
Chi glielo dice ora a Pietro? pens. Chi glielo dice? Mai una volta che ne vada una liscia! Sono nato sfortunato, c' poco da fare!
Per l'intero tragitto stette torvo con la mano poggiata alla guancia, le dita a carezzare il punto in cui Caterina l'aveva baciato. Seguitava a pensare alla sua, di bambina. Un'idea lo consolava appena: forse anche lei quella sera, se avesse saputo, sarebbe stata orgogliosa di lui.
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Capitolo 14.
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Una bomba sarebbe la soluzione perfetta, pensava Pietro quella mattina camminando a fianco di Vitaliano in via dei Tornabuoni. Una bomba a mano lanciata sull'auto scoperta e Hitler e Mussolini che saltavano in aria, la Storia che mutava il suo corso. Ma poi si figur la folla che premeva per addossarsi all'auto dei dittatori, le strade stracolme di persone: uomini, donne, bambini. Una bomba avrebbe fatto sicuramente delle vittime innocenti. Immagin le urla, il panico, il sangue, la ressa della gente e i morti calpestati nella fuga generale. L'assalitore sarebbe stato subito ucciso dal servizio d'ordine o dalla folla stessa inferocita. Gi trovare un sicario sarebbe stato difficile, un martire poi non c'era nemmeno da parlarne. Tutti gli antifascisti pronti a sacrificarsi per quello scopo erano all'estero, in galera o al confino, quelli rimasti sarebbero stati preventivamente arrestati o messi sotto sorveglianza. No, quello era un metodo arcaico, da anarchici, che non si addiceva alla situazione e avrebbe causato una strage. L'attentato a Graziani dimostrava che non era nemmeno detto che ottenesse il suo scopo. Una bomba a mano pu rimbalzare, essere rigettata indietro in tempo... A meno che l'ordigno non si trovasse gi a bordo dell'auto, ma questo era impensabile, i controlli sarebbero stati numerosi e ripetuti, di certo.
A cosa state pensando, Pietro? domand Vitaliano vedendolo assorto.
Pietro gli si accost e lo prese a braccetto. Avevano deciso di recarsi al Regio Istituto d Arte a piedi dalla pensione. Il marciapiede era deserto intorno a loro e nonostante ci la voce del contadino ora si udiva appena, era poco pi di un sussurro. Che fosse afono?
Stavo pensando che presto in questura l da voi ci sar una riunione. Vi verr esposto il piano di sicurezza per l'arrivo del nostro ospite germanico. Avrei bisogno che tu partecipassi e mi facessi avere tutte le informazioni possibili.
Vitaliano si ferm e si volt a guardarlo sbalordito. Si era rifiutato di raccontargli ci che sapeva del conte, per non distrarlo dall'indagine e perch, quasi sovrappensiero, l'aveva promesso a Nausica. Aveva rimandato la cosa a un altro momento nonostante l'insistenza di Pietro. Adesso si rendeva conto con stizza che comunque il suo vecchio pensava ad altro. E che altro!
In che faccenda vi state ficcando, stavolta? Siete impazzito? scand, sentendosi bruciare la terra sotto i piedi, e non pot fare a meno di guardarsi intorno: poco pi avanti un uomo studiava la vetrina di uno scarpaio con aria indifferente e due signore, sul lato opposto della strada, discutevano fra loro ammirando i magazzini Belloni Segre: seterie, mode e novit per signore, scialli dalla China, e fornitore della Real Casa. Ridevano, indicandolo, di qualche articolo pi bizzarro degli altri. Nell'aria c'era profumo di primavera, portato fin l dagli alberi e dai fiori delle Cascine. Carrozze scoperte passavano in direzione del ponte insieme a qualche auto. Commesse e negozianti erano impegnati con scale, stracci e secchi per tirare a lucido le porte, far scintillare vetri e maniglie e allestire le vetrine in vista dell'arrivo di Hitler.
Mi  stato chiesto di fare una pensata... tutto qui mormor Pietro. Ma per farla ho bisogno di tutte le informazioni che riesco a reperire.
Questo  troppo! Troppo! sbott Vitaliano irritato sforzandosi di non alzare la voce. Per chi mi avete preso? Non avete diritto di chiedermi una cosa del genere. Ora capisco perch siete corso a Firenze! Non vi importa niente del caso, nevvero?
Pietro gli strinse il braccio. Shhh! Non fare cos... Non ti sto poi domandando molto.
L'uomo intento a guardare le scarpe si volt a fissarli un istante, poi prosegu innanzi a loro per la sua strada, con le mani in tasca.
Ma io sono un commissario di polizia, questo lo capite o no? Mi state chiedendo di essere complice di un progetto criminale.
Lo so, anche io mi preoccupo, cosa credi... Non ho mai ucciso nessuno.
Io invece s, e non c' giorno che non me ne ricordi. Anche se era una canaglia, anche se l'ho fatto per salvarvi, non c' giorno che non ci pensi e notte che non lo sogni da allora! rispose risentito Vitaliano.
Hai visto cosa  successo in Africa e hai sentito il racconto di Benedetto, il figlio ritrovato della contessa, con le tue orecchie. Quanto male ha gi fatto Mussolini da solo? Se adesso unisce le forze con Hitler, non ci vuole un genio per capire che accadr un disastro, che moriranno migliaia, forse milioni di persone. Togliere quelle due carogne dalla faccia della Terra, allora, sarebbe forse il male minore... non credi?
Vitaliano scosse la testa, poi si volt a guardarlo, piccato. Ogni male diventa minore in confronto a un altro che si prospetta maggiore e cos all'infinito, lo capite? ribatt rammentando i suoi studi di etica.
Pietro annu. Lasciamo perdere, per ora... disse. Non ti ho chiesto di uccidere nessuno, solo di farmi avere quelle informazioni.
Vitaliano non rispose e cambi discorso guardandosi le scarpe con un'espressione cupa.
Capisco che quest'indagine non vi interessi, impegnato come siete a salvare il mondo... Se volete potete tornare alla pensione, occuparvi dei vostri affari. Lo capisco, non vi ho cercato io. Aspettate che vi dica cosa ha combinato il conte e dovrete pensare a salvare la fattoria, altro che il mondo!
Adesso fai il permaloso, fagiano? chiese Pietro, con tono affettuoso. Che siamo nella merda l'ho intuito, aspetto appunto che tu mi illumini, ma pare che tu esiti...
 solo che non vi comprendo, non vi riconosco. Un conto  fare quanto abbiamo fatto finora, ma qui si parla di... Insomma, finire di fronte a un plotone d'esecuzione  un attimo. Vi rendete conto di quel che mi avete chiesto?
Pietro sembr riflettere, poi disse: Hai ragione, non ne avevo il diritto. Ti domando scusa.
Vitaliano si volt a studiare l'espressione del suo vecchio. Non v'era traccia di ironia, o di risentimento. Intorno a loro si avvertiva nel grande affaccendarsi dei negozianti una certa aria di festa, di esaltazione per l'imminente arrivo del grande condottiero germanico. Tutti erano evidentemente decisi a dare il meglio di s per lo storico evento e a primeggiare nel concorso per l'addobbo dei negozi lanciato dall'Unione fascista dei commercianti.
Siamo rovinati! Sar grassa se riusciamo a salvare il nostro di mondo e voi pensate a... sbott Vitaliano.
Pietro lo interruppe: Sono qui che aspetto di sapere i particolari, eppure rimandi sempre, mi vuoi far morire? M'immagino qualche grossa bischerata, ma se non so quale... E comunque  inutile salvare la fattoria se poi va tutto a gambe all'aria!.
Io non vi ho ancora detto niente perch volevo mantenervi concentrato sul caso, questa  una grana che ora non mi ci voleva
affatto e della quale importa poco o nulla anche a me, cosa credete? Volevo risolverlo alla svelta e poi correre da Nausica, la donna della mia vita, che, proprio mentre io sono qui inchiodato da questa indagine, per colpa del disastro del conte, si sta fidanzando con un altro!
Pietro sent il colpo arrivargli dritto al centro del petto, come un pugno. Alz gli occhi sbalordito. A questo punto siamo? domand, con un filo di voce.
Vitaliano annu.  una faccenda complicata, la sostanza l'avete gi capita, appena si rifiata vi dir tutti i particolari.
Mi vuoi far morire di passione, fagiano?
Per ora non posso dirvi altro, l'ho promesso a Nausica... Devo avere il suo permesso.
Pietro fece segno d'aver compreso: aveva intuito che la faccenda era seria. Quella reticenza non era da Vitaliano. Quando il suo fagianino aveva un problema, sin da bambino, era sempre corso da lui a spifferargli ogni cosa.
Aspetter. Comunque secondo me sono state almeno due persone, ci giurerei ribatt Pietro per liquidare definitivamente la discussione e tornare sul caso. D'altronde non  che si aspettasse molto di pi da Vitaliano che, a dirla tutta, aveva ragione da vendere per quel che gli stava accadendo e anche per tutto il resto.
Vitaliano rimase spiazzato: Come fate a dirlo?.
Ci sono delle tracce di corda, dei piccoli peli sul collo della statua e sul pavimento, dove  caduta la testa. Poco pi che minuscoli, quasi invisibili a occhio nudo, ma sono di canapa, ci giurerei. Quella scultura  enorme. Secondo me, mentre qualcuno spingeva, qualcun altro tirava con una fune.
Potrebbe anche essersi messo a tirare e poi, vedendo che non si muoveva, aver deciso di spingerla con i piedi. La stessa persona, intendo dire obiett Draghi.
Occorrerebbe fare una prova, ma uno solo avrebbe dovuto avere molta forza e la stazza di un gigante. Sono pi propenso a pensare che fossero pi individui e motivati da un chiaro intento simbolico. Ti ricordi le parole del custode? La storia di Giuditta e Oloferne e della virt che vince sul vizio?
Vitaliano annu. Due o pi persone... borbott fra s. Dei minuscoli peletti di canapa...
Come al solito anche lui era stato l, aveva guardato, studiato la scena e non si era accorto di tutto. Comunque, per adesso era necessario andare per gradi. Uno, due, tre colpevoli, una classe di studenti goliardici al completo. Non faceva differenza. Bisognava capire chi avesse interesse a uccidere il professore e perch: insomma, il movente. Non si orchestra tutta quella messinscena senza averne uno.
Stavo pensando che pure l'orologio potrebbe essere un trucco. Magari  stato rotto apposta e rimesso nella tasca per trarci in inganno sull'ora del delitto disse, come per riguadagnare qualche punto.
C'ho pensato anche io convenne Pietro. Avremmo bisogno di sapere a che ora  arrivato Umberti alla scuola, per capire se fidarsi o no di quella traccia.
Far chiedere in giro al Cuccuma, un'auto come quella non passa inosservata.
Per adesso potremmo limitarci a chiedere un alibi per un lasso di tempo pi ampio, perch se io fossi stato l'assassino avrei messo le lancette sfalsate di almeno un'ora rispetto al momento del delitto per potermi far vedere altrove in quel frangente. Non troppo tardi, per, dato che a notte fonda  difficile crearsi una scusa plausibile, e per non rischiare di essere smentiti dall'autopsia. In ogni modo, se l'orologio  stato spaccato apposta, si pu star certi che i nostri assassini avranno un alibi a prova di bomba
proprio per le undici. In quel caso occorrer pensare all'ipotesi opposta. Ma c' anche da dire che se si  rotto davvero per una coincidenza, chi non ha pensato a farsi un alibi potrebbe comunque non essere innocente.
Quindi siamo al punto di partenza. Tutto e il contrario di tutto. Dell'ora non ce ne facciamo nulla.
In ogni caso stiamo al gioco e chiediamo un alibi dalle dieci a mezzanotte. Se  solo un trucco, gli assassini ci malediranno per la nostra stupidit e saranno tentati di dirci di guardare l'orologio nel taschino del morto.
Risero, d'un riso annacquato e nervoso, senza gioia.
Da l in poi per alcuni minuti che sembrarono secoli non scambiarono pi nemmeno una parola. Mentre traversavano ponte Santa Trinit, in quella giornata limpida di met aprile, le Apuane si scorgevano in lontananza disegnando il profilo delle Panie, del Sumbra, del Tambura e del Pisanino. Pietro si ferm a guardarle poggiandosi alla spalletta. Non c'era mai stato e non poteva sapere i nomi dei monti, ma sapeva che erano loro.
Le Apuane disse a Vitaliano, che lo guard scettico.
Vedeva lontano il suo vecchio. Per lui quelle montagne erano l'orizzonte e basta, l'idea che da Firenze si potessero scorgere le Apuane non l'aveva mai sfiorato.
Forse, si disse, dovrei dare retta a chi come Pietro vede pi lontano... Forse un giorno mi potrei pentire di non averlo fatto, di non averlo aiutato.
Sotto di loro un renaiolo con la barca stracolma a filo d'acqua remava lasciandosi alle spalle la Pescaia di Santa Rosa.
Passato il ponte, ovunque trovarono operai del comune impegnati. Due rimettevano in squadra il bordo di un marciapiede un po' affondato nel terreno e altri due erano intenti a ripulire con
spazzole e sapone il mascherone d'angolo della fontana dello Sprone.
Vedi che la visita di Hitler ha i suoi vantaggi? disse Vitaliano sforzandosi di assumere un tono leggero, nonostante tutto. Non s'era mai vista a Firenze tanta manutenzione.
Rise, sebbene di malavoglia, ma Pietro non l'imit. Per un attimo si figur la citt in un cumolo di macerie. Un lampo, una preveggenza forse, che scacci scuotendo la testa. Ancora pochi anni e senza che lui potesse saperlo il ponte che avevano appena attraversato sarebbe crollato in Arno sotto le bombe come tutti gli altri di Firenze, tutti tranne uno, il Ponte Vecchio, sul quale adesso i muratori stavano intervenendo senza riguardi a suon di martelli per demolire i discreti obl rinascimentali e ricavare nel Corridoio Vasariano tre grandi finestre panoramiche in vista della visita del dittatore. Una grande festa attendeva la citt. Una festa nella quale tutto sarebbe stato addobbato fra svastiche, gigli, tricolori e fasci littori. Tutte le brutture nascoste con quinte posticce, ogni mendicante o poveraccio scacciato o arrestato per dare all'ospite l'idea di giungere in un mondo perfetto e armonioso, nella culla della cultura e dell'arte di quel Rinascimento che era nato proprio l, nella fascistissima Firenze, e che gli alleati germanici potevano solo invidiare.
Firenze la bella, la meravigliosa, lo sarebbe stata ancora di pi facendo fare un giro all'auto lontano dai quartieri popolari, da San Frediano, dal deposito comunale delle immondizie, dalle facciate scrostate e dai cattivi odori; lontano dal lezzo delle interiora bollite, dai volti smunti e scavati dalla fame delle seggiolaie, dei carbonai, degli operai edili e degli artigiani gi vecchi a quarant'anni; lontano dai bambini nudi e sporchi che giocavano per strada nelle pozzanghere e dai monelli con i calzoni corti e la fionda a tracolla che cercavano di catturare ranocchi lungo l'Arno o di far secco un merlo per poterlo mangiare. Quella Firenze l il Fhrer non doveva vederla e non l'avrebbe vista mai, se non nella poetica trasfigurazione dei bambinelli con galli e cagnolini scolpiti da Adriano Cecioni o nelle romantiche contadine ritratte da Giovanni Fattori, Silvestro Lega o Eugenio Cecconi. La pittura, quella che raccontava la verit e i volti scavati degli ultimi, quella di Lorenzo Viani e Ottone Rosai, per intendersi, sarebbe stata bollata dal Fhrer, pittore da tre soldi a sua volta, come arte degenerata e da bruciarsi, al pari di quella dei loro Otto Dix e George Grosz.
Pietro si era fermato a guardare l'esposizione di una pasticceria. In molti negozi la soluzione pi adottata era quella di circondare con i propri prodotti le foto dei due dittatori. Qui si era fatto lo stesso e i ritratti campeggiavano sopra una montagna di scatole di biscotti con la marca ben in vista: Lazzaroni.
Questo vuol passare dei guai! disse Pietro indicando la vetrina. Ma Vitaliano non gli dette spago, pensava ancora a Nausica, a quel cavolo di pretendente sbucato dal nulla e in procinto d'arrivare con le ipoteche e le cambiali in mano.
Pietro si gust ancora un poco l'allestimento della vetrina e cerc di intravedere il proprietario all'interno, senza riuscirci. Fu contento che ci fosse ancora qualcuno a Firenze con un po' di spirito e allungando il passo raggiunse Vitaliano che era andato avanti senza aspettarlo.
Avevano appena traversato la piccola piazza Frescobaldi e stavano percorrendo via Maggio, quando un colpo di clacson li fece voltare: era Parrini con un'auto della questura.
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Capitolo 15.
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Salite! disse il brigadiere sporgendosi dal finestrino.
Una volta a bordo Vitaliano chiese cosa fosse accaduto.
Inutile che andiate all'Istituto, c'hanno avvertito che  chiuso. Il piantone s'era dimenticato di dirvelo. Oggi c' il funerale della vittima, si sta gi svolgendo. Lo fanno alla basilica di San Miniato al Monte, sopra Piazzale Michelangelo, e poi lo sotterrano fra i grandi artisti e letterati, nel cimitero delle Porte Sante. Ho pensato fosse meglio esserci.
E hai pensato bene disse Draghi gettandogli un'occhiata. Solo allora si rese conto dalla sua espressione che in lui c'era qualcosa che non andava.
Almeno tu hai dormito? gli domand.
Parrini, accelerando l'andatura, scosse la testa in modo strano. Non si cap se per dire di s o di no. Ci volle loro un po' per arrivare a Porta Romana e risalire fino a San Miniato. Pietro e Vitaliano lasciarono il brigadiere nell'auto e affrontarono quasi di corsa la gradinata di marmo, abbagliante nella giornata limpida. Una volta giunti di fronte alla chiesa con il fiatone, gli bast guardare dentro il verde portone spalancato per intravedere la navata deserta.
Troppo tardi! esclam Vitaliano, e vide Pietro che gli faceva segno di tacere e alzava la testa a orecchie dritte, immobile come
un cane da caccia durante la punta. Allora anche lui si mise in ascolto e gli arriv il salmodiare di un prete da lontano. Aggirarono la chiesa, allungando il passo fra le tombe disposte intorno alla basilica sul bastione michelangiolesco. Sul lato occidentale trovarono una folla radunata intorno alla fossa e riuscirono a scorgere il fumo che si alzava dall'aspersorio con cui il prete benediceva la salma. Rallentarono, avvicinandosi. Come al solito erano l per vedere chi c'era e anche chi non c'era. Ma improvvisamente si resero conto che partecipavano tante, troppe persone, nonostante il funerale, come scoprirono in seguito, si fosse svolto in forma privata senza coinvolgere le autorit. Vista la natura misteriosa di quella morte violenta, di certo l'idea era quella di non attirare l'attenzione sulla vicenda. Molti sembravano studenti del professore, alcuni di giovanissima et, poi riconobbero Antonio, il custode, con l'abito buono, insieme alla collega Ginevra, altri bidelli della scuola e alcuni professori. Discretamente si fecero spazio fra la gente per vedere le persone pi vicine alla tomba. Avvistarono il direttore con la consorte, vestiti a lutto e con gli occhi scintillanti, poi udirono il pianto, il grido di dolore della moglie, con il volto coperto da una veletta nera, che si accasci singhiozzando fra le braccia di un uomo alto e massiccio, dall'espressione triste, probabilmente un parente. E ancora, uomini e donne delle et pi disparate, ma era difficile capire chi fossero e a che titolo si trovassero l. Pietro intu subito che occorreva loro una guida e, sapendo bene dove trovarla, torn indietro e si diresse verso Mino, il custode, chiedendogli la cortesia di fare due passi con lui. Questi si scus con la moglie, una donna piccola, magra, dall'espressione gentile. La present e Pietro fece un lieve inchino prima di sottrargli lo sposo.
Si portarono quindi sulla gradinata di una cappella di famiglia, in bilico sull'ultimo gradino, dal quale era possibile vedere meglio
le persone. La vedova si fece forza e si chin con posa elegante e melodrammatica a raccogliere un pugno di terra che lasci cadere sulla bara. In tanti fecero lo stesso. Un giovane magro, evidentemente distrutto dal dolore, aveva appena lasciato cadere la sua manciata di terra, che Pietro chiese: Chi ?.
Artemio Pistoiesi, l'allievo prediletto, l'assistente. Per lui  stato un colpo durissimo. Amava il suo maestro.
Vitaliano nel frattempo si era messo a cercare Pietro e, vedendolo con il custode, li aveva raggiunti salendo anche lui sulla gradinata. Seguitarono cos a osservare gli astanti, senza che Pietro avesse pi bisogno di chiedere nulla.
Quattro ragazze sui ventanni, evidentemente di un altro Paese, guardavano la scena, serie, abbracciandosi l'un l'altra a destra del gruppo. Antonio inizi da loro: Ecco le studentesse straniere, solo alcune del corso pomeridiano. Americane e tedesche, per lo pi. Tutte entusiaste e forse un po' innamorate del professore, ma parlano pochissimo italiano. Ragazzine, certe minorenni, e quindi pericolose perfino per l'Umberti. Di fianco a loro, quei signori con la faccia mesta, sono membri del corpo docenti, fra cui il Salieri, che avete sentito sbraitare nell'ufficio del direttore. Un coglione, se posso permettermi. Un cane che abbaia ma non morde. La donna di lato con gli occhi rossi  la professoressa Vallanzini, la moglie di Fiasca, l'unica docente femmina dell'Istituto...
Era intima con il defunto? chiese Pietro, ricordandosi le allusioni dell'uomo.
Lui era intimo con molte donne. Piaceva, sceglieva. Non ho prove, beninteso... E se non si hanno certezze si deve tacere. Certo  che i due rimanevano spesso nell'Istituto a redigere progetti o programmi, a selezionare opere... e il direttore non sempre era presente, tutto qui. I signori in camicia nera e uniforme non li conosco. Hanno l'aria di essere pezzi grossi. Il maestro aveva amici importanti, fino a poco fa c'era anche il ministro, venuto da Roma con il suo seguito, l'avete mancato per un pelo. Guardate le corone.
Intorno alla fossa che adesso i becchini stavano coprendo, poggiate nei passaggi fra le altre tombe e accostate a una cappella, c'erano decine e decine di ghirlande e cuscini di fiori.
I ragazzi giovani sono tutti scultori e formatori che lavoravano con il maestro alle sue opere. L'uomo con la barba rossa  il professor Baccelli, responsabile della gipsoteca, che prepara calchi e gessi con gli stampi a tasselli che possediamo.
Quelle ragazze insieme alla signora anziana? chiese Draghi indicando un gruppetto che era rimasto un po' pi discosto.
Modelle, e se guardate bene anche un modello. S lo so, la donna  vecchia e lui quasi decrepito, ma per l'arte valgono tanto quanto le belle ragazze al loro fianco, se non di pi. Il disegno di figura  fondamentale, un fiore all'occhiello dell'Istituto.
Avuta l'informazione, Vitaliano riconobbe la bella giovane nuda che aveva visto in posa nell'aula di plastica il giorno avanti, ora con il bastone. Anche le altre erano graziose.
Il signore piccolo con i baffi a ricciolo e quei capelli ridicoli non so chi sia.
Quello lo sappiamo noi.  il prefetto spieg Draghi.
Chiedo scusa...
Niente, niente, e tutta questa altra gente?
E chi lo sa? Allievi, ammiratori, galleristi, storici dell'arte, collezionisti, noi custodi, qualcuno dell'amministrazione, la signorina Stevenson, la nostra bibliotecaria, una bigotta figlia di un inglese italianizzato, e cos via! tagli corto Antonio, ormai annoiato dalla faccenda. Alcuni non sono facce nuove, sono capitati anche all'Istituto... di tanto in tanto, avevano degli affari con il professore.
Conclusi gli ultimi saluti e abbracci alla vedova, la folla cominci a sciamare via, il prefetto vide Vitaliano e Pietro e li squadr con aria di rimprovero, scuotendo la piccola testa tonda da carlino. Loro rimasero in disparte fino a quando anche i due becchini, finito di ricoprire la tomba di mazzi di fiori, gettarono loro un'occhiata e se ne andarono. Sulla scalinata erano rimaste un bel po' di ghirlande. Morire in primavera da quel punto di vista era un vantaggio. Le api banchettavano dentro i pistilli dei fiori ancora freschi.
Pietro e Vitaliano si misero a leggere le scritte sui nastri delle corone passando dall'una all'altra e scandendo a voce alta per informarsi a vicenda.
Gabinetto scientifico-letterario G. P. Vieusseux.
Gli amici della Reale Accademia della Crusca.
Prof. Passaglia comm. Prof. Onofrio.
Regia Accademia di Belle Arti di Firenze.
Reale Accademia d'Italia.
Ce nera una enorme poggiata sopra la tomba con su scritto: Il ministro amico tuo d'un'infanzia fiorita, il Duce, la Patria! scand Vitaliano, e Pietro fischi.
Su una ghirlanda piccolissima il nastro riportava: Le modelle e i modelli di figura.
I due continuarono metodici: Gli zii e i parenti, Gli amici de Il Bargello, Gli amici delle Giubbe Rosse.
Su un piccolo mazzo di gigli era appeso un biglietto. Pietro l'apr e recit: Dal tuo assistente e allievo prediletto con il cuore spezzato: A. P..
A un certo punto una voce alle loro spalle li richiam: era Parrini.
Hai il taccuino? gli chiese Draghi.
Parrini si frug nelle tasche ed estrasse il suo blocchetto e la matita copiativa.
Prendi nota di tutte le scritte di questi nastri e prima di rientrare in ufficio compra i giornali, voglio vedere da dove arrivano le condoglianze.
L'altro alz la matita e disse: Commissario, mentre ero gi che aspettavo ho assistito a una scena interessante. La vedova ha avvicinato la moglie del direttore, l'ha presa da parte e si sono scambiate delle frasi con una gestualit che non aveva nulla di amichevole. Nessuno se n' accorto, ma dalla mia posizione potevo vedere bene che la situazione era tesa.
S, ammise Draghi guardando Pietro molto interessante. Prima di tutto bisogna far visita alla vedova e sentire quel che ha da dire, poi parleremo anche con la moglie del direttore.
Un'altra cosa disse Parrini. Mi avete chiesto di leggere il rapporto dell'autopsia, ieri sera, prima che scoppiasse il finimondo in casa mia, l'ho fatto e poi l'ho lasciato sulla vostra scrivania.
Ebbene?
Il morto aveva delle tracce di rossetto sulle labbra, fra i baffi. Quella sera, prima che venisse ucciso, qualcuno, presumibilmente una donna, deve averlo baciato appassionatamente e la vittima non ha fatto in tempo a toglierle. Infatti anche il fazzoletto nel suo taschino era pulito.
Nella mente di Pietro e di Draghi sfilarono le immagini delle donne presenti al funerale, le loro labbra. Quasi tutte portavano il rossetto, tranne la vedova, forse, con la retina del cappello a coprirle il viso era difficile dirlo. Magari il professore era entrato nella gipsoteca reduce da un incontro amoroso, dalla visita a un'amante, e un marito geloso l'aveva seguito fin l per compiere la sua vendetta. Oppure fra gli assassini c'era una donna. Poteva voler dir tutto e niente. Vitaliano si tocc i baffi, automaticamente, pensando ai baci di Nausica. Nausica che stava tornando per incontrare il suo nuovo fidanzato.
Pietro vicino a lui guardava le tombe in silenzio. Questa  di Pellegrino Artusi... mormor.
Tutta gente importante, scrittori come Ida Baccini e Luigi Bertelli detto Vamba, e Orazio Bacci, tutti scomparsi prima di vedere il fascismo. Il celebre scultore era stato sepolto accanto alla tomba del suo maestro Libero Andreotti, sopra la quale un grande Cristo di bronzo scuro stava seduto con la mano alzata in un goffo saluto, con uno stolido sorriso in faccia.
Anche nella morte sembrava che quei signori avessero fatto a gara ad accaparrarsi il posto pi bello, ad allestire la dimora pi preziosa. Pietro sorrise e scosse la testa. Di nuovo come un fantasma Mino, il custode, comparve alle sue spalle.
Antonio, pensavo foste andato via con gli altri.
No, mia moglie s' avviata e ha preso il tram. Io preferisco tornare a piedi, camminare. Prima di andare ho fatto un giro mmiez' a tutti chisti signuri e vi ho visto disse sarcastico. A che vale tanta superbia, quando siamo mortali?
Pietro annu, eppure proprio in quel momento stava pensando che anche lui in altre circostanze avrebbe potuto essere un personaggio di rilievo, uno scienziato o un politico, ed essere alla fine seppellito l. Magari di fronte alla basilica, in modo che dalla sua tomba, sovrastata da un angelo in pietra che spezza le catene, si potesse vedere tutta Firenze. Ma sarebbe stato poi meglio, sarebbe stato pi felice?
Ognuno ha il destino che ha, si ripeteva, consapevole che molti di quei nomi da l a qualche decennio sarebbero stati completamente dimenticati. Scrittori che si erano rammaricati e afflitti per non aver venduto abbastanza copie del loro ultimo libro, altri che erano diventati di gran moda, tutti finiti nell'oblio, macinati dal trascorrere del tempo. Un gioco di fortuna e vanit, la vita.
Almeno loro comment Antonio seguitando il suo discorso se la son goduta, hanno potuto vivere alla luce del sole!
Non era vero... non per tutti almeno. Non basta essere ricchi e famosi per trascorrere un'esistenza felice. Le ansie, le preoccupazioni, le invidie riguardano tutti gli uomini e tanto pi gli artisti, i letterati, i poeti. Ognuno certo in cuor suo che il mondo, che ogni singolo uomo, si debba fermare ad ascoltarlo, mentre il mondo pu andare avanti benissimo senza di lui.
Andiamo! chiam Vitaliano distogliendolo da quei pensieri.
Dunque siete a piedi? chiese Pietro ad Antonio.
L'altro annu. Si aspettava che gli offrisse un passaggio, invece Pietro disse: Anch'io! Siete arrivato da via dell'Erta canina?.
No, con il tram. Mi sarebbe piaciuto ma per evitare una faticaccia a mia moglie...
Allora scendiamo insieme, se vi fa piacere. A scendere tutti i santi t'aiutano, ed  una bellissima giornata.
Vitaliano cap le intenzioni del suo vecchio e si avvi con Parrini, senza aspettarlo.
Antonio e Pietro rimasero soli, in piedi come due ombre scure fra le tombe, le lapidi, le sculture. Si avviarono fino al limite dello scalone del cimitero e si fermarono a guardare Firenze da lass, con la bellissima basilica alle spalle e sopra la testa un cielo limpido e azzurro, appena decorato da qualche ciuffo sfilacciato di cotone bianco. L'odore resinoso dei cipressi purificava l'aria.
Mentre le sagome di schiena di Draghi e Parrini discendevano lo scalone bianco facendosi sempre pi piccole, sentirono qualcuno ridere. Seduti su una tomba i due becchini e custodi del camposanto giocavano a briscola e chiacchieravano all'ombra di un cipressetto. Sentendosi osservati, si alzarono seri, riprendendo un'espressione compita, si aggiustarono i camici grigi, sgombrarono la lapide dalle carte e scomparvero nel vialetto.
Fanno lo stesso mestiere mio disse Antonio con i suoi occhi grandi e malinconici. Servono gli artisti. Solo che io servo quelli vivi e loro quelli morti.
Si avviarono gi per le scale, l'uno di fianco all'altro come due gemelli.
A Pietro, istintivamente, quell'uomo dallo schietto animo partenopeo, magro, con la fronte alta e i grandi occhi lucenti e scuri, piaceva davvero, e ad Antonio detto Mino, piaceva lui, intuendovi un medesimo modo di stare nel mondo e di guardare le cose e la vita.
Sotto di loro l'auto della questura gi scivolava verso il centro.
Che ti succede, brigadiere? Di che finimondo parlavi? domand Vitaliano riconoscendo nel sottoposto un malessere simile al suo.
Parrini con un filo di voce rispose: Sapete quella ragazza, Immacolata... la giovane che  stata accolta da me dopo il caso della Certosa e del lupanare? Poi non  tornata a fare la vita che faceva prima, ha capito che il suo fidanzato in realt era un pappa che la sfruttava, e che le sue promesse erano tutte storie. L'aveva sempre saputo in cuor suo, ma il fatto  che non sapeva dove andare. Insomma... Arross lievemente, con gli occhi sulla strada. Alla fine  rimasta l a casa, con me e mia sorella, che non sospetta di nulla. Perfino Michelangelo s' abituato a lei e le vuole bene. Ha trovato un lavoro da un ortolano del quartiere.
Ebbene...?
Ieri sera il suo pappa l'ha scovata e l'ha minacciata. M' tornata a casa in lacrime, impaurita e con un livido sul polso. Il tipo le ha puntato un coltello alla gola, la rivuole nella sua scuderia. Se dice una parola  finita. Se lo sa mia sorella, la gente del quartiere...  rovinata.
Questo 1938  iniziato male e procede anche peggio. Proprio un anno di merda, sembra che non ci debba esser pace per nessuno! disse Draghi, meditabondo. E poi: Le vuoi bene?. Boh, male no di certo.  una cara ragazza... Non compiere sciocchezze, mi raccomando. Eppure qualcosa devo fare. Ho bisogno di un'idea. Gi, un'idea. Tutti quella s'aspetta, come una benedizione.
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Capitolo 16.
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Quella stessa mattina la matrigna di Bianca era arrivata a Firenze dalla Rufina con la prima corriera e ora si stava dirigendo di corsa verso il Ponte Vecchio, decisa a farsi ricevere a ogni costo dal principe Antonino, perch dei medici lei non si fidava.
Nel cuore della notte il suo damo s'era svegliato bestemmiando e aveva preso a grattarsi come un indemoniato. Accesa la luce, s'era visto le gambe e le braccia ricoperte di bolle pruriginose e s'era spaventato. Allora aveva svegliato la donna con uno schiaffo sulla spalla e una bestemmia. Lei si era rigirata, ancora intontita dal vino, e subito il prurito s'era impossessato anche di lei. Il volto tarchiato e scimmiesco, gi orribile di suo, che aveva poggiato sul cuscino si era riempito di bolle e quando l'aveva sollevato alla luce della lampada l'uomo s'era preso un bello spavento.
Ma che cazzo...? aveva urlato, e poi era corso in cerca della ritirata reggendosi la pancia dolorante. Pochi istanti dopo la casa era stata invasa da una gran puzza e la donna, colta dal medesimo impellente bisogno, era dovuta correre fuori, nel campo dietro casa, per liberare gli intestini.
Caterina nel letto fremeva di paura, ma in cuor suo se la rideva mentre sentiva la matrigna urlare il suo nome come se stesse per morire. La sentiva, ma non andava.
Quando l'uomo, con ancora gli strizzoni di pancia e un prurito addosso che non gli dava pace, era ricomparso, aveva gi deciso il da farsi. Sei una sudicia! aveva urlato alla donna appena rientrata. Dovevo saperlo che m'avresti attaccato qualche malattia! Vai al diavolo, te e questa casa fetente! e se n'era andato. Lei aveva cercato di trattenerlo attaccandoglisi alle gambe.
Nino, Nino, dev'esser stato il tonno nei panini a i' circolo! Non mi lasciare!
Non mi toccare! Non mi toccare! l'aveva avvertita lui minaccioso, e poi per staccarsela di dosso le aveva mollato una sberla facendole un occhio gonfio. Lei, allora, aveva svegliato Caterina, che fingeva di dormire e, constatando con stizza che la bimba stava bene e non aveva nemmeno un bollicino, le aveva reso lo schiaffo appena ricevuto. S, doveva esser stato il tonno. C'aveva creduto a quella storia del tonno, fino a che, dopo essersi lavata alla meglio nell'acquaio, aveva aperto il cassetto della biancheria e rovistandoci dentro per trovare una canottiera si era ritrovata in mano un bambolottino di lana rossa perforato di spilli.
Come una furia era tornata da Caterina sentendosi mancare per la paura.
Ce l'hai messo te? le aveva chiesto mostrandoglielo minacciosa.
La bambina aveva scosso la testa e con l'aria pi innocente del mondo le aveva detto: No, che cos'?.
Inutile dire che la donna non le aveva nemmeno risposto e avvolgendo la bambolina in della carta si era vestita e, pronunciando a fior di labbra una preghiera dietro l'altra, era filata via.
Adesso c'era quella tonta della cameriera del principe che pretendeva l'appuntamento e non voleva farla entrare. La scost con una spinta e corse fino alla stanza del mago, passando avanti a tre o quattro clienti in attesa. Qualcuno disse qualcosa, ma lei non lo degn d'uno sguardo. Apr la porta e irruppe dentro
nel momento in cui il mago stava scacciando il demonio dal corpo di una bella signora sui quarantanni, piegata in avanti sulla scrivania di fronte a lui, con il vestito tirato sui fianchi e le mutande fra i piedi. Il principe la possedeva da dietro pronunciando strane formule esoteriche molto simili a grugniti di godimento. Quando i due videro la donna rimasero di sasso, la signora si alz sfilandosi dal principe e si ricompose, tirandosi gi il vestito e raccogliendo le mutande con il volto abbassato in fiamme.
Ma che modi! Come vi permettete?! Interrompere un rito! protest il mago e si affrett a rimettere il bischero nei pantaloni.
La donna si copr il viso con il cappello e senza guardare l'intrusa negli occhi scomparve oltre le sue spalle senza dire una parola.
Ma che modi! Che modi! Che vi prende? si lament ancora il principe. Siete impazzita?
Solo allora la matrigna si tolse lo scialle che aveva intorno al viso e si sganci i bottoni sul petto, rivelando l'eruzione che la devastava, poi trasse dalla borsa un fagotto, tir fuori la bambolina prendendola con la punta delle dita e la gett come si fosse trattato di un topo morto sulla scrivania del mago.
Questi vedendola si fece il segno della croce e corse subito a prendere una campana di vetro da poggiarci sopra.
Che cosa vuol dire?  grave? Potete fare qualcosa o sono spacciata? chiese disperatamente la donna con gli occhi pieni di lacrime. Chi me l'ha messa? Chi?
Gravissimo! rispose Antonino allarmato e, acceso un incenso, prese a recitare formule incomprensibili, mentre, con il suo portamento signorile, spargeva i fumi per la stanza.
Da fuori bussarono.
Sono occupato! protest il mago.
Un vecchio apr la porta lo stesso, s'affacci sulla soglia e disse: Con rispetto, principe, ma ci s'era prima noi. La c' passata avanti a tutti!.
E ha fatto bene, abbiate pazienza, vi chiamo appena finito. Ma questo  un caso di vita o di morte!
L'uomo guard il volto della donna, sgran gli occhi, s'inchin di fronte a tale sfacelo, chiese scusa, e si richiuse la porta dietro.
Lei a quel punto sent che la stanza cominciava a girare.
Ho gi visto qualcosa del genere molti anni fa... mormor grave il principe, memore del compito che gli aveva dato Pietro, quel Pietro che sin dalla sua prima visita, quando era stata trovata morta quella giovane donna lungo l'Arno, aveva creduto essere un pezzo grosso della polizia. Carezzandosi i capelli bianchi e andando alla libreria, cerc fra grandi libri dalla copertina di cuoio. Ne trasse fuori uno scritto in latino con xilografie di diavoli e simboli esoterici. Finse di leggervi, anche se non sapeva il latino. Poi alz la testa e disse: Come temevo, questa  la maledizione di un morto. E contro un morto, c' poco da fare. Contro mortus poco dafacet est! Ma ditemi, avete fatto torto a qualcuno, qualcuno che poi  passato dall'altra parte?.
La bassa fronte della donna s'imperl di sudore e i suoi occhi si spalancarono.
Forse... rispose con un filo di voce. Voi potete fare qualcosa, vero?
Dipende da quanto l'avete fatto inalberarus!
Cosa?
Inelberarum!... Insomma, incazzare! Intanto andate a casa, frugate dappertutto, aprite il materasso, cercate dentro... Spesso  l che il malocchio dei morti s'annida, portatemi tutto ci che trovate. I defunti quando sono arrabbiati moltiplicano le loro iettature facendosi aiutare dai diavoli dell'inferno, del resto
le vostre piaghe parlano chiaro: Sataniede excolapius! Bisognerebbe capire chi  questo morto o questa morta che avete offeso o che, a giudicare dalla sua ira, state ancora in qualche modo offendendo.
Mio marito... mormor la donna. Dev'essere lui... Era ebreo!
Ebreo! esclam melodrammatico il principe, e scost come inorridito il bel profilo aristocratico. Sono i peggiori! I peggiori! ripet.
O mio Dio! Allora  la fine!
Forse no. Non disperiamo... Devo consultare i libri, le carte. Chiamare a raccolta potenti colleghi... Una soluzione la troveremo. Bisogna scoprire come ammansire il morto, cosa vuole. Occorre parlarci! Capite?
Prese a disporre dei tarocchi sulla scrivania, fece scegliere alla donna, le chiese di voltare delle carte ogni tanto. Aveva messo in cima al mazzo diavoli e scheletri, come faceva sempre per impressionare e spaventare i clienti.
Qui dice che avete trattato male un uomo e le persone che lui ama.  vero?
Lei annu, vergognosa, grattandosi la guancia e le braccia. Si sentiva morire, un po' per la paura, un po' per il prurito, non aveva mangiato nulla per via della diarrea che l'affliggeva e anche ora cercava di resistere stringendo i glutei.
Male, male! Bisogna domandare ai morti, chiedere piet. Farsi dire cosa si debba fare per farsi perdonare da loro. Andate a casa. Vediamo cosa succede, se trovate altre tracce del malocchio. Poi tornate subito qui e, mi raccomando, non toccatele direttamente, potreste morire. Non parlatene a nessuno!  pericoloso! Fissate un appuntamento e organizzeremo una seduta spiritica per farsi dire come ottenere il perdono dal morto. Sperando che
venga, che ce lo dica, che ci sia qualcosa che ancora si pu fare, che vi perdoni!
Fuori dalle finestre, dietro le pesanti tende di velluto rosso, c'era la primavera che illuminava le facciate di Firenze. I giovani si innamoravano, gli artigiani di San Frediano intagliavano riccioli nelle specchiere con mani esperte, gli orafi fondevano gioielli nei crogioli e i bambini ridevano e saltavano, ma l, fra quelle mura, c'era solo l'annuncio dell'inferno che si mutava in buio e in paura.
Mi coster caro? domand la matrigna.
Tutto ci che avete di pi caro, altrimenti non funziona. Capite, non  per me. Non credetemi avido, dar tutto in beneficenza.  necessario perch funzioni. Se avete quattro darete quattro, se avete cinque darete cinque, ma se avete tre e darete due, allora sar stato tutto vano, sappiatelo!
Quella era stata un'idea del commissario con le mani da contadino che due anni prima, quando avevano trovato morta la giovane moglie di un senatore in un vespasiano lungo l'Arno, gli aveva fatto sudare quattro camicie per via dei grandi numeri esoterici che l'assassino o gli assassini avevano scritto sulla schiena della vittima.
Ma rimarr povera in canna, anche peggio di adesso.
S, ma sarete sana e libera. E potrete ricominciare tutto daccapo.
La donna si alz mesta grattandosi la guancia. Prendo subito l'appuntamento...
Venerd, venite di venerd,  il giorno migliore, ma non so quale, ve lo dir io. Chiamate ogni gioved e vi convocher io quando avr rintracciato chi potr aiutarci a costringere il morto a rivelarsi!
E questo prurito?
Ricordate, tanto pi sarete brava, gentile e buona, tanto meno vi pruder e indignerete il morto! l'aveva ammonita il principe e, accompagnatala alla porta, s era morso le dita, pensando con amarezza che c'aveva gi rimesso la parcella della cliente precedente e una bella scopata.
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Capitolo 17.
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Met toro e met uomo, il mostro era figlio di un dio e di natura divina egli stesso. Poseidone aveva mandato un bellissimo toro bianco perch Minosse lo sacrificasse. Questi per, sedotto dalla bellezza dell'animale, se l'era tenuto per s, sacrificandone un altro al suo posto. Scoperto l'inganno, il re del mare aveva fatto innamorare Pasifae, la moglie di Minosse, del toro bianco. Era troppo bello e Minosse pur di non perderlo aveva cercato di ingannare gli di senza tenere fede al suo patto. Cos era stato punito due volte. La prima, dalla sfrenata passione di Pasifae per il toro: la regina era arrivata a chiedere a Dedalo di costruire una vacca di legno e nascondendosi all'interno del simulacro si era fatta possedere dalla bestia; la seconda, dalla nascita di quel figlio mostruoso che andava celato come simbolo del peccato della regina, dell'orrore e della colpa del re agli occhi del popolo, e reso innocuo.
Ancora una volta era stato il geniale Dedalo a risolvere il problema, costruendo un labirinto per imprigionarvi il mostro innocente. Ma che colpa aveva lui? Nessuna se non quella d'obbedire alla sua natura e di non poter essere mostrato alla luce del sole a causa della vergogna e degli errori dei genitori.
Aggirandomi per bui corridoi indossando la maschera del toro, penso spesso alla solitudine e alla sofferenza del Minotauro, che sono anche le mie. Ma anche a quelle del padre, costretto a rinnegare il figlio, a tenerlo nascosto, a nutrire la sua feroce natura di altri peccati.
Eppure che colpa ebbe mio padre, e quale mia madre, per meritare un figlio cos orribile?
Nessuna. Non per vergogna mi celarono qui, ma per proteggermi dalla barbarie del mondo, dai tanti falsi Tesei improvvisati e dalle mille Arianne senza capo n coda pronte a innamorarsi di loro. Dell'eroe che uccide il mostro.
Lo immagino anche stanotte nel letto, Minosse, che si rigira e geme, che prega perch il miracolo accada e il figlio toro si muti in qualcosa d'altro, e venga accolto e accettato dalla citt di Creta.
D'un tratto un rumore si ode infondo al corridoio del labirinto. Che sia lui?
Chi  l? sussurro. Poi lo vedo, riconosco il suo passo, l'andatura.
Sono io mormora. Sono venuto a trovarti, ti ho portato del dolce, quello che garba a te.
Tolgo la maschera, lo guardo.
Allora? Ti sono piaciuti? chiedo, ansioso.
Sono bellissimi, straordinari. Devi farne ancora...
Sorrido contento. Annuisco, per un attimo mi dimentico di tutto e sono felice.
E devi stare pi attento, essere meno incauto. Sai del professore, non  vero? mi dice amorevole.
Annuisco, terrorizzato.
Stanno cercando dappertutto, frugando dappertutto... Devi essere prudente, non farti vedere! Resta nel tuo buco, intesi? Non rischiare, non ti esporre, ti dir io quando il pericolo sar cessato!
Adesso il suo tono  minaccioso. Mi porto alle labbra la fetta di torta e la mangio.
Lui guarda il mio lavoro alla fioca luce del lume a petrolio. Sembra soddisfatto e sorride. Quando si volta verso di me, colgo nel suo sguardo il suo disgusto. Bene, bene! Mi carezza la testa: Bravo, bravo! ripete.
Sento la sua mano umana sulla nuca e m'ingobbisco come un gatto in preda a un'assurda gratificazione.
Bravo, toro! mi dice, poi arrotola i disegni e se ne va fischiettando. Stattene nascosto! mi urla.  per il tuo bene!
Per un attimo, nel rettangolo luminoso della porta del sottoscala, si staglia la sua figura e di colpo tutto si spegne non appena si sbatte l'anta dietro le spalle facendo precipitare nella penombra ogni cosa. Ora si odono solo i suoi passi che risalgono in superficie.
Bellissimi, straordinari... mi ripeto fra le labbra assaporando le sue parole, parole pi dolci del sapore della sua torta, il cui eco gi si  spento nella mia bocca.
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Capitolo 18.
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Pietro e Antonio si inoltrarono nel piccolo borgo assieme. In quella tiepida giornata si stava bene e la discesa favoriva la loro andatura. La via era silenziosa, solo due donne parlavano da una finestra all'altra e una, che stava sbattendo un tappeto, quando li vide s'interruppe per farli passare.
Non avevo mai visto il ministro mormor Antonio.
Com'era? Che effetto vi ha fatto? domand Pietro, fermandosi.
Quando siete arrivati se n'era appena andato con la sua scorta. Ha assistito alla messa ed  scappato. Alla moglie e alle persone fuori della chiesa ha promesso che chi si era reso colpevole di un tale affronto all'arte e alla patria l'avrebbe pagata cara. Che era questione di ore e che, dal dispiacere, se ce l'avesse avuto di fronte, l'avrebbe strozzato lui con le sue mani!
Ha detto proprio cos?
Antonio annu. E dovevate vedere che occhi colmi d'odio, che personaggio. Faceva venire i brividi. Non vorrei essere l'assassino, sembravano gli occhi di un rettile. Erano come quelli di Hitler, quando urla e arringa alla folla nei cinegiornali.
Non dissero altro per un po', ascoltando il rumore dei propri passi nella via. Pietro rifletteva in silenzio. Lui e Mino parevano ora le ombre grigie di due gemelli etruschi, fantasmi di un altro mondo, il cui profilo plumbeo si confondeva con l'ombra proiettata dalle facciate delle case sulla strada. Qualche uccello cantava nei giardini e un lieve odore di minestra riscaldata aleggiava appena. Pietro pens che doveva essere stata fatta con qualche vecchio cavolo rimasto irto sul suo gambo spoglio in mezzo all'orto, come un eroe o una mongolfiera mezza sgonfia.
Arrivati in prossimit dell'ultima casa della via, riconobbe il cancello e si ricord della marchesa e del figlio ritrovato. Forse qualche anno prima non avrebbe osato, ma negli ultimi tempi era cambiato: colpa forse di Vitaliano, delle indagini che avevano affrontato insieme? Che si fosse fatto sfacciato?
Scusate un attimo disse ad Antonio, e accost il volto alle grate del piccolo cancello d'entrata come un ladro in avanscoperta. Il giardino era in fiore e fra i vialetti del belvedere la sagoma di una donna teneva per mano quella di un bambino piccolo che muoveva i primi passi.
Mentre li guardava pervaso da un moto di tenerezza, la porta della casa si apr e la vecchia Fortunata Italia comparve pochi metri innanzi a lui, si volt e lo vide. Che cosa volete? abbai scontrosa avvicinandosi al cancello. Ma quando riconobbe Pietro, la sua espressione mut, gli sorrise.
Ah! Siete voi! Che sorpresa! Che sorpresa! Signora! Signora! url.
Pietro not che sembrava ringiovanita dall'ultima volta che l'aveva vista. La vecchia apr il cancello e l'invit a entrare, come fosse stata lei la padrona.
Sono con un amico spieg Pietro, improvvisamente imbarazzato. Non voglio disturbare...
Ma quale disturbo, venite, venite!
Antonio, dietro le sue spalle, con il cappello in mano, segu Pietro dentro il giardino e nel farlo anche a lui sembr di penetrare in un mondo di sogno, da mille e una notte. Si guard intorno, vide le rose, le aiuole fiorite, le siepi perfette e subito i suoi occhi furono attratti dal panorama mozzafiato che esplodeva oltre la bassa balaustra di colonne di cotto. Firenze, in tutta la sua bellezza, senza alberi, muretti, ostacoli. Non cos lontano come dal Piazzale o dalla Basilica di San Miniato, ma in una dimensione perfetta. Anche Pietro lo stava ammirando, ancora una volta; come era avvenuto l'anno prima in quell'identico punto, gli sembr di poter allungare una mano e sollevare la cupola del Brunelleschi come un cuoco solleva una cloche per mostrare il suo piatto.
Venite, venite!
La marchesa prese il bambino in braccio e and verso di loro. Richiamata dalla voce della vecchia serva, anche la madre del bambino usc dalla villa insieme a una cameriera e sorrise ai due uomini dando loro il buongiorno.
Che piacere! Che piacere! esord la marchesa.
Come la casa, il giardino e la serva stessa, anche la marchesa non sembrava pi lei e Pietro stent a riconoscerla. Ogni cosa all'interno di quelle mura era mutato in pochi mesi e pi di tutto era cambiata lei. Il viso pallido sotto i capelli grigi s'era colorito in quella primavera e la donna aveva perso quell'espressione triste e patetica, da maschera drammatica, che l'aveva accompagnata per anni. La vecchia marchesa bianca e morente che avevano incontrato chiusa nella sua camera e nel suo dolore, i suoi terribili mali, dovevano essere spariti da tempo, come per magia. Ma soprattutto i suoi occhi erano cambiati, come se un artigiano dell'Opificio delle Pietre Dure li avesse lucidati facendoli tornare a splendere, togliendovi quel velo opaco che li abitava annunciandone la morte imminente. La vecchia marchesa non c'era pi, al suo posto adesso appariva una signora forse prossima ai sessant'anni, ma viva: una donna bella e una splendida nonna.
I miracoli accadono, pens Pietro. Quel bimbo venuto da lontano, quel figlio ritrovato, era stato per quell'anima riarsa una sorta di sale fertilizzante e l'aveva fatta rifiorire. L'aveva visto accadere tante volte. Un pomodoro appassito dal sole che una volta bagnato in poche ore risollevava la testa, ristendeva le foglie, tornava a vivere. Una pianta di patate mezza morta, ai piedi della quale, scavando, si trovava un grillotalpa, intento a rosicchiare le radici e che, appena tolto, permetteva alla pianta di resuscitare da l a poco in un nuovo rigoglio.
Venite, venite... Che piacere. Un caff, facciamo subito un caff ai nostri ospiti! disse la marchesa, e l'anziana serva Fortunata Italia le fece eco impartendo gli ordini: Caterina, un caff! Prendi anche i biscotti, e il servito buono!.
E che diamine! Che l'aveva difesa a fare quell'argenteria dalle grinfie dei nipoti appollaiati sul letto di morte della sua signora, se poi, adesso che i corvi del malaugurio erano stati dispersi e la padrona resuscitata, non l'adoprava.
Non vorrei disturbare... Passavo per caso, mi sono affacciato per vedere se scorgevo il bambino disse Pietro.
Ma quale disturbo.  un onore, un onore! replic la marchesa facendo accomodare lui e Antonio intorno al grande tavolo circolare del giardino.
E il giovane commissario Draghi, come sta?
Bene, bene!
Salutatemelo tanto!
Sar fatto.
La madre aveva preso in braccio il figlio adesso e guardava i due uomini sorridendo. Una madonna nera, pens Pietro sopraffatto da tanta bellezza e spostando gli occhi verso Firenze, alle spalle della donna, gli venne in mente suo padre. Erano anni che non ci pensava. Pensava spesso alla madre, ma a lui quasi mai.
Con l'immagine del grillotalpa si era ricordato di quando da bambino, nell'orto, il padre toglieva a uno a uno quegli insetti che chiamava zuccaiole dal terreno per salvare le patate o i pomodori, e poi glieli mostrava. Met grilli e met talpa, come degli strani gamberi, dei grilli che affondavano nella terra veloci come talpe obbedendo all'istinto di saltare. Delle creature mitologiche, come i centauri e le sirene.
Vedi gli diceva il padre. Se gli soffi sulla coda muoiono! e
lo faceva soffiare.
Con sua grande meraviglia, dopo, il grande insetto smetteva di dibattersi e rimaneva inerme. A quattro anni non sospettava che
il padre stringendo gli schiacciasse la testa mentre lui soffiava.
Scacci quel ricordo tenero e duro insieme, e chiese come stesse il figlio della signora, Benedetto.
Lavora, lui lavora sempre. Fa il meccanico e ha un progetto con la tranvia. Io gliel'ho detto che non c' bisogno che lavori, che abbiamo le propriet. Ma lui insiste, non gli riesce di stare a casa fra le donne a non fare nulla.
Pietro annu. Un uomo deve fare qualcosa della propria vita disse.
Al giungere della giovane cameriera con il vassoio l'odore del caff li sorprese.
Ma questo  di quello buono! si lasci sfuggire Antonio.
Scusate, marchesa, non vi ho presentato. Antonio, un amico che di caff se ne intende,  napoletano!
Si fa per dire... ammise l'altro, lusingato. Oramai son tanti anni che sto a Firenze.
E infatti il vostro accento si nota appena.
I figli... disse Antonio guardando il bambino in braccio alla madre e chinandosi a toccargli il pancino. I figli devono trovare la loro strada, il loro talento...
Il piccolo rise afferrando la mano magra dell'uomo.
A proposito di talento. Sapete che mia nuora dipinge? chiese la marchesa.
La ragazza si schern, sorridendo. Mamma... la richiam. Ma che dite? E a Pietro parve di vederla arrossire nonostante la pelle scura.
Possiamo vedere? chiese Antonio avvicinando la tazzina alle labbra.
Anche a me piacerebbe l'appoggi Pietro.
La marchesa chiese permesso con un cenno degli occhi alla ragazza, che alfine acconsent, dichiarando che non si aspettassero nulla di che.
Posate le eleganti tazzine ormai vuote, che davvero erano all'altezza del giardino e di tutto il resto, Pietro e Antonio procedettero verso un cavalletto coperto da un telo che in precedenza non avevano notato. Su un tavolino, sotto un ombrello, era disposto l'occorrente per dipingere: la tavolozza piena di colori lucenti, l'olio di lino e la cassetta del mestiere.
Questo non  finito disse la ragazza con il bambino in braccio. E lo pass ad Antonio per liberarsi le mani e scoprire la tela. Lo fece con un gesto naturale, quasi automatico. L'uomo si ritrov il piccolo in collo. Questi, attratto dai suoi baffi a spazzola, allung la mano a toccarglieli delicatamente. Non era niente, eppure mentre il telo scivolava via rivelando una Firenze mai vista e l'odore d'acquaragia e d'olio di lino si spandeva nell'aria, il custode prese a singhiozzare in preda all'emozione. Improvvisamente stava piangendo. Pass il bambino a Pietro, che lo poggi sul braccio buono.
Vi sentite bene? chiese la madre.
Bene... bene. Scusate... disse lui a testa bassa, cercando un fazzoletto nelle tasche, e non sapendosi contenere si gir e si allontan verso il belvedere. I tre - e a dire il vero anche il bambino nonostante la tenera et - rimasero in silenzio a guardarlo da lontano e decisero di lasciarlo sfogare.
Ho fatto qualcosa di male? chiese la donna mortificata. Pietro sollev le sopracciglia e tir le labbra a significare che non ne aveva idea. Solo allora, nel voltarsi, vide il quadro e rimase a bocca aperta. Non era bello... o forse s. Non era realistico, niente a che fare con la pittura di paesaggio dei Macchiaioli o dell'Accademia, eppure era senza alcun dubbio Firenze quella che aveva di fronte. Era una Firenze ancora pi vera di quella delle fotografie dell'Alinari, una Firenze che pulsava di rossi e di blu, con le case pervase da una luce fiammante e i contorni iridescenti, quasi radiografate. E poi c'erano le persone, sproporzionate: troppo grandi o piccolissime, grumi di terra scura che si muovevano formicolando nelle vie insieme alle carrozze e agli autobus. Il tutto tagliato in due dall'Arno, un rivolo rosso acceso di sangue che attraversava la citt sotto il cielo cobalto e imbizzarrito. Non era n giorno n notte in quel quadro, era un altrove.
So che non  cos, ma io la vedo in questo modo... disse la ragazza, come per giustificarsi.
Pietro ribatt solo: Grazie... come si intitola?.
Firenze fascista rispose lei.
 bellissimo! disse la voce di Antonio alle loro spalle che, passandosi il fazzoletto sugli occhi, si era ricomposto e avvicinato. Scusate per prima. Non so cosa mi sia preso. Sono sensibile... erano tanti anni che non tenevo in braccio una creatura.
Scusate voi! si affrett a dire la madre.
Ma quale scusate, signo'! Io vi devo ringraziare. Permettetemi di dire una cosa, per.
La ragazza annu. Antonio esit un attimo.
Questi quadri qui, un poco strani... non dovete farli vedere a nessuno... Questa  arte che non va bene per tante persone e voi al bambino dovete proteggerlo! Dovete sempre proteggerlo! Avete capito? Era serio adesso, fissava la donna con uno sguardo allarmato e supplichevole.
Me lo promettete? chiese ancora prendendo la mano scura e delicata della donna fra le sue. Anche voi, marchesa, questo bimbo e vostra nuora, li dovete proteggere!
Pietro era imbarazzato. L'accento napoletano era tornato fuori, bellissimo e drammatico insieme. Va bene, Antonio, basta adesso. Hanno capito disse, toccandogli la spalla perch lasciasse la mano della ragazza.
La gente  cattiva, signo', cattiva... disse Mino, decidendosi a mollare la presa.
Rammaricato, chiedendo scusa con gli occhi, Pietro indietreggi recuperando dalla cameriera il proprio cappello e quello di Antonio che, improvvisamente, si era cos allarmato per niente e aveva dato di matto.
Li accompagnarono all'uscita.
Tornate quando volete! disse la marchesa, ancora turbata da quella raccomandazione. Quando volete!
E voi continuate a dipingere, per favore... disse Pietro guardando la giovane negli occhi e sfiorando con le dita la guancia paffuta del bambino.
Da dietro le sue spalle anche Antonio salut, rammaricato: Arrivederci... Scusate, ma i bambini vanno protetti, lo sapete... Scusate....
Le donne annuirono benevole, sorridenti, comprensive, ma anche, inevitabilmente, un poco turbate da tanta immotivata apprensione, che rischiava di diventare offensiva.
Andando gi per l'Erta canina Antonio si calm, riprese a
respirare. Pietro camminava due passi dietro di lui mentre calavano verso Firenze.
Vi chiedo perdono... disse Antonio, senza voltarsi. Vi ho fatto fare brutta figura.  che quel bambino  diverso... lo capite? Anche se sono ricchi, sono sempre in pericolo. Perfino nel paradiso terrestre s'intrufol il serpente, rammentatelo!
Voi avete figli? chiese Pietro allungando il passo.
La risposta tard un istante a venire. No, che figli... ma i bambini sono figli a tutti, non vi pare?
Pietro annu e il suo pensiero corse a Caterina. Se tutto fosse andato bene, fra poco avrebbe avuto un'altra figlia e un'altra bocca da sfamare.
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Capitolo 19.
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A porta San Miniato Pietro sent rintoccare mezzogiorno, guard Antonio e si rese conto che la malinconia e l'apprensione che improvvisamente l'avevano assalito prendendo in braccio il bambino mulatto erano ormai svanite. Sembrava di nuovo lui. Forse la sua infanzia a Napoli era stata dura, forse chi doveva prendersi cura di lui e difenderlo non l'aveva fatto e lui aveva subito qualcosa che ancora, a tratti, gli si agitava dentro e poteva essere risvegliato dalle pi svariate circostanze. L'essere umano, pens Pietro,  un mistero inconoscibile.
Non era forse vero che per poco, bevendo il caff, anche lui non si era commosso in cuor suo ripensando al padre e aveva rischiato di mettersi a tirar su con il naso? Se c'era una cosa che aveva imparato era a non giudicare e a lasciar vivere.
 suonata la mezza, se non vi dispiace, Antonio, vi inviterei a pranzo in paradiso. Senza serpenti, giuro!
Troppo gentile. Da dove vengo io da mangiare non si rifiuta mai. Anzi, noi a Napoli pure i serpenti ci mangiamo! replic, di nuovo allegro.
C'avete indovinato. Speriamo d'aver fortuna, cos si mangia la lampreda, che  appunto un serpente marino, non morde ma succhia scherz Pietro.
Lo so. Allora avete soldi da buttare ribatt pronto Antonio.
Pietro si volt a guardarlo ammirato. Quell'uomo era una continua sorpresa e aveva una curiosit che superava quasi la sua, oltre a una conoscenza della storia e dell'arte che non gli si poteva che invidiare.
Ebbero fortuna e al solito posto, addossato al muro con il carrettino, Pietro trov chi cercava.
Buongiorno, Arduino!
Bah! Bada chi si rivede! Pensavo vu aveste perso la strada! disse l'uomo pulendosi la mano al grembiule prima di porgerla a Pietro e al nuovo cliente.
Siccome a Firenze quel che  fatto  reso disse Pietro ho portato anch'io un amico ad assaggiare i' tu' lampredotto, come ha fatto il brigadiere con me!
Lui ogni tanto viene. Ora, a dire i' vero, gl' un pezzetto che 'un lo vedo. Salutatemelo!
Allora, Antonio, l'avete mai mangiato i' lampredotto?
Certo che s!
Ma come questo la vedo difficile! Che dite, ne faccio due?
Pietro annu, l'odore all'aprirsi della pentola illanguid lo stomaco dei due uomini.
Gliel'avete raccontata la storia del lampredotto, Pietro? domand Arduino tagliando l'abomaso sul panino a striscine fini fini.
No. Per sa gi cos' la lampreda.
Se  per questo, dopo tanti anni che sto a Firenze, so anche cos' il lampredotto e da dove viene. Se mangi una cosa, poi ti chiedi cosa stai mangiando,  naturale.
Naturale una ceppa di minchia! disse quasi risentito Arduino, vedendosi sfuggire l'occasione di raccontare la sua storia. Ora per sarei curioso di capire come la sapete voi aggiunse con
sguardo maligno, passando i panini ai due uomini e prendendo i soldi dalle mani di Pietro.
Un'interrogazione, insomma! ribatt sorridendo Antonio.
La sa, la sa, Arduino, tu lo interroghi un'altra volta.  tardi e io c'ho da farne troppe.
Si salutarono e risero quando sentirono il trippaio che, grattandosi la matassa di riccioli dentro al berretto di lana che portava estate e inverno, diceva: Sar vero che la sa? La sapr o 'un la sapr?!.
Questo panino  veramente la fine del mondo ammise Antonio, mentre si dirigevano verso il centro. Masticava piano, un piccolo boccone alla volta, come un uccellino, e se lo gustava.
Questa l' droga... mormor Pietro addentandolo. Stavolta per la salsa verde non l'ho voluta, cos non mi torna su. Un po' me ne pento, per.
Ora non mi considerate troppo curioso, Pietro, ma di fatto lo sono. La curiosit  sempre stata un mio difetto, fin da bambino. Voler capire il perch delle cose.
Ho codesto difetto anche io, ditemi...
Ma come fa una marchesa fiorentina ad avere la nuora africana? L'avrei capito nel Cinquecento, ce n'erano anche a corte di africani, basti pensare ad Alessandro de' Medici, ma oggi... oggi l'aria che tira  un'altra. E poi mi piacerebbe di capire che razza di poliziotto siete voi.
Io,  presto detto, non sono un poliziotto, ma un contadino che d una mano a un fagiano che ha visto nascere e fa il commissario. L'altra faccenda, invece, quella del bimbo e della madre,  lunga e penosa. Abbiamo conosciuto la marchesa durante un'indagine per un paio di delitti che c'erano stati alla Certosa del Galluzzo, l'anno scorso. Una brutta storia che m' quasi costata la vita. Comunque, la marchesa aveva abbandonato un figlio all'Istituto degli Innocenti da ragazza e quando l'ha ritrovato, grazie anche al nostro aiuto, era finito nelle colonie, s'era sposato e aveva avuto il bambino che avete visto.  rientrato in Italia ed eccoli tutti l, nella villa con il pi bel panorama di Firenze, almeno che io sappia.
Abbandonato? E perch?
Antonio,  una faccenda lunga... penosa, vi ripeto...
Questi bambini abbandonati mi fanno una gran pena, anche a Napoli c' la ruota. L agli Innocenti, sulla testa dei turisti, c' anche un'altra storia che conoscono in pochi e che la dice lunga su come sia difficile per i padri accettare e proteggere i figli quando non sono come ci s'aspetterebbe che fossero: quella di Maria Maddalena de' Medici, la conoscete? Non abbandonata, ma nascosta al mondo s.
Pietro fece di no con la testa.
Firenze  una bella citt, c' quella che si vede - le piazze, le vie, i vicoli - e poi c' quella che non si vede, che fu creata a esclusivo uso dei Medici. Fatta di sotterranei, che per erano umidi e pieni di topi, e di gallerie sopraelevate come il Corridoio Vasariano che collega Palazzo Pitti, Palazzo Vecchio e la galleria degli Uffizi. Questi passaggi permettevano ai membri della famiglia di spostarsi per la citt in totale sicurezza, senza mescolarsi alla folla e rischiare agguati. Ma potevano anche servire per sfuggire a rivolte, pestilenze, alluvioni. Insomma, in questo modo camminavano sulle teste del popolo senza mescolarvisi. Ma oltre al Corridoio Vasariano di percorsi ce ne sono e ce n'erano molti altri.
Lo immagino...  molto interessante disse Pietro, mentre si avviavano verso Ponte alle Grazie.
Ed eccoci al punto. Nel 1600 a Ferdinando I nacque una figlia che fu chiamata Maria Maddalena de' Medici. Questa figlia era, come ricorda il Vasari, "fortemente malcomposta nelle membra".
Fu una grande tragedia, perch alla disgrazia si aggiungeva il significato politico della cosa. Se Dio non benedice la tua prole vuol dire che tu hai fatto qualcosa di male o che non meriti la fortuna che hai, che non  dalla tua parte e autorizza cos anche il popolo a mettere in dubbio la tua autorit. Per questo la poverina non doveva esser vista ed era necessario sottrarla ai pettegolezzi e agli sguardi malevoli. Fu battezzata solo a nove anni e a venti entr nel convento della Crocetta. Proprio l, vicino all'Ospedale degli Innocenti, il fratello fece costruire un palazzo, se ricordo bene partendo da un casino di caccia, con tanto di giardino e di passaggi ad arco sopraelevati che attraversavano le vie e univano gli edifici. Ho letto che c'era anche un percorso sotterraneo, ma per Maria Maddalena fare le scale doveva essere penoso. No, lei di certo usava i corridoi e le gallerie, e cos poteva andare dal convento al palazzo e recarsi a messa nella Santissima Annunziata senza essere veduta se non dalle sue dame. Sono stato a veder da fuori gli archi che sorreggono passaggi, uno sopra via Laura, l'altro su via della Pergola. Fateci caso se vi capita. Ho letto che quello principale, dopo la morte di Maddalena e la fine della sua clausura, fu fatto distruggere per paura che le suore volessero accampare diritti sul palazzo. Nella chiesa della Santissima Annunziata c' ancora la grata dorata disposta al di sopra di due angeli in volo che reggono un tondo. Sembra una decorazione floreale, ma dietro c' il coretto in cui Maria Maddalena e le sue dame di compagnia presenziavano alla messa senza essere viste, dopo essere arrivate l dal palazzo tramite un lungo corridoio dipinto con le stazioni della via crucis. Pensate che vita, Maddalena. .. ma almeno aveva delle dame, un giardino, la possibilit di muoversi in un labirinto illuminato e di essere servita e riverita. Chiss se la poveretta  stata felice. Chiss se si pu esser felici sempre chiusi in casa e senza amici.
Lo sguardo dell'uomo si era fatto triste, abbass il volto e si premette gli occhi un istante con l'indice e il pollice della mano aperta.
Perch mi avete raccontato questa storia? Come avete fatto a scoprirla?
Abbiamo una biblioteca al Regio Istituto, ogni tanto la sera ci vado a leggere. Perch ve l'ho raccontata? Non lo so. M' venuta in mente quando avete parlato degli Innocenti che sono l vicino, e per via del bambino africano della marchesa. Vedete l'assurdit dell'essere umano? Firenze salvava i bambini abbandonati, ma non gli si poteva mostrare la figlia di Ferdinando, perch per lei non avrebbero avuto piet, l'avrebbero derisa, contenti che anche ai ricchi e ai potenti potesse capitare d'esser disgraziati. .. capite? Capite la sofferenza per un padre... e soprattutto per la ragazza?
Anch'io ho accesso a una biblioteca. Il mio padrone, il conte, mi presta tutti i libri che voglio e mi capita di rimaner alzato fino a tardi a leggere. Un vero peccato che la notte dell'omicidio non foste dentro l'Istituto. Perch non c'eravate, giusto?
Antonio guard Pietro negli occhi, sorpreso da quella domanda.
No, non c'ero. Altrimenti avrei forse sentito cadere la statua e sarei accorso, non vi pare?
S... a meno che non foste voi a spingerla sul professore.
Antonio rise di gusto facendo il muscolo con il braccio magro.
Non ero l. E poi, per come sono fatto io, con la mia indole da custode, avrei pure potuto uccidere un docente della mia scuola, ma distruggere una statua della gipsoteca e macchiare il tappeto di sangue, quando mai? Rise ancora della sua affermazione portandosi la mano al cuore, come per giurare, e poi seguit. Nel dizionario etimologico sono andato a vedere questa parola, "custode", che come tante ha una radice latina, "cust-od-em", e prima
ancora, nel sanscrito e nelle sue derivazioni, vuol dire difendere, stare a guardia, preservare: "Gudh-ami". E anche "Gudh-Ymi": avvolgere, coprire, proteggere, e infine "Gh-mi": velare, nascondere...
Avete una memoria prodigiosa lo interruppe Pietro, ammirato.
Sempre avuta. Un dono, memoria visiva... un trucco si schern Antonio abbassando il volto imbarazzato e compiaciuto.
E avete anche ragione. Non vi ci vedo a far danno nella vostra scuola, ma dovete aiutarmi, Antonio, e scusate la domanda, ma dobbiamo cominciare a stabilire chi  che per quella notte ha un alibi. Sgombriamo subito il campo. Voi dove eravate?
Ah, se per questo io un alibi non ce l'ho, almeno che non si creda a mia moglie. Ma conta poco... mi rendo conto. Non ho nemmeno un movente, per. Perch mai avrei dovuto uccidere il professore, o chiunque altro? Mica mi davano il suo posto, sapete?
Pietro annu sorridendo. Era cos per dire, per togliersi il dente. Non mi sembrate tipo da compiere un assassinio, ma gi altre volte ho avuto simpatia per uomini che non lo sembravano, e poi invece alla fine lo erano.
Antonio lo guard dritto negli occhi. Mi state chiedendo se ho ucciso il professore o se so chi l'ha ucciso e perch?
Diciamo di s.
No, non ho mai ammazzato nessuno, n davvero so capire perch l'abbiano fatto. Se volete sapere come la penso, secondo me o si tratta di invidia, o di donne e corna. L'Umberti era uno che si dava tanto da fare.
Vi credo disse Pietro porgendogli la mano. E Antonio gliela strinse con un sorriso di denti bianchi e dritti, da guaglione impunito sulla faccia da vecchio.
Comunque sia gradirei che mi aiutaste a capire chi possa essere stato, per almeno due motivi. Il primo  che a Roma si sono incazzati parecchio per questa storia e potrebbero piombare qui da un momento all'altro con la voglia di trovare un colpevole.
E l'altro motivo? domand Antonio.
 che quando  cos, quando si vuole dare un esempio al pi presto, non si sa mai chi pu andarci di mezzo. Ci siamo intesi?
Magari un innocente? chiese Antonio.
Eh, appunto, magari un innocente, uno come quel Salieri, ad esempio, che sbraita per avere la cattedra ma non credo abbia ucciso nessuno...
Antonio annu. Aveva capito e s'era fatto pallido pallido.
...
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...
Capitolo 20.
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...
In un primo momento Ernestina era rimasta turbata dalla proposta del commissario, ma l'arte era una cosa seria: a sentire lui tutti i palazzi e i quadri degli Uffizi erano pieni di belle ragazze come lei, di ogni epoca e luogo, di dee e di regine, dipinte come mamma le aveva fatte. La gente andava l da tutto il mondo, le ammirava nella loro nudit ed era come se fossero vestite. Nessuno faceva una piega, perch quella era arte, e quelle donne erano immortali, rese tali da grandi artisti. La loro bellezza non sarebbe sfiorita mai, nessuno le avrebbe mai guardate con malizia e cattive intenzioni, tanto meno raffinati scultori e pittori. Farsi fotografare senza vestiti era una cosa sconveniente, da donnacce, ma a sentire il commissario Draghi non era cos per chi si faceva ritrarre da artisti superiori a certe bassezze e per di pi in una scuola. Tutte buone ragioni, anche se l'idea di avere decine di occhi di giovinetti puntati addosso le faceva un poco effetto.
Cos dapprima si era offesa, poi incuriosita, e dopo la spiegazione di Vitaliano, si era sentita addirittura lusingata. Avrebbe potuto mostrare la merce senza passare da puttana, anzi, con tutti gli onori! L'importante per  che il mio fidanzato, la gente di San Frediano e la mia famiglia non vengano mai a saperlo! Mai!
Aveva posto quell'unica condizione e il patto era stato sancito. Il suo ruolo sarebbe stato quello di un'informatrice. Nel caso le
cose si fossero messe male o fosse stata scoperta, doveva esser chiaro che nessuno le aveva comandato di fare nulla, reggere loro il sacco e dire che sue erano state l'idea e l'iniziativa. In cambio avrebbe avuto la promozione per il suo damo. Ma doveva stare attenta, tenere gli occhi aperti, le orecchie ritte, e agire cautamente, non mostrarsi troppo curiosa. Cos adesso aspettava per il provino nell'Ottagono del Regio Istituto d'Arte insieme a una vecchia sovrappeso, due ragazzette magre e insignificanti e un vecchio, un Pantalone dalla pancia enorme sulle gambe finissime. Evidentemente non c'era neanche bisogno d'essere belli per fare quel mestiere, ma di certo male non faceva.
Si rese conto d'un tratto che tutti la stavano fissando con una certa ostilit. Il commissario Draghi le aveva raccomandato di vestirsi normalmente, come una ragazza semplice, non come si agghindava di solito per uscire da San Frediano, con i suoi cappelli da corte del Re Sole, e gli scolli provocanti, oppure non l'avrebbero presa. S'era quasi offesa, ma poi aveva obbedito. Nemmeno sospettava quanto fosse bella e sensuale anche cos, come una ragazza del popolo, con quell'abito a mezze maniche e la gonna appena sotto il ginocchio.
Ma intanto era l che si tormentava e non sapeva se sperare d'essere scelta o d'essere scartata, e come per avere una risposta dal cielo guardava le nubi oltre il tetto di vetro al di sopra del colosso in gesso al centro dell'Ottagono. Il fatto  che lei non si era mai spogliata completamente di fronte a dei maschi. Le esperienze che pure aveva avuto non avevano mai comportato quell'eventualit. Ad esempio non aveva mai fatto l'amore in una camera, con un letto, togliendosi i vestiti di fronte a qualcuno che la guardava, magari restando poi con lui fra le lenzuola un intero pomeriggio. I suoi erano sempre stati amori da rapina, cose concesse a scappa e fuggi. Solo toccatine, baci, carezze, abbracci e,
anche con Michele, il suo ex fidanzato e l'unico che l'aveva avuta, che all'epoca doveva essere il suo futuro sposo e lavorava alle officine Galileo, di fare l'amore in santa pace non le era mai capitato. Gi, perfino con lui, che aveva la moto comprata a rate e al quale secondo la madre si poteva concedere qualcosa in pi, be', si era trattato dapprima di scambiarsi qualche carezza e qualche bacio nel buio di un cinema e poi di fare all'amore in un prato, tirar fuori un seno sull'argine buio del Mugnone, alzarsi la gonna sui fianchi, abbassare le mutande e i pantaloni, prendersi, farsi coccole pi intime, ma sempre da vestiti. Per questo adesso si rendeva conto che anche se aveva fatto la spavalda, la donna di mondo, a lei l'idea di rimanere tutta nuda di fronte a degli sconosciuti pronti a osservare ogni centimetro della sua pelle, che fossero adolescenti segaioli o uomini fatti, faceva tremare le gambe. E quel che  peggio  che non sapeva se le tremavano di pi per la paura o per l'eccitazione.
Avete esperienza? chiese alla ragazza magra che aveva al fianco. Ma bisogna spogliarsi proprio tutte tutte? le domand arrossendo.
Certo... disse quella gettandole un'occhiata indifferente. Perch? Ti vergogni?
Voi no? domand rossa in volto Ernestina.
Le prime volte s, ora basta che non faccia freddo e che d'inverno la stufa sia sempre accesa e la stanza tenuta calda. Ora mi spoglio e mi siedo, mi metto come mi dicono e penso ad altro, ai fatti miei. Nuda o vestita per me non fa differenza, e poi sono tutti molto seri, ti guardano come si guarda un vaso o un'arancia. Per lo pi non hanno sangue nelle vene: quando disegnano sono artisti, non uomini. Se ti prendono, devi pensare ad altro e non badare a loro.
Ernestina annu. Non lo credeva possibile.
I peggio sono i ragazzini dei primi anni seguit l'altra. Rossi in viso, accaldati, non trovano posizione, si agitano di fronte al cavalletto, si toccano furtivamente il pistolino per sistemarlo nei pantaloni. Ce l'hanno sempre ritto, tutti che devono sempre andare al bagno con il professore che si spazientisce. Per questo a loro fanno disegnare quelli come lui. Indic il vecchio panzone e sussurr: I pallemosce! e solo allora rise, d'un riso cattivo, e sembr rivelare una qualche emozione, una qualche umanit.
Poi dalla segreteria della direzione cominciarono a convocarli. Vide l'anziano entrare e uscire poco dopo con un foglio in mano sbattendo la porta.
Le faremo sapere! disse rivolto a loro. E al mio stomaco che gli dico? Ti far sapere? Bella cosa voi, figliole, che avete la fica e la giovent! L'avessi io!
Risero, guardandolo avviarsi sconsolato verso l'uscita.
Poveretto... mormor Ernestina.
Poi chiamarono lei. Quando il segretario, ragionier Cappelletti Alvaro, sollev il volto e la vide, sbianc. Biascic un Desiderate? e la squadr da capo a piedi, incredulo.
Sono qui per il lavoro da modella.
Era un ometto sui quaranta, con gli occhiali tondi e fini e il naso a punta. Si asciug la fronte con un foglio di carta assorbente, senza rendersi conto che era macchiato, e si sporse in avanti pregandola di accomodarsi. Non credeva ai suoi occhi. Erano anni che non gli capitava una ragazza tanto bella, forse quanto e pi di Corinne. Mio Dio, come le somigliava! Intanto sopra le sopracciglia gli erano comparsi baffi e aloni d'inchiostro nero, che gli conferivano un aspetto mefistofelico e salivano fino alla sommit della testa a pinolo e quasi calva.
Ernestina fatic a non ridere, accavall le gambe perfette facendo salire apposta un po' la gonna. Il segretario punt gli occhi
sulle sue ginocchia per un lungo istante e poi con aria professionale disse: Bene, bene. Avete esperienza come modella di nudo artistico?.
Le parole gli si impastarono in bocca, vennero fuori gravi, strozzate. Si affrett a bere riempiendosi un bicchiere dalla brocca e nel farlo urt la penna, che aveva dimenticato a zuppo nel calamaio, e lo rovesci sul registro. Allora, sempre guardando la ragazza imprec e si mise a tamponare tutto con altra carta assorbente. Ma siccome aveva gli occhi pi su Ernestina che su quel che stava facendo, il risultato non fu granch. Adesso anche le sue dita erano nere, e la fronte alta, che si toccava di continuo, piena di ditate.
Ernestina ci si divertiva. Fece la sua faccia da gattina, socchiuse gli occhi angelica e bisbigli con voce affranta: No, nessuna esperienza.
Ridendosela in cuor suo cambi posizione scavallando e accavallando le gambe. Un movimento lento, di cosce sode e perfette che danzavano sotto la stoffa leggera e fine del vestito mutandosi in un richiamo irresistibile.
L'uomo deglut, si tocc ancora la fronte, allent la cravatta e prese a consolarla premuroso: Non importa, non importa! Sarete bravissima. Ci penso io! Ne ho viste tante di modelle inesperte. Cercava ora di darsi un tono, di recuperare punti. Si sedette sull'angolo della scrivania guardando la scollatura di Ernestina senza cercare di darlo a vedere. Ma ditemi, perch vi interessa questo lavoro?
Per soldi... ment lei. Ho tanto bisogno, e se faccio la cameriera tutti i padroni mi mettono le mani addosso! disse, con l'aria imbronciata e la voce da ochetta. Qui! precis indicandosi il dcollet con aria innocente. E qui! aggiunse, alzandosi, girando il fianco e puntando il dito sul suo mandolino un istante
per poi rimettersi subito a sedere. Sono stufa! esclam. Stufa! Stufa! Stufa! e si mise a piagnucolare per finta con la grazia di un uccellino. Allora mi sono detta: meglio avere a che fare con artisti come voi, con persone a modo! Non bestie, ma gente che sappia apprezzare e rispettare la bellezza.
Giusto, giusto! Giustissimo! afferm l'ometto, ormai paonazzo, e nella sua mente pass l'idea inedita di chiedere alla ragazza una prova. S, di domandarle di spogliarsi di fronte a lui per vedere se ne aveva il coraggio. Non gli era mai successo di farlo, e neanche di pensarlo, ma quel pomeriggio non c'era nessuno. Se il direttore l'avesse saputo, sarebbe stato licenziato. O forse no? Del resto doveva esser certo che la ragazza, cos bella e giovane, non si tirasse indietro all'ultimo momento.
Immagin la scena: lui che glielo domandava serio e lei che si alzava e sbottonava il vestito, se lo sfilava dalla testa, poi, timidamente, si sganciava il reggipetto scoprendo i seni. Infine, a occhi bassi, nel silenzio della stanza, rassicurata da lui, lasciava cadere le mutandine...
Dovette risedersi, bere ancora. Aveva il volto d'uno spazzacamino oramai, da quanto se l'era toccato, e il colletto della camicia, che aveva tirato per prendere aria, pieno di ditate d'inchiostro. Poteva provare, ma se lei si fosse rifiutata, se risentita l'avesse denunciato, o se, peggio, a lui fosse venuto un infarto?
Quel che pi gli dispiaceva  che altrimenti quella ragazza nuda non l'avrebbe vista mai, dal momento che per lui non c'era motivo di entrare nell'aula di nudo durante una seduta. Tanto pi che se l'avesse fatto tutti avrebbero capito il perch, vista tanta bellezza, e lui, scapolo e riservato, fascista esemplare e uomo casa, partito e chiesa, a farsi ridere alle spalle proprio non ci teneva. Sua madre, povera vecchia, sarebbe morta dal dispiacere. Ma avrebbe trovato il modo, oh, se l'avrebbe trovato!
Va bene, signorina disse infine. Siamo sicuri che lei non abbia difetti fisici nascosti?
Ernestina se la rideva dentro di s. Difetti? domand con aria ingenua. Non saprei, ho un piccolo neo a forma di cuore vicino...  un difetto?
Adesso il segretario doveva smetterla, respirare. Sentiva il cuore battergli in petto come un tamburo. Pens alla madre a casa, con la quale viveva. Bevve ancora.
D'accordo, signorina, firmi qui. Questa  la paga oraria concluse indicando la cifra sul documento. Si presenti domani pomeriggio alle tre e chieda del professor Vichi.
Ernestina firm, l'impiegato pieg il foglio riempiendolo di macchie, glielo pass, e quando lei allung la mano, questi si fece coraggio e gliela afferr al volo esibendosi in un goffo baciamano.
Siamo proprio contenti, si trover bene e se dovesse avere bisogno di me, qualsiasi cosa, qualsiasi problema, non esiti a chiedere. Sono al suo servizio! disse.
Ernestina ringrazi e salut, mentre l'uomo tremante rimase a guardarla sculettare fino alla porta, poi si riprese e corse ad aprirle l'uscio, rimanendo sulla soglia con gli occhi fissi su di lei fino a che non spar nell'Ottagono. Allora, invece di chiamare l'altra ragazza, corse attraversando l'ufficio deserto del direttore, si affacci alla finestra e ammir il suo didietro che diveniva piccolo piccolo, scomparendo oltre la cavallerizza, mentre gi la luce calava nel parco e nel grande viale. Un gruppo di studentesse americane usc dalla scuola sfilando di fronte alla sua finestra, ma non rimase a osservarle come avrebbe fatto in un altro momento, nonostante le loro gonnelline corte e i grossi polpacci.
Ansante torn alla scrivania. Il registro era un disastro, il piano di marocchino uno scempio.
Che casino! mormor. Che figliola! Che fata... Mi ricorda
Corinne, la splendida Corinne, poveretta. Sembra proprio lei, ma non lo .  ancora pi bella e poi  italiana, fiorentina!
Era d'indole patriottica e campanilista, il segretario. Respir a lungo, col fiato corto per l'eccitazione, poi prese una grande risoluzione: Nessuno l'ha ancora vista, voglio essere il primo a farmici una sega! disse risoluto, come fosse stato Bonaparte prima della battaglia di Waterloo. Almeno questo primato non me lo possono togliere!
E infatti nessuno glielo contese e la sera stessa, messa a letto la vecchia madre, esegu.
Quella notte, nonostante tutto, il ragioniere Cappelletti Alvaro non dorm bene, pensando al giorno dopo e a che regina si sarebbero trovati di fronte gli studenti del corso di figura del pomeriggio, senza che lui potesse prendervi parte.
...
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Capitolo 21.
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Il grilletto scuro e lucido viene premuto da un dito enorme, il bossolo deflagra, esplode, un gruppo di passeri s'invola fra i rami d'un alberello nel borro. L'ogiva del proiettile corre nella canna nera dell'arma come un'automobile lanciata a tutta velocit in una galleria dritta e buia, esce nell'aria umida, sfreccia: pezzo di metallo acuminato e rovente. Percorre la traiettoria, sorvola il campo di sterpi e zolle grigie dove s' acquattata una lepre impaurita e penetra nella nuca dell'uomo, al rallentatore. Prima brucia i capelli, poi la pelle; impatta con l'osso, che a quel contatto diviene morbido come gomma, si scheggia, esplode in microscopici frantumi e la lascia passare. Sprofonda nel vivo della calotta cranica, nel liquor a protezione della massa attorcigliata e morbida del cervello, scompare in quell'impasto incomprensibile di idee e fandonie, che frigge a contatto con il metallo rovente. La testa si muove appena, spinta in avanti dall'urto come dallo scappellotto di un padre, e subito si spegne. Ma l'ogiva continua la sua corsa, affonda come nel burro, sfrigola, e poi ricompare alla luce, esce dall'orbita anteriore facendo esplodere l'occhio, la pupilla, l'iride, come un chicco d'uva salamanna, in uno spruzzo di sangue che annaffia e acceca ogni cosa.
Poi un urlo squarcia il silenzio notturno.
Vitaliano si tir su a sedere nel letto, ansimando in un bagno di sudore. Il volto di Hitler e del fascista che aveva fatto uccidere per
salvare la vita a Pietro si mescolavano ancora nella sua testa sullo sfondo di campi plumbei. Una luna colossale e pallida, sanguigna, si ergeva sulla scena, iniettata d'un velo rosato e ocra, come una di quelle piccole uova abortite, informi e pallide, venate di capillari, che le contadine estraggono dal ventre delle galline ovaiole prima di cucinarle.
Ebbe un brivido, inizi a tremare.
Sono qui! Sono qui, Vitaliano! Hai sognato, hai solo sognato!
Il volto di Pietro che lo soccorreva gli parve spruzzato del sangue dell'uomo, come l'aveva visto quel giorno, dopo avergli salvato la vita, al momento della sua liberazione. Sent l'odore della morte e del vino che il fascista si tirava dietro e lo rivide disteso nell'erba come una marionetta senza fili, un fagotto informe accartocciato su se stesso, un sacco abbandonato, senza nemmeno la dignit del cadavere.
Svegliati! Sono io! seguit Pietro, dandogli lievi schiaffetti sulla guancia, quasi spaventato dal suo sguardo perso in un altrove terribile e lontano. Sapeva bene di cosa si trattava. Oramai da anni la sera mangiava poco e affrontava il letto facendosi il segno della croce e sperando di non avere incubi. Sognava ancora la guerra e la trincea, l'attacco e i morti, e qualche volta negli ultimi mesi anche il terribile "dentista" con le sue torture.
Filomena, allarmata, buss alla porta per chiedere se andasse tutto bene.
I pensionanti con il sonno pi leggero si destarono e allungarono la mano verso la corda dell'interruttore. Qualcuno si alz e apr la porta della propria camera sporgendosi sul corridoio per capire cosa fosse stato quell'urlo. Qualcun altro si acquatt sotto le coperte, sperando che, di qualsiasi cosa si trattasse, non fosse grave e non irrompesse nella sua camera a cambiare il corso della sua vita. Il professor Teodori, un liberale, si tir su a fatica e
and fino alla finestra, poi usc sul terrazzino che dava sui tetti di Firenze e sul cupolone lontano. Nella lavagna nera e perfetta del cielo, una luna immensa e itterica, Selene, figlia di Iperione e di Teia, moglie o sorella di Elio, si posava come una mongolfiera sulla palla d'oro del Verrocchio issata sulla lanterna del Duomo, quasi volesse gettare la fune e attraccare, legarsi alla croce sulla sommit della cupola. Il professore aveva scelto quella camera perch vicino al terrazzino aveva un tubo della grondaia, con il quale, fortuna e peso permettendo, forse ce l'avrebbe fatta a calarsi fino al davanzale sottostante, rompere con un calcio la finestra delle scale del palazzo vicino e scappare. Quasi pi un sogno romantico di un piano. Una speranza puerile. Era grosso e poco agile, con tutta probabilit il tubo di rame non l'avrebbe retto e sarebbe precipitato sui tetti sottostanti, oppure l'avrebbero colpito sparandogli dal terrazzino. Si vest in fretta e rimase in ascolto, chiedendosi se quella sarebbe stata la sera in cui avrebbe dovuto mettere alla prova la tenuta del condotto e del suo piano di fuga da sedicenne. Il cuore gli batteva in gola e riempiva la piccola camera illuminata dalla luce cremosa della luna. Nello specchio dell'armadio si vide in piedi, alto e grosso, con il volto pallido deformato dalla paura.
Il suo era un mondo antico, fatto di miti e leggende, di greco e latino, e di filosofi seppelliti da secoli. Ogni cosa recava in s altro da s. Nonostante il carattere pavido, amava la libert e sapeva riconoscere l'ignominia. Non poteva farci niente, per questo aveva scritto e detto quel che doveva scrivere e dire, e adesso aveva paura. Tutto era diverso da come appariva, la Luna era una dea e il Sole suo fratello Elio. Solo Libertas era uguale a se stessa, un'idea alla quale era impossibile rinunciare, se si voleva continuare a essere uomini e non schiavi.
Attese ancora. Non ci furono altre grida, n spari. Allora si
decise ad aprire la porta e affacciarsi, dopo aver rivolto lo sguardo al cielo e alla grande Artemide immobile sopra la cupola come un presagio.
Un incubo gli spieg il maestro Cerpinica in vestaglia. Il commissario ha avuto un incubo e ha urlato... Si scusa...
Solo allora Fobos, figlio di Ares, dio della guerra, allent la stretta intorno al suo cuore e il professore rifiat, mentre Vitaliano, bevuta un po' d'acqua, provava a rimettersi gi nel tentativo di riprendere sonno.
Se poche ore dopo, quella stessa mattina, la signora Lonie Reyff de Vivy Glresse, la vedova del compianto professor Ottavio Umberti, avesse guardato bene il volto del commissario Draghi, ci avrebbe trovato ancora tracce della sua terribile notte, e dell'ancor pi terribile risveglio. Ma, soprattutto, avrebbe compreso che a riprendere sonno non c'era riuscito.
Invece non ci bad, e come avrebbe potuto? Era seduta attonita al centro dell'immenso salotto, sormontato da un alto soffitto di stucchi e cornici con tondi affrescati raffiguranti le virt. Tutt'intorno a lei si ergevano statue di dee e giovinette nude, disposte lungo le pareti della sala perch non fossero d'intralcio nei ricevimenti, ma chiunque potesse ammirarle. La grande villa vicino al Bobolino, sul Viale Machiavelli, aveva un giardino immenso, anche questo punteggiato dalle sculture del maestro. Vedendo la donna l seduta, attorniata da quelle sculture femminili, Draghi fu colpito da una sensazione che dapprima non seppe definire. Solo dopo realizz che c'era qualcosa che legava la donna a quelle opere: un'affinit nella sproporzione degli arti, nelle braccia tornite, nel collo lungo al di sopra dei seni piccoli e appuntiti come quelli delle Veneri del Bronzino. Una rassomiglianza nei lineamenti minuti concentrati al centro dell'ampio volto. Come se per dar vita al proprio ideale di bellezza, al proprio codice estetico, l'Umberti avesse preso a modello la moglie. Cos adesso l'effetto era quello di trovarsi di fronte a tante sorelle d'et e consistenza diversa: di gesso, bronzo, marmo, disposte in varie pose attorno all'unica fatta di carne e di sangue.
Quelle donne sproporzionate, dalle braccia enormi e il collo troppo lungo, facevano dapprima storcere la bocca, ma poi guardandole meglio diventavano belle, se ne capivano la grazia e l'armonia, a cavallo com'erano fra le sculture classiche e una indefinita innovazione che si ispirava a quella dell'Andreotti, ma andava oltre, o forse tornava indietro, verso un accenno lirico e retorico. Questa sfumatura lasciava qualcosa in chi le ammirava ed era proprio ci che aveva fatto dire al ministro: Ecco! Questa  la scultura del tempo nuovo, una vera scultura fascista, che non rinnega il passato, i fasti di Roma e di Atene antica, ma li rinnova e li esalta!.
Adesso Draghi capiva perch l'Umberti piacesse cos tanto al ministro, che era uomo di lettere e d'arte, oltre che un navigato politico, e che era stato amico d'infanzia dell'artista, come il questore gli aveva ripetuto pi volte dall'inizio di quella faccenda.
Avrebbero appreso in seguito dalla donna che, nonostante la vicinanza, il maestro si recava spesso all'Istituto in automobile, una bellissima Bugatti 57S, una macchina sportiva di colore nero, la stessa che avevano visto ferma vicino all'entrata e che senz'altro era in grado di aggiungere ulteriore fascino a chiunque la guidasse, tanto pi se questi era gi un bell'uomo e un famoso artista. L'auto, ritrovata parcheggiata dietro l'Istituto, era stata esaminata senza che vi si trovassero indizi particolari e prontamente riconsegnata alla vedova.
La donna seduta di fronte a loro, nonostante non fosse pi giovanissima, era molto bella, della stessa bellezza delle statue, e si vedeva che ci teneva ad apparire al meglio. La signora, vestita di un abito di pizzo nero, li ricevette personalmente, facendoli accomodare e congedando una giovane cameriera guercia con i denti sporgenti e un naso degno di Dante Alighieri.
Dopo poco entr nella stanza un uomo sui cinquantanni, dalle spalle larghe, alto e serio, un colosso che, come certi gangster dei film americani, appariva visibilmente a disagio negli abiti eleganti e non faceva altro che tirarsi le maniche della giacca troppo corte e il colletto della camicia troppo stretto. Era lo stesso che avevano visto sorreggere la donna al funerale. La signora si affrett a presentarlo: Il signor Enrico Paranza, un amico di famiglia, tanto caro... Ha un'azienda di macellazione di carne e la vende all'ingrosso. Non so come farei senza di lui.
Questi annu appena, strinse la mano ai due uomini guardandoli con due occhi languidi e scuri, da pesce di profondit. Poi si port in piedi dietro la donna che sedeva in poltrona, rifiutando di fare altrettanto.
Ci furono le condoglianze di rito, il solito caff offerto e rifiutato, alcuni piccoli convenevoli, dopodich la donna chiese da fumare a Paranza e questi sollecito le porse un portasigarette d'argento e la fece accendere. La donna aspir e soffi via il fumo senza ringraziarlo e poi accavall la gamba dalla caviglia spessa, fissando i suoi occhi chiari in quelli di Pietro. Aveva colori teutonici, le orecchie minute, la mascella ampia e, come nelle statue attorno a lei, il naso, la bocca e gli occhi infantili, quasi radunati al centro dell'ovale. La testa piccola e graziosa svettava elegante sul collo lungo, che fioriva da ampie spalle da nuotatrice. Da quest'ultime le braccia tornite discendevano raffinandosi e laddove ci si sarebbe aspettati un polso possente ve n'era, invece, uno fine e delicato che sbocciava in una mano piccola e graziosa, dalle dita affusolate.
Si volt verso Vitaliano con il suo sguardo triste, ma determinato. Il commissario cerc di valutarne l'et. Avr avuto quarantanni? Era impossibile dirlo, di sicuro sconsigliato chiederlo. Il naso, piccolo e delicato, quasi smarrito al centro del volto, avrebbe potuto farla apparire pi giovane, se non fosse stato per la bocca: le labbra fini, sotto il rossetto tenue, apparivano secche, piene di microscopiche rughe, e si accorsero che la donna le atteggiava spesso, troppo spesso, in un'espressione fra lo sprezzante e l'amareggiato per poi subito, quasi ne fosse consapevole, fletterle in grandi sorrisi. Le comparivano allora due solchi profondi ai lati della bocca, che sbaragliavano ci che in quel volto rimaneva di fanciullesco e la trasformavano in una vecchia. Una trasformazione fulminea, che sbalordiva e scompariva, in un istante.
Sono ancora sconvolta! disse, senza tuttavia scomporsi. Ditemi, signori, cosa volete sapere e far tutto il possibile per aiutarvi. Il ministro mi ha garantito che l'assassino verr preso al pi presto e io sono terribilmente angosciata, perch davvero non so immaginare chi possa aver ucciso mio marito.
Suo marito aveva molti nemici? domand Draghi. Era un uomo di successo e il successo...
La donna rise interrompendolo, d'una risata cattiva. I solchi comparvero ai lati della sua bocca, balugin la vecchia, poi torn lei, si scus portando una mano alla sigaretta, che fumava senza bocchino, e la schiacci nervosamente nel posacenere. Pietro valut le gambe robuste e a loro modo graziose, avvolte nelle calze nere e pens che da giovane doveva essere stata ancora pi bella.
S, s! ammise. ... Di successo. Adesso che le cose cominciavano a ingranare...  proprio da lui farsi ammazzare sul pi bello!
 ancora sconvolta mormor l'amico di famiglia, come per scusarla.
La vedova, pentita per le sue parole, cerc di spiegarsi: Francamente, commissario, quanto credete che guadagni un insegnante? E uno scultore? Quanti monumenti pensate che gli vengano commissionati in un anno, quante sculture ritenete che possa vendere? Adesso s, il lavoro iniziava ad andar bene, anche grazie alle nomine, al fascismo e al ministro... Riusciva pure, finalmente, a vendere e a ottenere delle commissioni importanti, ma tutto quello che vedete qui non ha nulla a che fare con questo. La villa, il parco, l'arredamento, la servit: appartiene tutto a me, alla mia famiglia. Sono venuta in Italia dalla Svizzera a studiare. Quando ho sposato mio marito era un bell'uomo, un artista affascinante e bohmien, con un nutrito entourage di ammiratrici: allieve, modelle, benefattrici che gli morivano dietro e pendevano dalle sue labbra, ma lui non aveva un soldo e quelli che aveva li spendeva come se non ci fosse un domani: a ragione a quanto pare.
Pietro e Vitaliano annuirono. La donna inclin le labbra sorridendo della sua battuta davvero poco opportuna. Le rughe balenarono. Seguit senza attendere altre domande, e Pietro e Vitaliano capirono all'istante che non avrebbero dovuto dire quasi niente, sarebbero bastate poche parole, pochi colpi di remi per indirizzare la barca portata dalla corrente. Quella signora, all'apparenza cos controllata, cos elegante, era una donna ferita che tratteneva a stento il risentimento, e che da l a poco, tacendo, avrebbero saputo da lei molto pi di quanto sarebbero mai riusciti a fare interrogandola.
La signora Lonie si alz e si vers da bere qualcosa di forte da una bottiglia di cristallo molato.
L'uomo alle sue spalle gliela tolse dalle mani, preoccupato, ma non pot fare altrettanto con il bicchiere. Lei gli carezz il volto mal rasato come avrebbe fatto con un grosso San Bernardo e gli sorrise grata, continuando senza scomporsi: Avete visto l'auto
fuori, la Bugatti? Quella se l' comprata da solo, con il compenso di un'importante commissione, un monumento ai caduti della Grande Guerra che ha realizzato non so dove, da qualche parte nel Nord, e la vendita di alcune sculture. I soldi nelle sue mani transitavano. Mio marito era una manna per l'economia, la gioia di lacch, portieri d'albergo, e soprattutto giovani cameriere e guardarobiere. Amato da tutti e da tutte! Prodigo di regali per chiunque! Aveva bisogno di sentirsi adorato, ammirato!.
Il tono era risentito, adesso.
Avete motivo di pensare che vi tradisse? domand Draghi a bruciapelo.
La donna rise ancora, di gusto, gettando la testa all'indietro e portandosi le dita alla punta del naso per coprire la bocca. Quando tir gi il mento, per, gli occhi le si riempirono istantaneamente di lacrime. Le rughe sparirono. Adesso sembrava un'altra persona, di un'et indefinibile, una ragazzina.
Paranza tent ancora di toglierle il bicchiere senza riuscirci, allora poggi le mani enormi sulle sue spalle e si chin a sussurrarle qualcosa all'orecchio.
Ma lei si divincol scuotendo la testa: Voglio dirlo, Enrico, devono esserne a conoscenza! Ebbene, signori, non c' da chiederlo, non  un sospetto,  una certezza! Tanto verreste comunque a scoprirlo. Lo sapevo, l'ho sempre saputo. Era impossibile resistergli e lui non resisteva a nessuna donna, era una specie di satiro. Avete visto le mie cameriere? Dovevo sceglierle o anziane o orribili, e anche cos... non era detto! Non si preoccupava nemmeno di coprire le tracce dei suoi tradimenti, se non ai mariti. Ecco, magari i mariti, i fidanzati, quelli potevano amarlo un po' meno, ma era molto accorto su quel fronte... Ci teneva alla pelle, al posto, alla carriera. Con me lo era molto meno. Trovavo fazzoletti macchiati di rossetto, messaggi nelle sue tasche: una vergogna! Ogni volta erano liti furiose, al termine delle quali lui mi garantiva che le altre per lui non significavano nulla, che contavo solo io, che ero io la sua musa, quella che gli aveva dato tutto, che aveva reso possibile tutto! Solo che al centro c'era lui, unicamente lui, il sole sorgeva e calava per lui, gli altri erano di contorno, capite?
Ieri, dopo il funerale l'hanno vista discutere con la moglie del direttore. Pu dirci come mai? domand Draghi.
La donna esit.
Non credo sia vero... intervenne Paranza in sua difesa. Ma la vedova alz la mano a zittirlo e disse: L'avete vista? Una culona, la signora professoressa Beatrice Vallanzini! Scusate l'espressione, ma  la verit, non credete? Eppure... Addirittura osare di venire a farmi le condoglianze! Non ce l'ho fatta e gliele ho cantate! seguit Lonie senza attendere risposta. Insomma, lui non riusciva a non farlo, a non corteggiarle tutte, era un bisogno, una malattia. Non solo quelle giovani e carine, avrei anche potuto capirlo, ma perfino quelle pi vecchie e brutte di me!
Si rese conto di aver urlato e prima che gli ospiti potessero intuirlo il bicchiere che aveva in mano vol e si sfracell sulla parete, a opportuna distanza da una ninfa realizzata dal maestro, come se anche in quel momento d'ira non osasse rovinare le opere del marito.
Non aveva neanche la decenza di evitare le mie amiche, le persone che mi conoscevano, di salvare le apparenze, la mia dignit! L'idea di far cornuto il direttore, di scoparsi le donne degli altri... perdonate... lo allettava troppo, lo faceva sentire vivo, il migliore, capite? Si port la mano alla bocca ed esplose in singhiozzi.
Lo odiavate per questo? chiese Pietro.
Paranza sollev la testa e gli gett un'occhiata ostile.
La donna smise di singhiozzare e sollev il volto in cerca di Pietro. Era aggrappata al bracciolo della poltrona, sbarr gli occhi meravigliata. Odiarlo? domand trasecolando. Non penserete...? chiese. Magari l'avessi odiato, magari l'avessi cacciato, oppure mi fossi fatta anch'io degli amanti... Invece no! Vi rendete conto dell'assurdo? Io non vivevo che per lui, mi arrabbiavo, mi infuriavo, ma alla fine bastava che mi facesse due carezze, che facessimo l'amore, e gli perdonavo tutto. Perch lui era quel che era, ma tornava sempre da me, non mi avrebbe lasciata per nessun'altra... Era fatto cos, e io l'avevo accettato, ci soffrivo, ma l'amavo pi di tutte e tutti! Guardatevi intorno, guardate le sue sculture femminili: sono io, l'artista che era in lui non vedeva che me, non amava che me! Era l'uomo, il satiro, il malato che andava con le altre, ma la parte migliore di lui, quella pi pura, non aveva occhi che per me! Ed  per questo che adesso sono persa, che voi dovete trovare chi l'ha ucciso e cavargli gli occhi, perch Ottavio era un bastardo egocentrico, ma, inspiegabilmente, era anche l'unico uomo che io abbia mai amato, un grande artista e un grande amante, una forza della natura che non si pu ammansire e controllare. Capite? Una croce che si porta con orgoglio sapendo che non ve n' di pi preziose!
Riprese a singhiozzare e a piangere a dirotto con le mani sul volto. L'amico si pieg su di lei porgendole il proprio fazzoletto e poi guard i poliziotti, storse le labbra carnose e scosse la testa.
N Pietro n Vitaliano seppero cosa fare, nessun moto di piet li soccorse. C'era qualcosa di incomprensibile e inquietante in quello che avevano visto e udito.
Mi spiace, signora, ma devo chiedervi dov'eravate la sera dell'omicidio e se avete qualcuno che possa confermarlo domand Draghi.
La donna sollev il volto come una gatta allarmata, si ricompose. Aveva gli occhi grandi adesso, chiari e lucidi come ciottoli dopo la pioggia. Sorrise, comparvero le due rughe da vecchia a tagliarle la faccia ai lati della bocca fino al bordo delle narici: due colpi di spatola nella creta.
Certo disse. Lo capisco, ero a giocare a carte da amici qui vicino, con Enrico, siamo andati insieme. Potete chiedere alla signora Bertelli e a suo marito il commendatore, sapete quello delle pastiglie balsamiche? Ve lo confermeranno.
Vi siete mai allontanata, o allontanati? domand Pietro.
Lei fece di no con la testa. Enrico Paranza, colossale come una lapide di granito dietro le sue spalle, esit un attimo e poi l'imit.
Dopo aver porto ancora le loro condoglianze, Pietro e Vitaliano se ne andarono addentrandosi fra le statue del giardino fino al grande cancello. Non sapevano che pensare, c'erano tanti modi d'amare e di farsi del male al mondo.
Quel Paranza s che sarebbe ottimo per spingere una statua disse Pietro.
Ma se giocava a carte... gli ricord Vitaliano.
Gi, se... Sar meglio verificare. Sembra tenere molto alla signora.
Certo, lo faremo, mander domani il Cuccuma dal commendator Bertelli e la consorte.
Siamo destinati a incontrare giganti, io e te... Ricordi il maggiordomo del senatore e il muto?
Gi... ricordo bene, per poco... e poi quel monaco enorme alla Certosa... siamo perseguitati. Com' che si chiamava?
Fratello Gerolamo. Ma non c'entra il destino,  che quando l'indagine si allarga qualcuno alto c' sempre,  una questione di statistica...
Come a confermare il loro pessimo destino e il ripetersi di tutte le cose, all'uscita notarono sul lato opposto della strada due
tipi in una Balilla nera che li guardavano. Pietro li aveva gi visti nei pressi della questura. Lo disse a Vitaliano, si diressero verso l'auto, ma l'autista, intuendo le loro intenzioni, mise in moto e la macchina si allontan prima che potessero raggiungerli.
E adesso questi chi sono? Altri due scagnozzi del giudice? chiese sconfortato Vitaliano.
Non credo... Mi sembrano di un'altra pasta, se possibile addirittura peggiore comment Pietro, e aveva ragione.
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Capitolo 22.
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Pietro e Vitaliano entrarono nell'Ottagono e videro subito Antonio alle prese con due uomini vestiti di scuro, con il borsalino in testa. Uno era alto e robusto, l'altro pi magro e appena pi basso. Li riconobbero immediatamente, erano quelli che avevano visto in auto appostati di fronte alla villa della vittima il giorno prima, quando avevano interrogato la vedova Umberti. Il pi grosso, una specie di gorilla, stava mostrando un foglio ad Antonio e questi parve sollevato quando li vide avvicinarsi.
Buongiorno, signori! disse Vitaliano, cercando di darsi un tono autorevole. Se stavolta non scappate, possiamo presentarci. Sono il commissario Draghi, con chi abbiamo il piacere di parlare?
I due si voltarono. Il pi alto rimase in silenzio e l'altro li guard squadrandoli da capo a piedi e storcendo la bocca. Era pi anziano del molosso, aveva occhiali fini e argentati, dei baffi gi grigi e l'aria saccente e un po' scocciata.
Noi siamo noi...  tautologico disse serio, con un sussurro, e prendendo dalle mani del compare il foglio che questi stava mostrando ad Antonio lo porse a Vitaliano.
O pensavate che a Roma vi avrebbero lasciato in mano questo caso, cos, sulla fiducia, a tempo indeterminato? Leggete e vedrete che noi siamo qui per aiutarvi, commissario. Per accertarci che facciate rapidi progressi... Mi sono spiegato? Ra-pi-di!
Vitaliano dette uno sguardo al foglio. Non era un documento di Roma, ma della questura, con la firma del suo questore. Senza farne i nomi, ma citando solo dei numeri di matricola, diceva che i due agenti romani erano stati affiancati all'indagine, e quindi avevano tutti i poteri conferiti loro dalla legge, al pari di chi era incaricato dell'indagine. Non avrebbero preso iniziative a livello investigativo, n erano tenuti a obbedire a nessuno dei poliziotti fiorentini: erano un supporto, una compagnia, pronti a intervenire per ogni evenienza, se e quando loro stessi l'avessero ritenuto opportuno.
Vitaliano, serio, fin di leggere e pass la lettera a Pietro, poi chiese, infastidito: E quindi come vi dobbiamo chiamare? Con il fischio?.
L'uomo si esib in un accenno di risatina acuta e caustica, da iena. Poi replic con tono severo togliendosi gli occhiali e pulendoli attentamente con un fazzoletto di seta: Caro commissario. Non ci siamo capiti. Voi non ci dovete proprio chiamare. Voi dovete trovare il colpevole al pi presto e noi.... Indic il compare, che non aveva aperto bocca e sotto la tesa del cappello mostrava i tipici lineamenti duri e ottusi del pugile, con il naso schiacciato e i segni cicatrizzati di vecchie spaccature sugli zigomi. Noi... saremo per voi come delle ombre, degli angeli custodi, leggete bene: pronti a intervenire se e quando lo riterremo necessario. Considerateci, caro commissario, uno stimolo, un pungolo. .. Se poi questa indagine non la doveste risolvere voi, se doveste metterci troppo, allora, be', tanto peggio... Me ne occuper io, con i miei metodi.
 una minaccia? domand Pietro.
L'altro lo fiss con lo sguardo pacato e paziente, ma determinato, di un vecchio professore di liceo. Minaccia? No, ma quale minaccia? Che dite? I deboli hanno bisogno di questi mezzucci.
Noi non siamo deboli, ci che rappresentiamo  la forza per antonomasia, badate di non dimenticarlo. Ma non vogliamo trattenervi oltre aggiunse indicando Antonio. Dite a quest'uomo che lui, come voi, come tutti qui dentro, deve ignorarci, fare finta di non vederci. Avanti! Diteglielo!
Antonio intervenne togliendo dall'imbarazzo il commissario: E che sono sordo? disse, con un improvviso e spiccato accento napoletano. Agg' sentit pur'io! Agg' capito!  arrivato 'o caporioni E a me che me ne fotte? Se non sporcate, se non rubate e non rovinate niente, potete fare e andare dove volete. Ma se camminate sul bagnato dove ha passato lo straccio a' Ginevra, statevi accort! Io non rispondo della vostra incolumit, che quella non guarda in faccia a nessuno, chella v'accide! Rise della propria battuta. Detto questo... Bacio le mani a vossia e vi saluto che c'ho da fare!
Antonio gir le spalle, scomparve, e l'agente romano scosse la testa. I napoletani! Che popolo assurdo e meraviglioso comment, e fatto un segno con il capo all'altro disse: Noi ci sediamo qui. Sotto questo bellissimo lucernario, in questo ingresso che chiamano l'Ottagono, evidentemente per via della sua forma. Se proprio doveste chiamarmi, se aveste necessit, chiamatemi il Professore,  cos che mi chiamano i pochi che hanno il permesso di farlo.
Vitaliano sent un brivido e i peli delle braccia gli si drizzarono come se quel nomignolo celasse chiss quali minacce.
E un'altra cosa. Fatemi il piacere, aggiunse l'uomo lasciate perdere la signora Lonie, che in questa faccenda  una vittima e sta soffrendo, siamo intesi? A Roma gradiscono cos.
Vitaliano restitu il foglio che aveva fra le mani all'uomo e gli volt le spalle senza dire nulla. Se non doveva vederlo, allora non l'avrebbe nemmeno salutato. Lui doveva svolgere un'indagine e non avrebbe lasciato perdere nessuno dei possibili colpevoli.
Agenti dell'OVRA disse a Pietro, mentre si allontanavano. Polizia segreta o roba simile. Firenze ne  piena in vista dell'arrivo imminente di Hitler, ma questi sono arrivati con il ministro, di certo sono uomini suoi... Non ha importanza. Al diavolo! Adesso c'abbiamo anche questi fra i coglioni, a farci fretta e mettere paletti. Vi rendete conto dell'aria che tira, che la vostra idea dell'altro giorno  una follia? sussurr, e acceler il passo. Anche solo parlarne, o pensarci,  pericoloso!
Pietro annu assorto seguendo Vitaliano, che con il trench chiaro sembrava ora il suo Virgilio e camminava verso lo stanzino dei bidelli sul lato opposto della direzione. Ginevra, che era stata evocata poco prima, l'aveva gi intravista: era una donna piccola, magra, d'et indefinibile, con i capelli lunghi e grigi, e la faccia ossuta e terribile d'uno scheletro, su cui lumeggiavano gli occhi assassini e azzurrissimi d'una terribile dea guerriera.
Buongiorno, signora, vi dispiacerebbe guidarci dal professor Artemio Pistoiesi?
La donna, seduta accosto al ripostiglio delle scope, sollev la bocca dal panino che stava mangiando con un'espressione e un'occhiata spaventose, pari a quelle del conte Ugolino cos come doveva averlo immaginato Dante nell'atto di sollevar la propria dal fiero pasto.
Subito! disse irritata, appallottolando i resti del panino in un sacchetto e cacciandolo in una tasca della spolverina nera. Poi li precedette senza dire niente, passandosi la mano ossuta sulle labbra per togliervi le briciole.
Pietro e Vitaliano la seguirono. Ora Virgilio era lei, anche se somigliava piuttosto a un dannato dell'Inferno. Vitaliano la raggiunse e si affianc a lei nel lungo corridoio che conduceva all'ala sinistra, illuminato dalle grandi finestre ad arco che davano sulla
corte interna di decorazione plastica, punteggiata da sculture e con i muri decorati da bassorilievi realizzati dagli allievi pi promettenti nel corso degli anni.
Volevo chiedervi, signora, vi siete fatta un'idea di quanto  successo? Su qualcuno che potesse voler male al professore?
La donna scosse la testa e allung il passo.
Sono certo che voi sappiate tutto quanto accade nel vostro Istituto disse Vitaliano, cercando di blandirla, mentre lei affrontava le scale per salire al piano superiore. Pietro, alle loro spalle, guardava in silenzio il suo fagiano in azione, come si guarda una partita a scacchi fra due giocatori.
E invece non so proprio nulla! ribad la bidella, secca. Mi faccio gli affari miei, io!
Peccato... C' una bella ricompensa, per chi sa qualcosa, per chi d un aiuto... improvvis Draghi.
La donna si ferm sulle scale e si volt sgranando gli occhi azzurrissimi. Ricompensa? Quale ricompensa? Nessuno ne ha parlato!
 vero, per evitare una pioggia di informazioni infruttuose. Siamo autorizzati a dirlo solo a persone che si ritengano davvero affidabili, che possano aver sentito e udito... mi spiego?
Ah... rispose la donna. Di che cifra si parla?
Una bella somma, che la moglie del professore  disposta ad alzare tanto pi sar importante l'informazione e utile a portarci al colpevole.
Capisco disse la donna voltandosi di nuovo. Ma non so niente lo stesso.
Peccato intervenne Pietro dietro di loro. Perch questa non  una partita, un'occasione che rester aperta per sempre. Anzi, abbiamo una certa fretta di chiuderla e le cose dette dopo che qualcun altro le ha gi riferite, non avranno alcun valore... Mi
sono spiegato? Inoltre all'informatore sar garantita la massima riservatezza.
Infatti... precis Draghi. Nessuno sapr chi ha detto cosa e chi ha avuto la ricompensa. Pu darsi benissimo che se l'aggiudichi un suo collega, magari riferendoci qualcosa che gli avete raccontato proprio voi. In questo caso non verreste mai a saperlo. Sarebbe un peccato, non credete?
La donna con la faccia di teschio ristette, annu meditabonda, senza girarsi. La sua fronte s'incresp come se quell'eventualit si fosse gi verificata, poi disse: Capito!.
Poco dopo indic loro l'aula del professore, a destra dell'entrata della biblioteca, e torn indietro verso le scale. A Pietro e Vitaliano sembr di sentir girare gli ingranaggi delle sue rotelle, che in quel momento dovevano muoversi a tutta velocit nella sua testa.
Il seme  piantato disse Pietro. Qualcosa mi dice che germoglier. Bravo, ma fossi in te comincerei a mettere da parte i soldi per pagare la ricompensa.
Vitaliano gli dette un'occhiata che voleva dire: "Si star a vedere", ed entr nell'aula che aveva la porta accostata. Dei ragazzini stavano disegnando seduti a cavallo di alcune panchette particolari, con una specie di spalliera di fronte, su cui tenevano poggiata una tavola sulla quale era appuntato un grande foglio. Erano disposte lungo le pareti e rivolte verso il centro dell'aula: l, su tavoli, trespoli e cavalletti, vi erano sculture in gesso, gruppi di bottiglie e altri oggetti da ritrarre. Un finestrone immenso sulla parete opposta all'entrata illuminava ogni cosa. Quando si accorsero dei nuovi arrivati gli allievi si voltarono a guardarli. A Vitaliano fecero tenerezza quegli occhi lampeggianti e curiosi, i loro volti giovani e schietti. Erano figli di artigiani in cerca di prestigio, di operai e bottegai che li avevano mandati l a imparare un mestiere, forse perch bravi a disegnare fin da bambini. Ci furono delle risatine. Erano tutti maschi, con il grembiule nero e il carboncino in mano.
Anche Pietro li guard e li invidi profondamente. Gli sarebbe tanto piaciuto scrollarsi di dosso una quarantina d'anni e sedersi anche lui su una di quelle panche. Pens a suo figlio Placido che aveva forse la loro stessa et. Chiss se a lui sarebbe piaciuto studiare l. E se lui avrebbe potuto permetterselo.
Alla cattedra un giovane che non doveva avere ancora trent'anni, dai capelli imbrillantinati e la nuca piena di ritrose leggeva un libro con aria annoiata. Lo videro alzare la testa, guardare di fronte a s senza dire nulla. Quando Vitaliano chiese permesso, si volt e, accortosi dell'arrivo dei due uomini, si alz di scatto per andare loro incontro. Aveva un naso notevole, il volto pallido, sebbene non fosse pi un adolescente il mento era ancora deturpato dall'acne e teneva le spalle incassate. Assunse un'espressione rammaricata e, giunto di fronte a loro, li guard rivelando due occhi arrossati e cisposi: a Draghi parve un pellicano triste, e subito scosse la testa per scacciare quel pensiero. Si qualific e chiese se potesse fargli qualche domanda. Il giovane si volt verso l'aula e disse: Sono abbastanza bravi, ma possiamo parlare qui, che se mi allontano cominciano le battaglie di gomma pane?.
A che ora finite di fare lezione? chiese Vitaliano.
Fra poco, poi ho un'ora libera, prima di scendere nella sezione di s-scultura. A quella parola si port la mano al volto e l'abbass. Che disgrazia... che disgrazia... mormor. Qualsiasi cosa! Far qualsiasi c-cosa per aiutarvi a prendere il c-colpevole... disse e prese a singhiozzare. Pietro e Vitaliano si resero conto che ogni tanto, quando si emozionava, tartagliava appena.
Gli volevate molto bene? domand Pietro.
P-pi di-di un p-padre... So-solo questo vi dico... il maestro  stato per me p-pi di un p-padre, devo tutto a lui... Scoprir chi  stato! Dovesse essere l'ultima cosa che faccio!
Per quello ci siamo noi. Se sentite qualcosa,  di me che dovete chiedere, il commissario Draghi. Vedete di non fare sciocchezze, potrebbe costarvi caro!
Il professore annu e torn dentro. Allora a fra poco...
La signorina Stevenson si affacci sulla porta della biblioteca, era alta e magra e indossava un vestito azzurro di crinolina, decorato da fiorellini rosa. Come da copione aveva occhiali fini e cappelli biondicci raccolti sulla nuca e fermati con una matita, da perfetta bibliotecaria. Guard verso di loro con curiosit e poi li raggiunse a passi decisi.
Siete della polizia? domand.
Draghi annu meravigliato dal denso disegno di efelidi che la donna aveva sul volto.
Voglio denunciare un fatto, quando potrete!
Di cosa si tratta?
Lo spostamento di un libro!
Draghi sorrise scettico. Siamo qui per un omicidio, che male pu fare un libro rubato?
Non ho detto rubato, ho detto spostato! lo corresse lei.
In una biblioteca capiter di continuo... ipotizz Pietro.
Non nella mia, questo libro  stato preso quando io non c'ero, con la scala, e rimesso a posto nello scaffale sottostante a quello dove si trovava.  un volume a cui tengo, non lo do a chiunque,  raro! Non lo consegno, se non personalmente! spieg la donna lasciando trasparire un'irritazione da generale.
Al suono della campanella, i ragazzi uscirono dall'aula e guardandoli incuriositi sfilarono di fronte a Pietro e Vitaliano scomparendo gi per le scale in un'orda vociante.
Arrestatelo, il professore! disse un moretto con l'aria da monello facendo loro l'occhiolino. Disegna da cani! e rise. Anche il suo compare rise battendogli la mano sulle spalle. Sparirono dietro agli altri scendendo la scalinata. Per ultimo usc anche il giovane Pistoiesi con una grande cartellina sotto il braccio.
Di che libro si tratta? chiese Draghi.
Di quello su Donatello di Arduino Colasanti, pubblicato a Roma con 240 fototipie in bianco e nero!
Grazie di avercelo detto, mettetelo via per noi. Verr un briga... un esperto di libri a dargli un'occhiata.
Pistoiesi, che era rimasto ad ascoltare la bibliotecaria a bocca aperta, quando quella si fu allontanata e fu il suo turno, disse: Bene... Allora, venite con me... Scendiamo nella sezione di scultura, nella stanza, sarebbe troppo dire lo studio, del mio c-caro m-maestro. L potremo parlare tranquilli, almeno credo. Sempre se non c' quel Salieri, che sta facendo il diavolo a quattro per prenderne il posto.
Posto che come assistente del professore forse spetterebbe a voi fece notare Draghi.
A m-me? chiese meravigliato Pistoiesi voltandosi verso il commissario. Ma quando mai? Sar grassa se riesco a mantenere la cattedra di disegno dal vero senza pi l'aiuto del p-professore. Forse... Sto completando una serie di lavori per l'ammissione e poi forse per una mostra che spero abbia un certo risalto. Presto si riunir la commissione per la selezione delle candidature, l'esame dei curricula e delle cartelle, e spero davvero di ottenere il ruolo. Non sono l'unico candidato, sapete? Vengono anche da Roma, Torino, Genova... Se andr bene... se sar il pi bravo, la commissione mi lascer la cattedra. Ma non la cattedra di decorazione plastica del mio caro maestro, quella se la contenderanno scultori ben pi anziani ed esperti di me,
anche se non so quanto pi bravi. Detto questo, u-uccidere qualcuno per una cattedra... insomma, mi pare e-e-esagerato. Avrei da f-farne fuori ancora una decina! disse, sforzandosi di sorridere della propria battuta.
Pietro e Vitaliano annuirono restando impassibili. Lui, imbarazzato, scese le scale invitandoli a seguirlo. Camminava tenendo la testa incassata, con la grande cartella sottobraccio, e l'immagine del pellicano balugin di nuovo nella testa di Draghi. Al pianterreno fece loro strada fino alla porta a vetri dell'aula di decorazione plastica e al giardino interno. A fianco dell'entrata, sotto la tettoia vetrata l di fronte, Vitaliano rivide il cavallo di legno imbizzarrito che aveva notato durante la prima visita con il direttore.
Questo cavallo l'ha fatto Giulio Porcinai nel 1933 ed  stato esposto alla Triennale di Milano. Devo dire che anch'io ho aiutato nella realizzazione, quando ero ancora allievo.
Pietro not che nell'ultima frase non aveva mai incespicato pronunciando le parole: stava facendo dei progressi.
Finalmente, traversarono il laboratorio aggirando le sculture di creta, coperte da stracci bagnati e incerati, e quelle in marmo e legno che punteggiavano il locale su massicci trespoli di quercia, per dirigersi verso un angolo dell'ampio locale. Gli occhi di Pietro si persero sulle rastrelliere delle sgorbie, inseguendo dime, compassi, raspe e pantografi dalle forme pi incredibili. Nell'angolo del reparto intaglio e decorazione c'erano sagome di riccioli e volute tagliate nel compensato dagli intagliatori per riportare il disegno sul legno e lavorare il cirmolo, il tiglio o il noce, e realizzare cos cornici, lampadari, stemmi e quant'altro si potesse immaginare. Avrebbe voluto chiedere a cosa servisse questo o quell'arnese, ma non poteva, e cos la sua mente si sforzava d'intuirlo. Sapeva che per ogni movimento gli intagliatori usavano una sgorbia diversa, lame di acciaio, realizzate da fabbri e artigiani straordinari, e capaci, una volta affilate, di tagliare il legno come burro, o quasi.
Gli piacevano da impazzire gli arnesi, gli utensili inventati dagli uomini per dare vita ai loro progetti e a opere meravigliose. Ogni mestiere aveva i suoi attrezzi e perfino i pi umili erano a loro modo belli quanto gli oggetti realizzati, talvolta perfino di pi: opere d'arte essi stessi. Le pinzette e i piccoli cacciaviti, le lenti degli orologiai; i bulini e la pece degli orafi per fare lo sbalzo nell'argento, i telai e i pettini dei tessitori, le terre e i forni dei ceramisti, le seghe e le macchine dei falegnami, le seghe e le pialle dei bottai... Per questo perfino alle sue zappe Pietro era affezionato, alla pietra per affilare e alla falce. Nonostante fossero strumenti semplici, li trattava con grande rispetto, perch erano il frutto di secoli di miglioramenti e la loro forma era perfetta per svolgere il lavoro a cui erano destinati. Per questo nel suo fienile-laboratorio aveva tantissimi tipi di attrezzi, e possedeva anche lui delle sgorbie per lavorare il legno, che adorava perch era una cosa viva. Pens con orgoglio che le sue sgorbie erano solo una decina, ma addirittura meglio di quelle: se l'era fatte comperare dal conte in Svizzera prima della guerra. Rammentava ancora con quale trepidazione aveva aperto la scatola quando il postino gliel'aveva portata. Ne aveva scartata una guardandola contento. Poi l'aveva passata radente sulla pelle come fosse stata un rasoio e, sotto gli occhi di Vitaliano bambino, sul suo braccio si era creata una strada completamente glabra e una matassa di peli a fine della rasatura. Non c'era dubbio che a una giacca nuova, o a un cappello, lui avrebbe sempre preferito gli si regalasse una sgorbia per intagliare il legno o un coltello di Scarperia.
Arrivarono in una piccola stanza del laboratorio, intitolata a Libero Andreotti, dove c'era una cattedra, e qui riconobbero alcune piccole opere della vittima: modelli e studi per la realizzazione di sculture pi grandi. Di fronte all'aula vide una targa in marmo posta nel 1933, dodicesimo anno dell'era fascista, per commemorare il maestro.
Pietro pens che presto ne avrebbero aggiunta un'altra per l'Umberti. Era la prima volta che visitava la sezione di scultura e si guardava intorno pervaso da una certa malinconia. Era certo che con le sue mani e la sua testa sarebbe stato un artigiano meraviglioso, se non addirittura un'artista. Chiss, si ripet nella mente. Chiss se a Placido piacerebbe studiare qui.
Come molti genitori, avrebbe voluto dare al figlio ci che lui non aveva avuto e desiderava. Ma sapeva anche che i figli sono un'altra cosa che ha poco a che vedere con noi, non sono un'estensione della propria vita e non vanno forzati, perch hanno spesso sogni diversi e nuove strade da percorrere. L'avena non piace al leone e la bistecca non piace all'asino.
Venite, scusate lo sporco, la creta spolvera, anche il gesso, il nostro  un lavoro insudiciativo e non ho che tre panchetti, ma se vi degnate...
 bellissimo stare qui disse Pietro. Non sapete quanto vi invidi.
Il giovane lo guard con un'espressione risentita, come se cercasse di capire se il poliziotto pi anziano lo stesse prendendo in giro.
Lei era l'assistente, l'allievo prediletto del maestro Umberti: diteci se l'avevate visto litigare, se aveva subito delle minacce, insomma tutto ci che pu metterci su una pista da approfondire disse Draghi.
Cose qui ne succedono e ne son sempre successe, ma da l a... Insomma, non vorrete che mi metta a fare pettegolezzi come una vecchia comare?
E invece s, per favore.
Secondo me  stato un incidente. Di certo voleva misurare la
statua di Donatello, studiarla, vederla da vicino... S' arrampicato, magari aveva bevuto e...
Lo escludiamo... Diteci per favore chi poteva avere motivi d'odio nei confronti del professore.
Il Pistoiesi sospir: Allora, io non voglio mettere nei guai nessuno, solo raccontare la verit... Il professor Salieri, per esempio, non ci sta pi con la testa da quando  morto il mio ma-maestro, e non ci stava nemmeno prima. Lui  piccolo, bruttino, l'altro era alto, a-af-affascinante. Si impegnavano in accese discussioni sull'arte di fronte ai ragazzi e U-Umberti aveva sempre la meglio. Il professor Salieri, Attilio, ha le mani d'oro e sostiene con fervore che l'arte del Rinascimento  l'unica a cui occorrerebbe ispirarsi, che le statue femminili dell'Umberti erano dei mostri inguardabili da tutti i punti di vista, anche anatomici. Il direttore l'aveva diffidato dall'esprimere certi pareri, specie davanti agli studenti, ma lui... non la smetteva. Non sar un grande artista, ma si ritiene tale ed  un ottimo artigiano, sebbene sia rimasto fermo all'antichit classica e al Rinascimento. Detestava l'Umberti e la sua arte, e il mio ma-maestro lo sfotteva: "A cosa stai lavorando, al discobolo? Guarda che l'hanno gi fatto!". E a volte si spingeva fino a prenderlo per le basette e tirarle, come fosse stato un monello. L'altro scalciava, provava a colpirlo, protestava, che non osasse, che mettesse gi le mani! Ma U-Umberti era agile, pi alto di lui... e noi, il pubblico, gli studenti, sghignazzavamo tutti. Solo una volta, quando Salieri gli ha dato del raccomandato, s' arrabbiato e i toni si sono accesi da entrambe le parti. "Senza il tuo amico ministro," gli ha urlato Salieri "nemmeno a fare gli orci dell'Impruneta ti prendevano!".
Quindi avevano litigato sul serio?
Si e no... chi pu dirlo? Bisticciavano sempre di fronte agli studenti e agli assistenti, altrimenti non si divertivano. Salieri lo
detestava, con quel tasto del raccomandato  stato chiaro a tutti che aveva fatto un punto, per cos dire, e che aveva colpito nel tenero. U-Umberti gli ha dato dell'imbecille, per poco non sono venuti alle mani e abbiamo dovuto reggerli.
Quanto tempo prima  successo rispetto alla sera in cui  stato assassinato?
Quella mattina ammise l'assistente. Oltre a me ci sono anche altri testimoni... ma non penserete...? Non posso crederlo, signori...
Vitaliano non rispose. Pietro si era perfino distratto, stava di nuovo pensando al modo di uccidere Hitler, se fosse stato possibile anche Mussolini, e di farla franca. Senza sapere nulla di come si sarebbero svolti i fatti, non era possibile nemmeno pensarci, doveva convincere Vitaliano, in qualche modo. Lo sent dire: Chi altri, secondo voi, poteva avercela con lui? Aveva litigato con altre persone?.
L'assistente non si fece pregare e port una mano al mento toccandosi i brufoli che lo deturpavano. Ormai da un bel po' non incheccava quasi pi, come si fosse sciolto.
Commissario, sapete come sono gli artisti, ognuno esprime un mondo e se il mondo giusto  il suo, allora ne consegue che quello degli altri  per forza sbagliato. Pensate agli schiaffi che sono volati a Firenze a suo tempo fra Marinetti, Soffici, Boccioni e Papini! Il professor Di Sario, per esempio, lui si considera ancora futurista e con l'Umberti era sempre a discutere.  anziano, Vinicio Di Sario, ma non fa che sospirare e dire agli studenti: "Eppure, ragazzi, c' davvero bisogno d'un arte nuova! Come quella di Boccioni. Altro che donnine nude!". Il pro-professore ci rideva, e lo canzonava, ma con un certo riguardo e perfino un po' di timore. "Il futurismo  finito, morto e sepolto. Quel Di Sario mi fa pena!" mi diceva. Ma lo rispettava, per l'et e per la passione che metteva nel suo sogno. Se l'avesse trattato come Salieri, anzich fare bella figura, si sarebbe fatto detestare, capite?
Vitaliano annu. Pietro non lo stava pi ascoltando. Aveva troppe cose per la testa e si era distratto pensando prima all'attentato, poi a Caterina e al principe Antonino, infine al trattore e al conte. Quando Vitaliano lo guard come per chiedergli se avesse qualcosa da domandare, disse: E voi dove vi trovavate la sera dell'omicidio verso le undici di sera?. Il giovane rimase male. I-io? domand. Certo, dobbiamo chiedere a tutti. E-ero al cinema Goldoni, in via dei Se-se... Non riusciva a dire la parola, ci prov pi volte, ma quella gli rimase di traverso alla gola. Adesso faceva pena, cominci a sudare. Serragli? chiese Vitaliano, cercando d'aiutarlo. Il giovane sorrise, annu: S, s... quello, proprio non mi viene. Ser... se... ritent, invano.
Il commissario Draghi gli mise una mano sul braccio per farlo desistere. Abbiamo capito. Eravate da solo? Avete qualcuno che pu confermarlo?
Con un'a-a-mica, una delle mo-modelle del corso di figura, ve lo po-potr dire anche lei, siamo usciti a me-mezzanotte. Che film avete visto?
L da-danno le seconde visioni, con il cinegiornale, ma senza avanspettacolo... Il cinema  piccolino ed era pieno zeppo. Siamo andati a vedere Il Si-signor Max, che ne parlavano tutti be-bene. Abbiamo perso il ci-ci-cinegiornale, ma siamo arrivati in tempo per il film.
Si calmi. Vi  piaciuto? domand Pietro. Molto. Se penso per che mentre noi ci di-di-divertivamo... e fece un sospiro trattenendo a stento le lacrime e coprendosi il volto con le mani.
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Capitolo 23.
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Sabina quella mattina si era alzata presto e ora stava attraversando il bosco delle Casaglie diretta alla Collina, per andare dai Poli, da Maria, la mamma di Angiolina, a farsi dare un po' d'erba da paura, che nel Borro dell'Inferno, sotto la colonica del podere dell'Olmo, cresceva bene. Anche dai Bensi ce n'era un po', ma l'anno prima, in giugno, per San Giovanni, Sabina non l'aveva raccolta perch le cose da fare erano state troppe e lei, per quanto brigasse e nonostante s'alzasse presto, aveva due mani sole. Non aveva nemmeno fatto l'olio di iperico per le bruciature, le punture di insetto e le scottature che a volte i bambini e gli uomini si prendevano stando troppo al sole nei campi. Se di quello per ne rimaneva ancora mezzo fiasco, con lo spavento che s'era presa Mariannina l'inverno prima vedendo il padre ridotto male dopo le torture e il pestaggio, d'erba da paura non ne aveva pi e adesso le occorreva. Le serviva per Bianca, che era sempre stata delicata, ma da qualche giorno, da quando il Raspollini tornando dal paese aveva trovato il vecchio guardia sulla strada della bandita con la testa rotta, non era pi la stessa. Sussultava a ogni respiro e a volte scappava fuori e vomitava.
Hai mangiato le bacche nere della belladonna? le aveva chiesto Sabina preoccupata la prima volta che l'aveva vista. Lo sai che le erbe non vanno mangiate, e tantomeno le bacche, se non le conosci?
La ragazza aveva fatto segno di no ripulendosi la bocca.
Ma certo, che dico, altrimenti saresti morta. Qualcosa di andato a male? aveva insistito lei, senza mollarla.
Bianca aveva scosso ancora la testa. Se non s'era avvelenata mangiando la belladonna, e non era incinta, come aveva giurato, allora quella era paura, aveva pensato Sabina. La riconosceva dai suoi sussulti, dalle occhiate terrorizzate che le gettava non appena sentiva un rumore sull'aia.
Di che hai avuto paura? Forza, sentiamo!
M'ha impressionato sapere del guardia... Dicono sia stato aggredito, vero?
Cadendo di bicicletta non si picchia la nuca... L'hanno colpito con un bastone e l'hanno lasciato l, dopo averlo derubato dell'orologio da taschino e dei soldi che aveva in tasca. Gira brutta gente e hai ragione, c' da aver paura. Speriamo che si riprenda, ma il dottore ci crede poco, bisogna pregare!
Era tanta strada dalla stazione di monta alla Collina: si pent di non averci mandato Placido in bicicletta. Da giorni ormai a lui, a Pacifico e a Bastiano non era possibile chiedere niente. Il nuovo fattore, approfittando dell'assenza di Pietro, arrivava verso le dieci e si metteva a comandare dando disposizioni per la giornata. Sempre ordini assurdi, che facevano perdere tempo e rischiavano di mandare tutto a gambe all'aria. Chiedeva magari di ripulire il lavatoio, quando c'era da mettere a dimora le barbatelle nella vigna nuova, potare gli olivi e innestare i meli. Pacifico ci soffriva, perch lui e Placido dovevano anche star dietro alle api. Erano la loro passione, e a entrambi i figli lo aveva insegnato Pietro, fin da piccoli. Avevano sei arnie e il padre, prima di andarsene a Firenze, s'era raccomandato di tenerle d'occhio e fare tutto il necessario per controllare le famiglie, dividendole se erano troppo forti, perch non sciamassero, svuotare i melari, e tutto il resto. Ma con
quel fattore fra i piedi non si riusciva nemmeno ad avvicinarsi alle arnie. Bisognava andarci a tarda sera, senza farsi vedere, e al buio non era facile capire bene la situazione. Sembrava che lo facesse apposta, che ci si divertisse, e alle obiezioni di Bastiano o di Pacifico diceva: Il fattore sono io e fate come dico io... Avanti, pedalare!.
Sabina sapeva che c'era qualcosa che non andava, quel capoccione di Pietro era in citt dietro a chiss quali questioni, magari a rischiare la vita un'altra volta, e lei che poteva fare? Solo tenere gli occhi aperti e pregare: per Serafino soldato, per Pietro a Firenze, per Mariannina, Ipazia e Placido, per Pacifico, per la nuora e la nipotina, e adesso anche per Bianca, impaurita da ogni mosca che volava, e il guardia, perch riprendesse conoscenza, poveruomo.
Poi c'era stata quella frase che la ragazza, di solito cos timida, aveva detto a cena senza farsi sentire dagli uomini: Dopo quello che  successo al guardia, sar meglio che specialmente noi donne e le bambine non si vada a giro da sole nel bosco... Dico bene, Sabina?.
Ci ripensava mentre traversava il bosco e, lasciatasi alle spalle la strada per il Morrocco, procedeva verso la collina e vedeva i campi andare gi e risalire fino al piazzale della Pieve e al campanile, sormontato da nuvole barocche e candide, nel cielo limpido.
Speriamo che piova, pens. Quest'aprile mi pare ne stia facendo poca d'acqua.
Quasi all'una torn dalla sua missione con l'erba da paura e le idee pi chiare. Quella camminata le aveva dato modo di ripensare a tante cose e adesso era certa che Bianca non le avesse detto tutto. Le era successo qualcosa: non gliela raccontava giusta. Si era ricordata della ferita sul volto della ragazza quando era tornata a casa. Le aveva raccontato di aver sbattuto contro un ramo, come una stupida.
Quel pomeriggio stesso, mentre gli uomini e Ipazia erano ancora nel campo, mise l'acqua a scaldare nel paiolo e vi vers due manciate dell'erba che le aveva dato Maria. Poi disse a Marianna di mettersi fuori dalla porta e controllare che non entrasse nessuno. Se arrivavano gli uomini, che andassero a farsi un giro, specialmente Placido, che a sedici anni era curioso come un furetto.
Cecilia, tu con la bambina vai in camera, ti chiamo io quando c' da aiutarmi a fare la cena.
Bianca fece per salire a sua volta, sperando che Sabina volesse restare sola per farsi il bagno, dal momento che aveva messo la tinozza di latta di fronte al camino. Era una speranza che cozzava con un presentimento che, invece, le saliva al cuore in quel momento, dandole la smania del coniglio o del cappone che sa che la massaia quel giorno l  venuta per lui.
Te resta qui, Bianca! Ti devo parlare.
Inutile replicare, lanci uno sguardo a Cecilia, come una tacita richiesta d'aiuto e s'avvi verso il camino a testa bassa e mani giunte, con la rassegnazione dell'agnello.
Sabina chiuse gli scuri della finestra e le disse risoluta: Gnudati, che ti devo lavare con l'erba da paura! Vedrai che poi starai meglio. Sono andata a piedi fino alla Collina per...
Ma io sto bene! replic Bianca, interrompendola.
Da' retta! scatt Sabina. 'Un la facciamo tanto lunga. Peniamo poco che ho da fa' da' cena e non ho tempo da perdere. "Io sto bene!" Avanti, vediamo se tu mi dici icch t' successo. T'ha bell e fatto anche troppi misteri! Non mangi quasi nulla, hai paura della tu' ombra, vomiti ogni tre per due, guarda che occhi che hai, come sei sciupata! Tutta questa roba, tutto questo male,
va lavato via! Ora! Subito! E insomma, siam fra donne, fa' finta che sia la tu' mamma! Te ora tu mi dici tutto! Tutto!
Bianca rimase senza parole e gli occhi le si riempirono di lacrime, prese a singhiozzare.
Sabina le si avvicin e l'abbracci, la strinse a s e la consol baciandole i capelli e la fronte mentre con le mani prendeva a sganciarle i bottoni della camicetta e iniziava a spogliarla.
Bianca obbed, calandosi la gonna e poco dopo si ritrov nuda di fronte a lei, con un braccio a coprire i seni e l'altro gi a riparare il pube con la mano.
Sabina rise. Ma che fai, Bianchina? Ti vergogni di me? Son fatta uguale anch'io, sai, che credi?
Lo disse sapendo che non era del tutto vero: le sue proporzioni, il delicato disegno dei piccoli seni, la lunghezza delle cosce, la carnagione diafana, denunciavano una bellezza rara. Povero il mi Serafino, pens. Speriamo che gli regga i' cuore, ma quel pensiero fu subito scacciato da un altro che gel il suo, di cuore, quando prendendo Bianca per mano e avvicinandola al fuoco, si accorse dei lividi e dei graffi sulle caviglie e poi, voltandola, sulla coscia e sul seno sinistro, che la ragazza cercava di nascondere stando di lato, come per pudore. Not anche dei segni sul collo, che Bianca aveva tenuti sempre ben celati con i capelli, in quei giorni. Rabbrivid e dovette trattenersi.
Avanti, entra nella tinozza! le ordin tenendola per mano, mentre la ragazza ne scavalcava l'orlo e si disponeva in una posa da Venere del Botticelli. Non aver timore...
Tocc l'acqua gialla nel paiolo e sent che aveva raggiunto la giusta temperatura, allora lo tolse dal fuoco con uno straccio e lo pos sulla pietra del camino. Poi prese una tazza e ve la immerse.
Se brucia troppo dimmelo sussurr. Adesso laviamo via la paura, e poi mi racconterai tutto.
La donna alz la tazza e la rovesci sul capo di Bianca. L'acqua, come una pioggia dorata e tiepida, penetr nei capelli, le scivol sul viso mescendosi alle sue lacrime, prosegu sul collo, i seni e le cosce, e Bianca ebbe un sussulto quando sent che Sabina, continuando a versare l'acqua sulla sua testa, le braccia e le gambe, la lavava, dall'alto verso il basso con la mano libera, pronunciando una sorta di preghiera a fior di labbra. Una sorta di battesimo in piedi, come quello di Cristo a opera di San Giovanni Battista nel Giordano.
Adesso Bianca piangeva, singhiozzava senza pi freni. Sentiva quel liquido luminoso entrarle nell'anima e ascoltava, si sforzava di udire le parole di Sabina: Col nome di Ges e di Maria la paura la vada via! Col nome di Ges e di San Pietro la paura la torni indietro!.
Era una cosa difficile da credere: pian piano, a ogni passaggio di quel lavaggio miracoloso, di quella mano pietosa, il peso che aveva sul cuore sembrava alleggerirsi, fino a che non ebbe pi lacrime.
Ecco fatto! disse Sabina. Nella mia vita non ho mai visto niente del genere e indic inorridita il catino sotto di lei.
L'acqua dorata si era mutata in una morchia nera e densa, repellente. Bianca ne ebbe ribrezzo e volle uscire da quel pantano.
Sabina la fece sedere sulla panca e le asciug i piedi con un telo di cotone, in ginocchio di fronte a lei, come una Maddalena. Poi prese ad asciugarle i capelli. Mentre li frizionava disse: Va ripetuto altre due volte questa settimana, nei giorni senza la r, cos dicono le vecchie. Ora mi racconti cosa ti  successo e poi prendi il catino e vai nel borro, vuoti tutta questa paura nel rigagnolo, che l'acqua se la porti via fino al mare, che torni da dov' venuta. Mentre lo fai di': "Con il nome di Ges e di Maria la paura la vada via!".
Bianca apr bocca. Era stanca di segreti, di menzogne. Improvvisamente scand: Funzioner anche se sono ebrea?.
Sabina sbarr gli occhi, sent le gambe piegarglisi e la stanza girare. Si tenne alle spalle di Bianca, poi le lasci di colpo, come se scottassero. Non ebbe tempo di dire altro, perch la ragazza aveva iniziato a raccontarle quel che le era successo nel bosco, come il guardia l'avesse salvata per un pelo da quei due uomini terribili che avevano tentato, solo tentato per fortuna, di farle del male e che, mentre scappavano, gli avevano giurato vendetta.
Bianca avrebbe avuto bisogno di essere abbracciata, consolata, ma Sabina era rimasta immobile come una statua di sale. Quasi non la sentiva respirare. Ora solo una parola rimbombava nella sua testa riempiendola fino a farla scoppiare: Ebrea, ebrea, ebrea! e con quella l'immagine del vecchio e scheletrico don Caldine che, issato sul pulpito della chiesa con i capelli bianchi scompigliati e ritti come corna, alzava il dito adunco da anacoreta sul popolo della Pieve e urlava: E gli ebrei, s gli ebrei e la loro genia, presero nostro signore Ges Cristo e lo misero in croce!.
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Capitolo 24.
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Pietro e Vitaliano trovarono la professoressa Beatrice Vallanzini nella sezione di ceramica, condotti fin l da un giovane bidello annoiato e sbuffante.
 l disse il ragazzo indicando il laboratorio, e si mise una Lupa in bocca. Uff! Posso andare, la ritrovate l'uscita?
Pietro annu, e rimase a guardarlo allontanarsi mentre si accendeva la sigaretta. Tutti gli italiani fumano La Lupa, recitava il volantino della pubblicit, e sul pacchetto la lupa rossa capitolina allattava Romolo e Remo che se la fumavano dai capezzoli, per cos dire: un inno alla corruzione dell'infanzia.
Ancora una cosa, scusa! lo richiam indietro Pietro.
Il ragazzo si volt con aria scocciata, e tir dalla sigaretta che aveva fra le labbra con una posa da duro, mentre il fumo gli finiva negli occhi costringendolo a chiuderli.
Mbeh?
Come ti chiami?
Pasquale, perch?
Da quanto tempo lavori qui?
Devo rispondere?
Sarebbe educazione disse Draghi ridando indietro.
Da due anni, mbeh?
Aveva la faccia da schiaffi, il volto coperto da efelidi e due
orecchie a sventola da far invidia a un aquilone, ma i capelli erano scuri e gli occhi grandi e verdi.
Hai qualcosa da dire su questo omicidio dell'Umberti?
Che son contento e mi dispiace, e che io mi faccio gli affari miei!
Che vuol dire "son contento e mi dispiace"?
Son contento perch l'Umberti certi giorni mi dava delle pacche nel collo e mi tirava le orecchie a tradimento, per far ridere le studentesse americane. Ma mi dispiace anche perch altre volte era simpatico, mi insegnava a far la corte alle donne, e un giorno ha costretto Mary, l'americana, a darmi un bacio... Insomma, era come fossero due. Uno l'avrei ammazzato io stesso, l'altro era un piacere starci assieme, capite? A seconda del giorno non sapevi mai chi fosse e come si sarebbe comportato.
Sai chi pu averlo ammazzato?
No davvero! Forse il professor Salieri! Io no, perch un fascista non uccide che i nemici e perch io qui sto come un topo nel formaggio, faccio poco, ci sono le ragazze e le modelle, posso fumare e dormire. Se lo facevo fuori io rischiavo di perdere il posto.
Chi te l'ha dato questo posto?
L'uomo di mia mamma, perch?  un pezzo grosso, fiduciario del gruppo rionale di Santa Croce e squadrista della prima ora. M'ha raccomandato. Finch non litigano e lei gliela d, sto nella bambagia.
Pietro rise. Aveva di fronte un perfetto virgulto di impiegato statale ancora in erba, deciso a vendere perfino la madre pur di garantirsi uno stipendio facendo poco o nulla, spazzando qualche aula, fumando e imboscandosi a ogni pie' sospinto.
Se sai qualcosa ti conviene parlare, c' una bella ricompensa... pensaci! disse Draghi.
Va bene! disse il ragazzo facendo spallucce e si allontan strascicando i piedi con le mani in tasca. Si ferm, spense la sigaretta oramai a fine sotto la suola e se la mise nella tasca dello spolverino, dove altre cicche attendevano d'essere rullate per tornare sigarette, senza spreco.
Draghi era gi sparito addentrandosi nel laboratorio e Pietro, distogliendo gli occhi dalla sagoma scura del bidello brindellone, gli and dietro.
Trovarono la professoressa Vallanzini chinata sul tornio della ceramica, con le mani imbrattate d'argilla, che dava forma a un vaso. Quando percep i due uomini spense la macchina e si tir su a guardarli. Nel dcollet gli ballavano dei seni notevoli. Era una bella donna nonostante non fosse pi giovanissima. Portava i capelli lunghi, attraversati in due o tre punti da qualche filo completamente bianco, ancora solitario fra una moltitudine di fratelli scuri. Li aveva legati sopra la testa e fermati con una spatola di legno per la creta.
Altro che culona, pens Pietro. Era una donna notevole, non v'era dubbio, dai seni e i fianchi ampi e torniti, come certe massaie che aveva conosciuto in Emilia da giovane, ma bella, proporzionata, giunonica, e con due occhi da pantera, chiari e luminosi.
Sollev il volto ravversandosi con l'avambraccio una ciocca di capelli che le calava sul volto e sorrise ai nuovi arrivati. Poi si alz dal tornio e mentre andava verso un piccolo lavandino per lavarsi le mani diede loro il benvenuto.
Si capiva subito che era una donna in gamba, aveva un sorriso aperto e accogliente, sincero, di quelli che ti fanno innamorare, ma anche un piglio e una forza nel modo di fare che ti fanno subito pensare che innamorarsene potrebbe non essere una buona idea.
Ci furono le presentazioni e una mano morbida e gelata strinse quelle di Pietro e di Vitaliano.
Possiamo parlare qui? chiese Draghi.
Temete che qualcuno ci possa sentire? domand la donna, divertita.
Dobbiamo farle delle domande delicate sulla sua vita privata disse Pietro.
A quest'ora qui non c' nessuno, e poi non ho nulla da nascondere.
La donna si sedette su un banco solo con un gluteo, lasciando penzolare una gamba e tenendo l'altra a terra in una posa rilassata. Non incroci le braccia, come inconsapevolmente facevano molti interrogati per prepararsi a difendersi da un attacco.
Avanti, se volete, prendete uno sgabello e mettetevi comodi.
Dietro le spalle della donna c'erano due grandi forni e di fronte a uno di essi si stava preparando un carico. Vasi di terra grigia erano impilati e separati da piani di refrattario in modo da sfruttare tutto il volume disponibile per l'infornata. Sugli scaffali, lungo le pareti, c'erano i lavori degli studenti ancora non finiti, ma anche vasi e piatti di ogni forma e finitura, smaltati e lucenti. Su un cavalletto un grande piatto era decorato da riccioli rinascimentali, come si usava fare a Montelupo, e sul pavimento l'argilla rossa e quella grigia stendevano insieme un velo di polvere inestinguibile, che non si faceva in tempo a spazzare e tornava.
Pietro e Vitaliano tirarono a s due alti sgabelli e vi si sedettero, sentendosi un po' come Vacher sul trespolo. Non sapevano da dove cominciare.
Lasciate che vada subito al punto, e perdonatemi, signora, la mancanza di delicatezza. Avevate una relazione con il professor Umberti?
Oh! esclam la donna divertita, restando con la bocca a uovo. Questa poi! Si comincia bene!
Vi prego di rispondere disse Draghi. Rester fra noi.
S, certo, come no! La riservatezza della polizia  nota di questi tempi.
Sembrava godersela, come avesse atteso quel momento e fosse contenta di vederlo arrivare.
Avete prove che lo dimostrino? chiese.
Voci... disse Pietro.
E allora, la risposta non pu essere che no! Per due motivi: il primo  che sono una donna felicemente sposata e tengo a mio marito e al mio matrimonio, e il secondo  che l'Umberti era solo un collega, con il quale portavamo avanti vari progetti. Da qui le malelingue e perfino le lettere anonime a mio marito, spedite da qualche cretino. Sono certa che tutti coloro con cui avete parlato ci metterebbero la mano sul fuoco, nevvero? L'Umberti corteggiava ogni sottana, di continuo, per partito preso. Con me era galante, ma non ci si  mai provato: di me aveva paura! Se l'avessi voluto mi sarebbe bastato allungare la mano, ma io non lo volevo. Era solo un sedano vanitoso, e io detesto il sedano.
In che senso aveva paura? chiese Draghi, e Pietro, che aveva qualche anno di pi, consider superflua la domanda.
L'Umberti aveva bisogno di possedere, di conquistare, a lui piaceva star sopra, e con me, per capirsi... aveva percepito subito che gli sarebbe toccato star sotto. Non so se mi spiego. Questo, uno come lui, tutto fumo e niente arrosto, aveva le antenne per percepirlo al volo. Ci non toglie, come mi  stato riferito da persone amiche, che uscendo dalle riunioni per la selezione delle opere, in cui spesso eravamo da soli, dopo aver svolto un lavoro serio e irreprensibile di altissimo livello, abbia finto di ravversarsi i capelli o si sia soffermato, perch visto a chiudersi la cinghia dei pantaloni o la bottega che con me non aveva mai aperto. E poi immagino le risatine, le allusioni, le strizzate d'occhio alle mie
spalle con i suoi studenti, e quel perticone ammuffito del suo assistente buono a nulla.
All'uscita del cimitero vi abbiamo vista discutere con la vedova Umberti: cosa vi siete dette?
La donna si fece seria.
Questa  una questione sgradevole. La Lonie, poveretta, era sconvolta. Quando mi sono avvicinata per abbracciarla e farle le condoglianze, mi ha sibilato nell'orecchio con odio: "Adesso, mia cara, mi sa proprio che dovrai accontentarti di chiavare il tuo di marito!". Ci sono rimasta male. "Ma che dici? Come ti permetti?  una calunnia!" le ho detto, e mi sono tenuta dal darle uno schiaffo. Lei ha continuato: "Lo sapevano tutti, puttana!". "Ti perdono solo per il posto in cui siamo e per quel che stai passando, ma spero tu ritrovi la ragione!" le ho risposto, e basta. Mio marito ci guardava, quando l'ho raggiunto mi ha guardato desideroso di capire. Gli ho spiegato che era la solita storia, le malelingue erano arrivate anche a lei!
Avete idea di chi potesse avere interesse a uccidere l'Umberti? chiese Draghi. C' qualcosa che avete visto o che sapete?
No, davvero. Se non fosse stato con me, al mio fianco nel letto, vivrei con la paura che a ucciderlo sia stato mio marito, attirandolo l con una scusa. Perch il peggio di tutta questa storia  che, anche se lui dice di no, dentro di s ha dato ascolto a quelle voci. Lo so, lo sento. Nel dirlo si port le mani agli occhi togliendovi due lacrime improvvisamente comparse, lucenti e tonde come biglie. Ma figuriamoci se avrebbe ucciso il suo gallo da combattimento migliore, l'orgoglio dell'Istituto. In ogni modo, che ci crediate o no, fra me e l'Umberti non c'era nulla, non era il mio tipo, con un'occhiata lo mettevo a posto e quando l'ha capito ha smesso subito con le sue galanterie. Con me non attaccava. Che tutti quei polli fuori abbiano creduto alle sue allusioni sparse ad arte  il vero dramma. Io s, per questo, avessi potuto... non dico che l'avrei ammazzato, no, ma una bella labbrata gliel'avrei data volentieri. Nell'Ottagono, di fronte a tutti! Ho lavorato tutta la vita per costruire la mia reputazione, per essere trattata al pari di un maschio, e senza che me ne accorgessi quella carogna ha tramato e manovrato le apparenze per farmi passare da sgualdrina! Solo che dargli un ceffone sarebbe stato come ammettere che c'era qualcosa, e quindi... Non mi restava altro che cercare di non rimanere sola con lui e fare del sarcasmo con gli studenti cercando di disintegrare le sue vanterie.
Quindi, comunque sia andata, lei aveva un movente, e non ha un alibi per la sera dell'omicidio concluse Draghi, quasi rammaricato.
Mio marito, che russava vicino a me  il mio alibi, come io sono il suo. Avevo smontato un forno quel giorno ed ero distrutta.
Potreste averlo ucciso insieme, attirandolo nella gipsoteca per punirlo di avervi disonorata, anche se solo a parole.
Se ci credete davvero, provatelo! disse la donna alzando lo sguardo da pantera a fissare negli occhi Vitaliano. Male non fare, paura non avere! Se non capite che sto dicendo la verit, se non la sapete riconoscere quando la incontrate, cambiate mestiere, perch siete dei poliziotti da poco.
E detto questo si alz in piedi, si ricompose e torn a sedersi al tornio. Il vaso s'era asciugato, lei gli dette un pugno rabbioso afflosciandolo, poi press la creta, la bagn tuffando la mano in una bacinella e facendola scolare sulla massa d'argilla. La stacc con una spatola, rimodell una sfera premendola fra i palmi e la gett con forza sul tornio per poi centrarla congiungendo le mani e iniziando cos a fare un altro vaso.
Non ho altro da dire. Quando volete, sapete dove trovarmi. Buongiorno!
Mormorarono un saluto, poi mentre si allontanavano si guardarono.
Che donna! disse Vitaliano.
Una forza della natura! ammise Pietro.
Capacissima di averlo ammazzato lei... Eppure, mi sembra sincera.
Vedremo... Per ora va tenuta nella lista.  una persona eccezionale e le persone eccezionali talvolta sanno sembrare sincere anche quando non lo sono gli ricord Pietro.
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Capitolo 25.
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Oggi  tornato, voleva vedere i nuovi disegni, ma io non li ho fatti. Non riesco pi a concentrarmi come prima da quando la mia musa se n' andata. So che l'arte mia viveva della sua fiamma, e mi manca cos tanto che non riesco a raffigurare che lei, mentre lui vuole bottiglie e nature morte, che potrei disegnare in modo bellissimo a occhi chiusi se solo volessi, ma aborro farlo. Mi aveva portato un tralcio di vite, mele e pere, un tagliere e un coltello, una mezzina di rame. Li aveva disposti vicino alla finestrina nel magazzino dell'ala est, quella a filo terra, occultata dalla vetriola.  uno spazio ampio, il mio laboratorio, la mia tana, in cui posso lavorare e dove non viene mai nessuno, perch l'apertura segreta  coperta da vecchie casse, tavoli e armadi accatastati e sembra che oltre quel ciarpame l'edificio finisca con il muro.
Si  infuriato quando ha visto che mi ero mangiato una mela e tutte le pere, ma non avevo disegnato nulla. A vederlo sembra cos amorevole, dimesso.  cos gentile con tutti. Ma se si arrabbia...
Ha urlato il mio nome. Poi ha preso una riga da disegno dal tavolo e ha iniziato a cercarmi.
Dove ti sei nascosto, schifoso! Lurido traditore schifoso!  questa la tua riconoscenza dopo tutto ci che ho fatto per te? Fa' solo che ti trovi e ti concio per le feste!
Ha sbattuto la riga di legno sulla frutta rimasta, spazzandola
via, ho sentito la mezzina di rame cadere, poi ha preso a calci la sedia e calpestato la carta e le matite gettandole a terra in preda al furore.
Dove sei, lurido mostro! sussurrava minaccioso, cercando di contenersi, ma si capiva che avrebbe voluto urlare ancora. Solo un'altra volta mi ha picchiato, ed era colpa mia. Ma in quel momento sentivo che se mi avesse trovato mi avrebbe bastonato a sangue, forse perfino ucciso. Non l'avevo mai visto cos arrabbiato, cos furioso. Cos disperato. Mi sono sentito in colpa, sono stato male: non ho che lui. Devo disegnare quella frutta, anche se non c' pi lei, devo fare una splendida natura morta se non voglio buscarne, se non voglio perderlo.
Sento che gli stanno cedendo i nervi, che sta perdendo il controllo. Lo so, so che anche lui era innamorato di lei, anche lui come me. Tutti amavano Corinne.
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Capitolo 26.
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Il commissario Marangon e il Parrini arrivarono verso le tre del pomeriggio, e mentre Pietro e Vitaliano interrogavano la moglie del direttore nella sezione di ceramica, si diressero nella sezione di scultura, si diressero a passo veloce dietro ad Antonio nell'ala opposta dell'Istituto. Quando raggiunsero il laboratorio della gipsoteca il custode li salut e fece dietrofront. Entrando videro diversi allievi e operai al lavoro sotto la guida del professor Baccelli. L'ambiente era grande ma avvolto dalla penombra, e i formatori, sfruttando la luce d'una grande finestra che proiettava il suo disegno sul pavimento e armati di bacinelle colme di gesso piuttosto liquido, si affaccendavano nell'impresa di schizzare con la mano a coppa i tasselli ricomposti dentro la met di una grande madreforma.
Il professor Baccelli? chiese Marangon.
Al che l'uomo abbassato sulla massa bianca della madreforma e impegnato con gli altri a gettare il gesso si volt, dette loro un'occhiata e disse: Che siete venuti ad aiutarci?.
Siamo della polizia, vi si vorrebbe parlare.
Il mastro formatore continu a tirare manciate di tiepida scagliola sui tasselli, troppo impegnato per degnarsi di rispondere, poi fin il gesso nel catino che reggeva con la mano sinistra, si tir su e si raccomand con gli allievi che il lavoro fosse fatto a regola d'arte, come sempre. Aveva il volto e il naso di un fauno,
con tanto di barba e capelli ricci e scuri, venati da striature ramate che iniziavano a ingrigirsi. Gli occhi erano grandi e penetranti, con un che di fanciullesco, e la bocca smerlata era perennemente atteggiata in un sorriso ironico.
Scusate disse. Ma le forme a tasselli non sono discorsi: quelli si possono interrompere, il gesso invece non aspetta e il nostro compianto artista, l'Umberti, ha avuto la bella idea nel suo progetto di immaginare la Stazione di Santa Maria Novella piena di marzocchi in gesso come quelli della Loggia dei Lanzi. Forza, ragazzi, vediamo se almeno questo si finisce di gettarlo prima di buio!
Parrini e Marangon si guardarono intorno: sul pavimento c'era polvere dappertutto, strisce di tela di sacco per rafforzare la gettata negli strati successivi e catini sporchi. Nell'altra met della cassaforma era adagiata la parte sinistra del marzocco in attesa di essere gettata a sua volta e ricongiunta con quella in lavorazione. Nel grande edificio coperto da alte capriate di travi scure, ovunque c'erano stampi numerati e disposti su scaffali e gessi del Rinascimento.
Menomale non gli  venuto in mente di accogliere Hitler con una fila di David di Michelangelo, senn sai che moccoli. Per lui era facile, gli bastava avere l'idea, ma poi a far tutto tocca a noi! Siamo sommersi dalle commissioni. Da due anni a questa parte s' fatto sculture in gesso per pi di cinquantamila lire! Il direttore si fa bello, eppure a guadagnare per la scuola siamo noi! Che poi, personalmente, si guadagna meno di tutti!
Era risentimento quello? Subito svelato cos? Nei confronti dell'Umberti e del direttore? O era solo un modo di fare dell'uomo, che finito di lavarsi alla belle meglio le mani in un secchio d'acqua l vicino, si tir su e chiese agli allievi: Ce la fate da voi a unire le due parti domattina. Date retta a i' maestro Mari, se non fossi arrivato ancora io!.
Ci si fa, ci si fa. Ci sono io... disse questi che era un uomo anziano, calvo come i' Duce, ma piccolo e curvo, quasi un nano, mentre il Baccelli si stirava e mostrando una bella pancetta si asciugava le mani alla spolverina, per poi allungarne una verso Marangon e il Parrini in un sorriso di benvenuto.
Icch posso fare per voi? Che avete paura che li riempia di tritolo, questi leoni? domand, e rise.
Marangon gli scocc un'occhiata poco amichevole, seria, come suo dovere, ma l'altro era talmente tranquillo che alla fine dovette abbassare il volto e nascondere sotto i baffi un mezzo ghigno. La battuta era arrivata a segno. Parrini strinse a sua volta la mano dell'uomo, che toss.
Io per oggi n'ho gi respirata abbastanza di polvere. Vi dispiace se parliamo nel parco? domand, tirando fuori dalla tasca una grossa pipa e, capovolgendola, la picchiett sul palmo della mano per svuotarvi la cenere. Senza attendere risposta, si volt verso un grande portone laterale appena socchiuso: una spessa lama arcuata e bianca nella parete scura denunciava l'uscita e tagliava la penombra dell'immenso laboratorio con una passerella di luce.
Anche l, tutto intorno alle pareti, c'erano enormi scaffali animati da forme bianche e tondeggianti, coperte di polvere come tante zucche giganti e polimorfe pi o meno butterate. Erano le madriforme con dentro adagiati i loro tasselli. Una volta ricomposte, colandovi dentro il gesso, quelle sculture al contrario ridavano vita alle statue dei grandi maestri, ed erano state fatte proprio a partire da esse, identiche in tutto e per tutto. Se La Piet, di Michelangelo fosse stata mutilata da un matto, o il David di Donatello distrutto da un crollo, per restaurarli, per rimetterli a posto, per sapere come fossero esattamente, sarebbero dovuti andare l a cercarne la forma che testimoniava la copia perfetta, fedele all'originale.
Camminando verso quella lama di luce, la figura da Dioniso barbuto del professore, dalla pancia prominente e le gambette magre da capra, si contorn di miele dorato nel barbaglio di quell'ora e presto una nuvola sal dalla sua testa e l'odore dolce del tabacco da pipa arriv ai due uomini sovrastando quello d'umido, di polvere di gesso e creta, che ristagnava nell'ambiente.
Marangon e Parrini seguirono il professore dentro la fessura abbagliante e dovettero stringere gli occhi per proteggerli dal riverbero. Fu come uscire da una grotta per ritrovarsi nello splendore del giorno. Lo raggiunsero allungando il passo, verso le pagliere. L'uomo sapeva dove andare, si sedette ad attenderli su una panca fatta di assi che gli stessi operai della gipsoteca dovevano aver arrangiato per andarci a fumare e discorrere, oppure a mangiare qualcosa durante le pause. Di fronte a loro a quell'ora il parco e gli alberi sfolgoravano di bellezza e di profumi, godendosi la primavera.
Marangon and subito al punto: Conoscevate il professor Umberti?.
Purtroppo s! disse l'uomo attizzando la pipa con un fiammifero.
Perch purtroppo?
Perch mi faceva dannare. Se una cosa si poteva fare in maniera semplice, lui la voleva rendere complicata. Tanto non era mica lui a doverla mettere in pratica. Poi toccava a noi. Dapprima realizzavo i calchi e le forme anche delle sue bambolone, poi si discusse. Non era mai contento. E allora ho lasciato perdere e lui  andato a farseli fare dalla ditta Dei, un privato. Non abbiate paura, che lui con il gesso non si sporcava, era troppo impegnato a correr dietro alle passere!
Non vi stava troppo simpatico... comment Parrini.
S e no, a volte lo era anche, poi c'aveva le sue giornate, come
tutti. Se volete sapere come la penso... Nonostante l'apparenza, era un grande insicuro.
In che senso? domand Marangon.
Nel senso che c'erano delle volte in cui ci si ragionava come con uno dei miei studenti. Era umile, pacato, ragionevole... Faceva quasi tenerezza. Mi sono accorto che questo succedeva soprattutto se s'era da soli io e lui. Ma bastava ci fosse du' studenti, un po' di pubblico, e cambiava come dal giorno alla notte. Metteva in scena il suo spettacolo, capite?
I due poliziotti in piedi di fronte all'uomo pendevano dalle sue labbra.
Voleva essere adorato, voleva sentirsi forte attraverso gli occhi degli altri. Per questo con me non ha attaccato, perch sentiva che io non lo veneravo. Dapprima si metteva nella parte del figlio e di quello che chiede consigli... E allora per un po' siamo andati avanti. Ma quando ha percepito che io avevo inteso bene che razza d'uomo fosse dentro di s... non me l'ha perdonato, capite?
Ma alle persone, ai colleghi, agli studenti... piaceva?
Come no! Un divo del cinematografo. Del resto con lui le opzioni erano solo due. O l'adoravi e gli morivi dietro, e allora tutto bene, o l'odiavi.
Ma che faceva per mettersi in mostra?
Lui doveva stare al centro, essere lui quello da ascoltare... e se avevi la gonna, da amare. La sua insicurezza lo spingeva a possedere, conquistare le femmine, e a umiliare e deridere i maschi di fronte a un pubblico, per confermare la sua superiorit soprattutto a se stesso, m'intendete?
Ma voi pi che un formatore mi sembrate un filosofo... disse Parrini.
L'uomo rise di gusto e fece un gesto per aria, come per respingere il titolo. Non importa esser filosofi, o pissicologi, l'avrebbe capito anche un bambino. Quel brindellone per esempio, l'assistente, mi pare si chiami Pistoletti, o forse Pistoiesi... insomma quello... Se l'era scelto brutto e balbuziente perch non gli facesse ombra, e neanche tanto bravo a mio parere. Cos gli poteva chiedere tutto quel che voleva, e per di pi lo prendeva in giro continuamente, gli faceva perfino il verso di fronte agli studenti e alle studentesse. Qualche volta l'ho visto anche dargli qualche scapaccione bonario. A un uomo di ventisette anni... capite?
Questo Pistoiesi, o come si chiama, se la sar presa? chiese il commissario.
Macch! Questo  il bello. Fatti l'uno per l'altro. Contento pazzo. Rideva lui per primo... quasi grato d'esser trattato in quel modo, purch lo tenesse. Una simbiosi perfetta, avevano bisogno l'uno dell'altro come la pianta della luce.  da quand' successo che piange come un disperato. Senza l'Umberti che lo protegge per lui si mette male... Fra un po' si faranno le commissioni con la revisione dei lavori dei candidati e l'assegnazione delle cattedre vacanti. Lui punta a quella di disegno dal vero... Mah...
E della relazione che l'Umberti intratteneva con la professoressa moglie del direttore siete al corrente?
Gli occhi ce li ho, e bastava guardarli per capire che fra i due c'era del tenero. Una donna notevole, nonostante non sia pi giovanissima. Una cavallerizza, non so se mi spiego... disse il Baccelli, sorridendo beato come se rimembrasse un qualche episodio.
L'avete cavalcata anche voi? domand Marangon, senza tanti complimenti.
No... No. Mi sarebbe piaciuto, l'ammetto, far cornuto quel coglione del direttore. Ma lei era fuori dalla mia portata. Qualche galanteria gliel'ho detta, c'ho provato, ma non attaccava. Alla signora piacciono di primo pelo e un po' pi in vista, evidentemente.
Secondo voi il direttore sapeva? chiese Parrini.
Tutti sapevano tranne lui. Fino a che non l'ha capito da solo, o qualcuno l'ha detto anche al professor Salieri, e allora son fioccate lettere anonime al direttore e c' stata un po' di maretta... Se prima la professoressa e l'Umberti si intrattenevano dopo scuola per il progetto sull'accoglienza di Baffino, di Hitler insomma, poi il direttore ha fatto in modo che non rimanessero pi da soli.
Quel Salieri odiava l'Umberti? chiese Marangon.
Non c' dubbio. Ma da l a ucciderlo... Non ce lo vedo. E poi per cosa? concluse l'uomo scuotendo la testa e sbattendo ritmicamente la pipa sulla panchina. Comunque sia io non posso essere stato, e sapete perch?
Perch? chiesero Marangon e Parrini quasi all'unisono.
Perch fare lo stampo di Giuditta e Oloferne l' una gran rogna, con quella spada e tutto il braccio alzato... Io l'avrei ammazzato, ma non avrei certo rovinato la statua, che poi a rifarla ora tocca a me.
Rise e anche i due poliziotti si ritrovarono a ridere con lui, apparentemente travolti da un'improvvisa simpatia.
Dov'eravate voi la sera dell'omicidio verso le undici? gli chiesero.
Questo, purtroppo non lo posso dire, per ora. Potrei mentire, ma non mi piacciono le bugie. Se poi sar proprio necessario, se mi accusate formalmente... lo far. Ma per il momento no. Del resto perch mai avrei dovuto uccidere quel tacchino vanitoso e insicuro? Faceva gi una vita terribile da solo, con quel carattere, ad ammazzarlo gli avrei fatto un piacere.
Aveva lo sguardo serio, adesso, e fissava i due uomini di fronte a s con un'espressione che chiudeva l il discorso. Si alz rimettendo la pipa in tasca e porse la mano. Scusate, ma ho da fare altri marzocchi per il grande condottiero dei germanici
disse con tono ironico. Un'idea dell'Umberti, tipica del suo modo di intendere le cose. A parer mio cos provinciale e pacchiana da meritare una punizione, ma non la morte, beninteso.
Si strinsero la mano guardandosi negli occhi.
Marangon lo fiss a lungo lasciando trapelare un certo sospetto. Quell'uomo gli era simpatico, ma non gliela raccontava giusta. Lo sentiva con il suo istinto da sbirro.
Comunque sia, non allontanatevi da Firenze. Potremmo aver ancora bisogno di voi.
E dove volete che vada? In Africa? Servo vostro, commissario!
Andandosene lungo il viale, Parrini parl prima che il commissario l'interrogasse, come se gli avesse letto nel pensiero: C'ha raccontato tutta la novella come voleva lui... Sar meglio capire chi sia costui, perch mi pare troppo furbo e troppo abituato a dare la forma alle cose secondo il suo stampo.
Gi... L'hai detto proprio bene, brigadiere. Proprio bene!
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Capitolo 27.
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Ecco! concluse Vitaliano seduto sul proprio letto con gli occhi pieni di lacrime. Adesso lo sapete! Adesso sapete cos'ha combinato il conte, cosa sar costretta a fare Nausica per salvare la villa e le fattorie, sempre che ci riesca!
Pietro, che attendeva da giorni quella rivelazione, e pazientemente si era guardato dal chiederne i particolari, ora sapeva tutto. La realt era addirittura peggiore di come se l'era immaginata. In piedi di fronte a lui colse un grande risentimento nelle parole di Vitaliano, un'improvvisa ostilit che il suo fagiano riusciva a stento a controllare. Cap anche, dall'odore del suo fiato, che doveva aver bevuto per cercare di farsi coraggio, o per disperazione. Si volt, poggiando le mani sulla piccola ringhiera della finestra e guard il cielo sopra la cupola del Brunelleschi incresparsi in una matassa di nubi blu, un gorgo in movimento che annunciava un temporale. Un lampo screzi i cumulonembi in lontananza, da qualche parte laggi, forse ad Arcetri o a Grassina, gi pioveva.
Era cos che si sentiva. Come quel cielo e la citt sottostante era l'anima sua, abbuiata da quelle nubi, da quella notizia che colpiva al cuore tutto il suo mondo.
Se l'era immaginato vedendo il conte in quello stato, che ci fosse qualcosa di veramente grave, di definitivo, e Vitaliano gliel'aveva confermato. Ma che potesse essere stato cos coglione... Del resto un uomo del genere, con una tale fortuna in mano, piovutagli dal cielo, e niente da fare tutto il giorno... Era solo questione di tempo: doveva saperlo che prima o poi qualcuno se ne sarebbe approfittato. Si port le mani al volto e assurdamente, automaticamente, pens: Aprile n'ha trenta, se piove trentuno, non fa male a nessuno!
Era un proverbio da campagnoli, che non significava nulla, che andava bene per la terra, ma invece il male c'era, era stato fatto, l'aveva fatto anche lui, senza accorgersene. Forse aveva sbagliato tutto con Vitaliano. Avrebbe dovuto lasciarlo vivere, andare per la sua strada. Ma ormai era troppo tardi. Per salvare quel mondo, come avveniva da secoli, la vergine sarebbe stata offerta al drago e forse neanche questo sacrifcio sarebbe bastato a scongiurare il peggio. Si prospettava una vita d'infelicit per Nausica e Vitaliano, in cambio della sopravvivenza delle famiglie dei coloni, della propriet, dei poderi, della villa. Per colpa dell'inettitudine del conte, certo, eppure sentiva di essere anche lui sul banco degli accusati. Avvertiva un rancore nascosto, accucciato e ringhiante nelle parole di Vitaliano. Un sentimento che conosceva bene, nei confronti di tutto e di tutti, del destino e dell'universo intero: la rabbia del lupo. Ancora una volta, come sempre da quando il mondo  mondo, i figli chiedevano conto ai padri per l'eredit ricevuta, per la situazione e le condizioni in cui si trovavano a vivere, giacch la colpa  sempre di chi c'era prima di noi. Di chi quel mondo ce l'ha fatto trovare gi belle fatto.
Che cosa intendete fare? domand Vitaliano fuori di s, e immagin Nausica che forse in quel momento stava sedendo a tavola o stringeva la mano al futuro fidanzato e al suocero strozzino, venuti alla villa per conoscerla. Sarebbe dovuto andare l, irrompere nella sala e mandare il fidanzamento a gambe all'aria, invece non poteva. Non poteva perch Nausica non glielo avrebbe mai perdonato, lei e il padre avrebbero perso tutto e le famiglie di Pietro e degli altri coloni rischiato di essere cacciate e di morire di fame.
Pietro si volt e disse la prima cosa che gli venne alla bocca: Ci sto pensando....
A quelle parole Vitaliano si alz di scatto, rosso in viso e con gli occhi lucidi di lacrime e pieni d'odio. Ci state pensando?! url sarcastico. Certo, come no! E di sicuro risolverete tutto! Perch con la ragione e l'intelligenza non c' niente che un uomo non possa risolvere! Non  questo che mi avete sempre detto, che mi avete promesso e fatto credere fin da quando ero bambino?! E invece no: erano e sono tutte menzogne! Non tutto si pu risolvere pensandoci! Neanche voi, il grande Pietro, potete farlo! Voi che prevedete tutto, che siete sempre un passo avanti agli altri, non avete visto, capito e previsto un bel nulla, stavolta!
Pietro meravigliato lo guardava fisso, senza dire niente. Un lampo pi luminoso saett alle sue spalle nel cielo e un tuono segu minaccioso facendo tremare la stanza.
Sarebbe stato meglio lasciarvi perdere! Dovevate scacciarmi, farmi vivere la mia vita! Forse avrei trovato un'altra strada, forse oggi sarei stato ricco e avrei potuto avere Nausica. Ma no! Non mi avete mollato! Ero un bambino promettente, pendevo dalle vostre labbra! Dovevo per forza combattere con voi. Fare i conti con il vostro genio, cercare di essere alla vostra altezza. Sempre in affanno, sempre a elemosinare un "bravo", un sorriso! E com'ero contento quando me lo concedevate! Il grande Pietro, sempre un passo avanti, sempre in grado di capire ci che agli altri sfugge... Sempre dalla parte del giusto!
C'era del disprezzo adesso nella sua voce, che si mutava in rabbia, in odio: Se questo fosse un romanzo, se le indagini che abbiamo fatto insieme fossero dei libri, voi, solo voi sareste il protagonista. Sempre al centro, come Sherlock Holmes, e io lo stolido Watson messo l per esaltare il vostro genio! Volevate che fossi come voi, che capissi cos' davvero il fascismo, che la pensassi come voi, che vi adorassi, forse, e mi avete trasformato in una....
Pietro balz verso di lui e gli mise la mano sulla bocca. Vitaliano si divincol respingendolo e continu con un urlo sussurrato a dire ci che doveva assolutamente dire. Voleva morderlo, punirlo, fargliela pagare per quel che era successo, per il suo non essere in grado di impedirlo. Una spia! bisbigli. Mi avete trasformato in una spia! Ho perfino ucciso per voi e non ci dormo la notte, e ora... La sua voce si abbass ancora di pi. Mentre tutto va a rotoli, non siete ancora contento! Non sono lo stesso abbastanza! Non  mai sufficiente, lo capite?! Ho visto il vostro sguardo quando sono entrato a lavorare in polizia, in una questura fascista. Vi vergognavate di me! Secondo voi avrei potuto fare altre cose, altre scelte, ma come potevo, se per tutta la vita mi avete preparato a questo? A vedere, capire, intuire ci che gli altri non vedevano? A ristabilire verit e giustizia?! Ma non vi  bastato. .. non vi basta mai! Adesso volete i piani, perch voi, il grande Pietro che salva ragazzine e bambine, l'uomo tutto d'un pezzo, dovete salvare il mondo! Dovete tentare l'impossibile! Ma adesso basta, basta!  l'ora di finirla. Io non sono come voi! Non me ne importa nulla di voi. Del vostro giudizio.
Andava avanti e indietro dalla porta al letto e agitava le mani, prese un libro dal comodino e lo scaravent rabbioso contro il muro. Ma sapete che vi dico? domand assumendo improvvisamente un tono pacato, tagliente. Io sono migliore di voi, nonostante la vostra intelligenza, la vostra grande umanit. Per come sono, per il solo fatto di esistere, sono migliore di voi. Perch io una cosa come questa, se avessi avuto le vostre capacit, non l'avrei mai permessa. Mai!
La sua voce torn ad alzarsi: disperata, sprezzante. Sembrava un bambino in preda a una crisi di rabbia. Volete salvare il mondo, e non vi accorgete del vostro, che vi crolla sotto i piedi travolgendo la vita delle persone che dite d'amare! Senza riuscire nemmeno a dirmi, con tutta la vostra intelligenza, cosa devo fare, e come, per salvare Nausica e la villa. Avanti, ditemelo! Cosa possiamo fare? Come si muover stavolta il grande Pietro?!
"Ci sto pensando." Ecco cosa sapete dire! E, allora sapete che vi dico? Al diavolo! Al diavolo, voi e il vostro pensare! Voi! Voi! Siete sempre e solo voi. Avanti, dunque, fate qualcosa! E invece non potete fare niente, e i vostri sono solo discorsi. "Ci sto pensando" un cazzo! Se davvero ci state pensando spero che lo facciate in fretta e che lasciate perdere le vostre fantasie suicide per fare qualcosa!
Pietro, mortificato dal tono rancoroso di quelle accuse, avrebbe voluto ribattere, ma sapeva che niente di ci che avrebbe potuto dire sarebbe servito in quel momento. Fece un passo verso Vitaliano nella minuscola camera, fece per abbracciarlo, ma lui si sottrasse, si volt e apr la porta scappando via.
Filomena, Cerpinica e altri due o tre pensionanti che, preoccupati, sostavano nel corridoio si scostarono spinti indietro da lui. Lo spettacolo  finito! url rabbioso Vitaliano travolgendoli. Buonanotte! E si avvi verso l'uscita a passo svelto.
L'impermeabile, commissario! Filomena gli corse dietro porgendoglielo. Ma dove andate? C' un temporale, vi prenderete un malanno...
Non fece in tempo ad aggiungere altro, la vecchia si sent strappare di mano il trench e Vitaliano scomparve con un Grazie scontroso, sbattendosi la porta alle spalle. Il campanello tintinn con forza picchiando nel legno e per poco non si stacc. Sent la vecchia oltre la porta che domandava: Ma... avete bevuto?.
Intanto i pensionanti si avvicinavano timidamente a Pietro in una tacita richiesta di chiarimenti. Filomena venne in suo soccorso rifacendo all'indietro il corridoio. Non  successo niente. Tornate nelle vostre camere, signori. Fatevi gli affari vostri! ordin.
Quelli si ritirarono, mormorando frasi di circostanza.
Cose che succedono disse Cerpinica. Quando uno dorme male...
Il commendatore Bianchi annu.
Pietro spinse delicatamente fuori anche Filomena, che chiedeva se volesse bere qualcosa di caldo, e declinando l'offerta si chiuse la porta alle spalle. Era rigido e la gola gli faceva male. Un alto muro di mattoni si era alzato dentro di lui a trattenere la diga delle sue emozioni. Si sedette sul letto e piegandosi in avanti si port le mani al volto. Dopo pochi attimi inizi a singhiozzare. Le parole di Vitaliano mulinavano nella sua mente come foglie secche.
Sono solo un uomo mormor. Solo un uomo...
Non ricordava quand'era stata l'ultima volta che aveva pianto di disperazione. Forse in guerra, nella trincea, fra i compagni morti e feriti. Non poteva credere a quanto era appena successo, e se poteva attribuire al vino le parole di Vitaliano, sapeva che lo stesso non valeva per i sentimenti che le avevano mosse. In vino veritas... mormor fra le labbra tremanti.
Lasci che le lacrime e i singhiozzi fluissero. La pioggia cadeva a dirotto sul terrazzino e le gocce in diagonale colpivano anche il pavimento della stanza, allagandolo. L'Arno mugghiava e si ingrossava facendo correre la carcassa di un vecchio albero, bianco e luminoso come un osso di morto gigantesco, sotto i ponti di Firenze. Nell'animo di Pietro il muro di mattoni rossi cedeva sotto la spinta della grande massa d'acqua e fango, e finiva per travolgerlo. Come ogni padre che si rispetti aveva sbagliato tutto, il suo fagianino l'odiava, e oramai era troppo tardi per rimediare. Si ricord la promessa che aveva fatto al padre di Vitaliano, il fattore, sul letto di morte e sent di averla tradita.
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Capitolo 28.
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Il Faina camminava lungo Borgo San Jacopo curvo in avanti e rasente i muri come un sorcio, la solita berretta di lana in testa e l'Ambrosiana in bocca. Il suo viso a scheggia ogni tanto ruotava a destra e a sinistra: per consolidata abitudine dava rapide occhiate ai due lati della strada e si voltava indietro a controllare che nessuno lo seguisse. Al suo fianco, Burde padre aveva dovuto lasciare Burdino Mezzo Bicchiere alla mescita e lo seguiva ora malvolentieri.
Ma si pu sapere indove tu mi porti? E soprattutto, se c' guadagno?
Il Faina gli lanci un'occhiataccia, di sbieco.
Niente guadagno! Tutti con questo guadagno l'avete! Ti chiedo un piacere: si pu chiedere un piacere a un amico per una buona causa?
Si capisce... rispose Burde, risentito. Ma non poteva venire Angiolo, che io c'ho la mescita?
Burdino non mi va bene, mi ci vuoi te!
Ho paura che lo freghino, non  tanto bravo a fare i resti. 1.
L'uno magro come un'ombra, l'altro grande e grosso, con due spalle da far invidia a un pugile, le labbra carnose e la faccia dai lineamenti pronunciati, sembravano due marinai scesi da una nave nel porto di Livorno e sperdutisi per la citt. Invece Faina sapeva bene dove andare.
Era una giornata limpida, di quelle che fanno ringraziare Dio di non essere in gabbia, di non doversi arrampicare su una branda per vedere dalla finestruccia a quadri di una cella l'esplodere della primavera. Il Faina quasi non se ne capacitava. Era un bel po' che non faceva un colpo, a dire il vero non ci pensava nemmeno pi, e aveva perfino accettato due o tre lavoretti nel quartiere. Non era proprio certo di essere in s... Ma continuava a ripetersi che alla prima occasione si sarebbe rifatto.
Sbucarono sul Ponte Vecchio, trafficato da un viavai di coppiette e turisti invogliati dalle belle giornate e assediati dalle offerte dei venditori ambulanti.
Ciambelle alla ginnastica! Beato chi le mastica! urlava il venditore di bomboloni, prendendo a prestito uno dei vezzi dello storico venditore Lachera, che a Firenze era ancora ricordato per la sua arguzia nell'appellare i passanti e prenderli in giro. Nel 1849, quando gli austriaci avevano riportato a Firenze Leopoldo II e la statua del Porcellino era ricomparsa tirata a lucido e rinnovata presso le logge del Mercato Nuovo, lui con la sua teglia, vale a dire con il suo cappello grande come una teglia, e i suoi bomboloni, avvertiva i passanti: L'hanno ripulito ma l' sempre i' solito porco!.
Naturalmente si riferiva al Granduca e la gente rideva, senza che i gendarmi potessero obiettare nulla.
Questo a i' Lachera non gli lega nemmeno le scarpe! disse Faina, e Burde, che non sapeva chi fosse, annu per quieto vivere.
Pere cotte, croccantini! url un altro con il carrettino dal lato opposto della balaustra.
Faina si diresse verso una signora vestita di nero con un panierino pieno di fiori, che importunava le coppie di innamorati proprio al centro del ponte, offrendo loro mazzetti di papaveri, giaggioli e margherite gi mezze appassite: la vecchia Girgenti.
Natalia, andiamo, ci s'ha da fare! gli disse Faina tirandola per un braccio.
Dovevano essersi gi parlati, perch quella si accod ai due senza replicare. Per il breve tragitto continu a porgere il mazzetto di fiori che aveva in mano alle persone che incrociavano, ma senza successo.
Da l a poco Faina individu il portone e il campanello con la scritta PRINCIPE ANTONINO AMMANNITI. Stava per risolversi a tirare il pomello d'ottone, quando un ragazzino vestito da balilla, sbucando come dal nulla, lo precedette.
Faina lo guard dapprima contrariato, poi incuriosito dalla gabbietta a molla che aveva in mano e dentro alla quale si dibatteva un grosso topo. Non dovette nemmeno chiederlo. Il ragazzino dal volto tondo come mezzo cocomero e gli occhiali altrettanto tondi, sollev la gabbia per mostrarla ai tre e disse: Dapprima si credeva che il principe fosse ammattito.  capitato che chiedesse cose strane, ma pagare per avere topi, ranocchi e serpi... E vivi, poi! Cos fra noi ragazzi s' aperta la caccia. Io non ho fatto altro che comprare delle trappole e buttar via le tagliole. l'mi' babbo c'ha una pizzicheria, hai voglia a topi! Ma gli altri son sempre nel fiume a dar dietro alle bisce e a smuover sassi sul greto dell'Arno e fra i canneti!.
Non capirono di che parlasse fino a che, saliti con lui all'ultimo piano, la serva non sporse fuori la testa e con la sua aria da bimba tonta e la faccia che due anni prima aveva ricordato a Draghi una melina rossa, chiese: Desiderano?.
Siamo qui per "imparare la parte"! spieg Faina ricordando le istruzioni di Pietro, e indic Burde e la vecchia Girgenti.
E io c'avrei un topo! s'affrett a chiarire il ragazzino mostrando la gabbietta.
La serva annu e ritir la testa dallo spiraglio della porta chiedendo loro di attendere.
Poco dopo la porta si riapr e comparve il principe Antonino, un uomo sulla sessantina, con tanto di lussuosa vestaglia da camera, portamento signorile e monocolo. Impettito, fece loro segno di aspettare e si rivolse al ragazzino prendendogli dalle mani la gabbia.
Soldi o spettacolo? domand severo.
Stavolta soldi, e rivoglio la trappola!
Materiale! l'ammon il principe. La vita va vissuta! Dove la rivedi una cosa cos? e si pass la mano libera fra i capelli d'argento per ravversarli. Aveva davvero un profilo aristocratico e il naso leggermente aquilino. La gabbia te la rid domani! Sci!
E i soldi?
Il principe, esasperato, fece loro ancora segno di attendere e, liquidato il ragazzo con una mancia, si volt per rientrare con la gabbietta. Ma quello svelto lo tir indietro per la cintura della vestaglia e lasci aperta la mano, in attesa.
Il principe soffi, alz gli occhi al cielo esasperato e sganci un'altra lira. Vampiro! protest, e ripresa la gabbia invit gli altri a entrare: Venite, venite! Per voi lo spettacolo  gratis!.
Faina, Burde e la vecchia Girgenti furono introdotti nella penombra del salotto. Il padrone di casa accese l'abat-jour sopra una teca di vetro coperta da un panno nero, la scopr, si assicur della posizione dell'ospite all'interno e, per sommo scrupolo, infil un paio di robusti guanti di cuoio. Solo poi schiuse una porticina trasparente e vi rovesci dentro il contenuto della gabbietta. Il roditore si ritrov in una sorta di tubo di vetro in discesa e cadde nella teca aprendo con il proprio peso il cerchio di latta collegato a una molla che faceva da tappo all'estremit del tubo. Il meccanismo era congegnato per permettere di entrare spingendo, ma non si poteva aprire dall'altro verso, se non tirando, cosa che per gli esseri che vi venivano introdotti e per l'abitante della teca era impossibile da concepire.
Il ratto cadde sulla sabbia del fondo. Passarono alcuni secondi, poi il cobra sembr destarsi, sollev la testa e guard il topolino che era comparso di fronte a lui. Faina, Burde e la vecchia trattennero il fiato, incapaci di distogliere gli occhi da quelli del serpente. Sebbene si trattasse di un topo fiorentino, che un cobra non l'aveva mai visto, lo stesso qualcosa di atavico dentro di lui gli disse di rimanere immobile e sforzarsi di non tremare. Era l'unico cobra di Firenze, fatto venire apposta dalle colonie dal sedicente principe Antonino Ammanniti per suggestionare i suoi clienti, rendergli meno tediosa l'attesa del proprio turno, e indurli a pensare che se lui, il gran mago, era riuscito a imprigionare in una scatola di vetro tutto quel male, forse avrebbe potuto fare
lo stesso con i loro guai: la moglie sterile, i buoi immalocchiti, o
il marito fedifrago.
Il serpente si drizz come un bastone, stese le costole del collo dilatandolo e rimase fermo con un'espressione spietata e impassibile insieme. Era uno spettacolo a vedersi. Gli occhi piccoli e neri puntati sul piccolo roditore non tradivano emozioni. Era una sorta di spietato dio egizio, un demone che viveva fuori dal tempo, al di sopra di tutto. Nessuno, nemmeno il principe Antonino che guardava la scena soddisfatto, osava fiatare. Poi il topolino si mosse appena, accennando una fuga impossibile e la testa del serpente scatt facendo sobbalzare gli astanti. Fu questione di un attimo e il corpo peloso scomparve fra le fauci del predatore.
Povero topo! esal Faina, asciugandosi la fronte con la berretta e prendendo a grattarsi la testa, completamente partecipe del destino del roditore. Era capitato tante volte anche a lui di trovarsi con le spalle al muro, senza vie di uscita.
La vecchia Girgenti rabbrivid portandosi il mazzolino di fiori al cuore. L'aveva stretto cos forte da spremere i gambi nel palmo. Burde sent uno strizzone al basso ventre, come gli capitava
sempre di fronte ai pericoli. Con la mano dentro la tasca si tocc gli attributi e piegandosi in avanti rise appena, nervosamente, tritando fra i denti un: Maremma maiala!.
Avete visto che spettacolo?  un cobra africano, Naja haje. Velenosissimo! spieg il principe. L'ho fatto venire dall'Etiopia, ma a dirvi il vero son gi pentito. Mi costa un patrimonio in topi, bisce, lucertole, e quant'altro i ragazzi della via riescono a portarmi. All'inizio me la cavavo con qualche moneta, ma adesso son diventati carogne, vogliono esser pagati meglio e molte volte chiedono d'assistere al pranzo di questo demonio. Avete visto come gli dico? O la paga o lo spettacolo! E loro, non ci crederete, nonostante la fame e le pezze al culo, spesso scelgono lo spettacolo.
Lo credo, lo credo.  enorme e ha qualcosa di magnetico comment Faina, a disagio.
Macch! Questo  piccolino. Sembra che in Asia arrivino anche a cinque metri, e campino anche fino a vent'anni! Ho un cliente fissato con i serpenti.  lui che mi ha convinto all'acquisto e si  occupato di tutto. Si chiama Calindri. Ci pensa lui a pulire la gabbia e al resto.  sempre qui che lo guarda, passa a tutte le ore come un innamorato: l'adora. Secondo me ha qualcosa che non va con la testa. Io la teca non l'apro di certo. Nonostante sia a prova di fuga, vi confesso che mi fa paura quest'essere e che da quando ce l'ho dormo male e non cammino pi scalzo o in pantofole per casa spieg il mago, e cos dicendo si tolse i guanti di cuoio che aveva ancora indosso.
Mi  costato una fortuna farlo arrivare fin qui. Attira i clienti come le mosche sul miele, questo va detto! Ma c' un limite anche alla coreografia. Se non mi ci abituo, credo che presto lo regaler al Calindri, o glielo ceder per tre lire: ho bisogno di dormire, io, e non posso star sempre a nutrirlo e a guardarmi fra i piedi!
I tre annuirono.
Si capisce mormor la vecchia Girgenti, che si sentiva ancora i peli sulla schiena dritti come quelli di un gatto e il cuore accelerato dallo spavento.
Mi sono lasciato convincere perch il serpente  il simbolo dei medici da tempo immemorabile. Il dio della salute Asclepio, per i latini Esculapio, ce l'ha sopra il bastone. Rappresenta la rinascita, la mutazione e la guarigione spieg loro il principe. E fa un effetto straordinario!
I tre, ancora a disagio per lo spettacolo, si guardarono intorno. Anche le diavolerie appese e sistemate in altre teche nella sala d'attesa trasmettevano una certa inquietudine, ma teschi, pugnali rituali, dipinti di diavoli e maschere funebri impallidivano di fronte al nuovo arrivato. C'era qualcosa di malvagio e inesorabile in quel serpente, una fredda determinazione di morte che allarmava la loro natura di mammiferi, scatenando una risposta istintiva e archetipica alla quale era impossibile sottrarsi e che diceva: scappa ora, il pi lontano possibile e non toccarlo per niente al mondo.
Avanti, vediamo di fare questa prova generale, come la chiama il commissario Bensi tagli corto il mago, che pensava ancora che Pietro fosse un capo della polizia. Per prima cosa dobbiamo decidere le parti e trovare i vestiti!
Guard Faina, gli tocc un braccio come per saggiarne la consistenza e decise: Tu farai il fachiro, o qualcosa del genere!.
Faina annu, basito. Poi sembr riflettere e aggiunse, risoluto: Basta non ci sia da incantare serpenti, se no me la batto!.
Il mago rise, e anche Burde e la vecchia Girgenti gli fecero eco. Ma era una risata strana la loro, fatta per scacciare il disagio che li aveva assaliti all'idea del Faina alle prese con il cobra e che aveva fatto di nuovo accapponare la pelle a tutti e due scuotendoli fin nel profondo.
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Fine Parte 1.